Zbigniew Rybczyński: cortometraggi 1972-1988

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Nato a Łódź nel 1949, Zbigniew Rybczyński (è difficile ricordarsi il nome ma è ancora più difficile ricordarsi il cognome) è un regista polacco incredibilmente sperimentale, che ha lavorato con stop-motion, live action e innumerevoli diavolerie riboccanti possibilità creative, le quali dimostrano come sia completamente pazzo, nel bene e nel male.

Inarrestabile

I suoi lavori più noti sono senza dubbio i corti. Uno dei primi è Square, una sperimentazione sulla forma del quadrato, colorato ma non poi così interessante — soprattutto se paragonato ai lavori successivi dell’autore. Già il successivo Music art, che come altri corti di Rybczyński sfrutta e lavora attorno all’esperimento di trasformare immagini in musica, è di una compattezza e bellezza pura superiore, anche se non ancora sufficientemente efficace. Si passa poi, giungendo al 1974, a Zupa, e di secondo in secondo si comincia sempre di più a ragionare. Ci siamo? Quasi. Il corto del ’74 è infatti superiore e, nel suo grottesco sempre più colorato e disturbante, approfondisce il mondo artistico del regista. Ci siamo? Sì.
Il passo avanti è ancora migliore: Oh! I can’t stop, o in originale Oj! Nie mogę się zatrzymać!. Un capolavoro (che trovate anche qui sotto), nei suoi 10 minuti, di regia e forza concettuale. La potenza metacinematografica della carrellata in soggettiva in avanti che riempie l’intera durata del corto fino al finale tragico riassume a suo modo il significato dell’atto suicida del regista (del proprio ideale di artista creatore onnipotente di un proprio universo concettuale), il suo sacrificio – condannare, racchiudendole in un prodotto, le possibilità artistiche dei propri prodotti, della propria maniera di interpretare il rapporto fra l’opera d’arte, il concetto retrostante, la trama, gli estremismi, gli stilemi del virtuoso.

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Dopo i debolucci Holiday, New Book, Way to your Neighbor e soprattutto Lokomotywa, si giunge a My window e Media, e quest’ultimo in particolare è un corto delizioso e magico, ai limiti del metacinematografico. Giungiamo or ora al 1981 e con esso: Tango, vincitore dell’Oscar come miglior cortometraggio animato 1982 (lo trovate qui sotto). Altro mini-capolavoro del suo genere, delizioso caotico viaggio in un mondo di esperienze personali e vita vissuta, attraverso lo specchio dell’animazione stop-motion che costituisce quindi una sorta di retro-visualizzazione della finzione e della realtà all’interno dell’opus.
Magico e geniale, precede in parte la poetica del minore ma sempre potente mediometraggio di videoarte The 4th dimension (1988), incredibilmente più fatuo ed inutile… ma anche forse più suggestivo, grazie al potente rapporto immagini-concetti-musica. Per mezz’ora, corpi (viventi e non) immobili si muovono attraverso le pieghe dello spazio-tempo con giochi ottici allucinanti, musicati con perizia e suggestione da un’elettronica anni ’80 che a lungo andare diventa sempre più ripetitiva, e noiosa… e di nuovo, nonostante ciò, nel suo essere tra i prodotti minori dell’autore, è interessantissimo. Si trova intero qui sotto, e la maggior parte degli altri lavori sono vedibili saltellando tra YouTube, Vimeo e Dailymotion. Imperdibili.

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LA QUARTA DIMENSIONE

TANGO

 

OH! NON RIESCO A FERMARMI

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