Woody Allen, ripensandoci: svolte

Woody

1965. Appena trentenne, l’ebreo Allan Stewart Königsberg, creatosi dal 1952 lo pseudonimo Woody Allen, scrive la sua prima, demenziale sceneggiatura, “Ciao Pussycat”, creata per la regia dello sconosciuto Clive Donner, basata vagamente su alcuni modi di fare di Warren Beatty a cui doveva essere dato il ruolo del protagonista, che alla fine però fu dato a Peter O’Toole, reduce del successone di “Lawrence d’Arabia”. Nel cast non mancano altre star: il grande Peter Sellers, anche lui dopo un grande successo (“Il Dottor Stranamore”), la bond-girl Ursula Andress, Romy Schneider e, in un piccolo impacciato ruolo, lo stesso Woody Allen. La trama demenzialotta è basata tutta sulla dipendenza sessuale dell’inglese a Parigi di turno (O’Toole) che, trovatasi una fidanzata fissa (Schneider), comincia a frequentare uno psicanalista (Sellers) ancora più fissato di lui. L’ossessione sessuale, l’alienazione, la timidezza e la tendenza alla ridicolizzazione di tutto sono alcuni dei temi tipici di Allen riscontrabili sin da questo film, per non contare l’innamoramento immediato dell’umorista per Parigi.
Dopo aver diretto da sè qualche altro film demenziale (uno su tutti: “Il dittatore dello stato libero di Bananas”), si dà a quello che secondo alcuni è il capolavoro della sua immaturità: “Amore e guerra” è sì un film parodistico come gli altri, ma è meno ‘slapstick’ (gag ‘fisica’, basata sui movimenti), più dialogato, e soprattutto crea uno dei suoi personaggi migliori, Boris Grushenko, interpretato dallo stesso regista e antitesi assoluta degli eroi alla “Ivan il terribile”. Non mancano inotre riferimenti geniali ai film di Ejzenstejn e Bergman, suoi miti.

L’allenista

Passano due anni e arriva “Io e Annie”: il trionfo dell’Allenismo? Un’affermazione assoluta della sua poetica. I dialoghi sono straordinari ed il risultato finale è semplicemente Woody Allen: come uomo, come artista. Non cerca di diffondere la sua filosofia, cerca di esporla per farla analizzare agli altri, non eliminando però frecciate dirette allo Show Business, alla hollywood becera e volgare, alla stupidità del genere umano, all’incoerenza dell’amore e alla sua malinconia. Il film è un’auto-psicanalisi, fatta anche tramite classici della barzelletta, un’ammissione assoluta del regista dei propri limiti e difetti, della propria situazione generale. È una tenera storia d’amore di divertimento assoluto (battute come “La masturbazione è sesso con qualcuno che amo” sono indimenticabili) ma che alla fine lancia un urlo disperato verso sè stesso, verso la propria maniera di vedere le cose, ma anche verso gli altri che non lo capiscono. Evidentemente però qualcuno in America l’ha, in effetti, capito, dato che nel 1977 il film riceve 4 Oscar: film, regia di Allen, sceneggiatura di Allen con Marshall Brickman, ottima Diane Keaton attrice protagonista.
Forse gasatosi per la pressione dei media o per la fama, il Nostro è ormai uno dei registi più amati e apprezzati d’America. Tutti gli chiedono di dirigere commedie di un tipo o di un altro, ma lui è bloccato dai fan, da chi ‘non lo capisce’ sempre, e, dopo “Interiors”, sua prima incursione esplicita nel dramma, dirige “Stardust Memories”, un rifacimento personale di “8 1/2” di Federico Fellini, uno dei suoi film preferiti, fatto in bianco e nero, autocompiuaciuto, scopiazzato, pretenzioso, ma divertente, guardabile.

Anni ’90

“Zelig” potrebbe essere il suo capolavoro. Non un capolavoro assoluto della storia del cinema, ma il suo film migliore, l’apoteosi del suo pensiero, del suo modo di fare, dirigere e sceneggiare i film, pensare. Un mockumentary (finto documentario) come già lo era il demenziale “Prendi i soldi e scappa” ma molto più esplicito e attuale: offre agli spettatori una sensazione che tutti hanno sentito, non solo lui, e che magari però non tutti hanno compreso. In questo, “Zelig” è davvero un film maestro che fa da ala sinistra alla commedia intelligente americana.
Nel 1987 è stato il turno di “Radio Days”, dopo “Hannah e le sue sorelle” che valse a Woody Allen un secondo Oscar per la sceneggiatura. È un film nostalgico e divertente, corale, basato sulla vita familiare di un giovane ipotetico Allen messa in parallelo con l’ascesa e fama di una cantante frivola interpretata da Mia Farrow. Il risultato è semplice, ma ci sono gradevoli pregi e piccoli difetti: il pregio principale è la scelta di Allen per un tipo di commedia più semplice e giovanile, adatta ad un pubblico più vasto e non principalmente a chi conosce le sue commedie e il suo stile (con i riferimenti intellettualoidi e/o sessuali); un piccolo difetto è la ricercatezza dell’elemento nostalgico che a volte è quasi ridicolo, e che nella coralità della storia perde fascino e credibilità.
“La dea dell’amore” è il film di punta di Woody Allen negli anni ’90. È il suo maggior successo commerciale del decennio, e non è solo grazie all’interpretazione non protagonista di Mira Sorvino, premiata con Oscar e Golden Globe, nel ruolo di una pornostar, madre del figlio adottato da Lenny (Woody Allen stesso) e Amanda (Helena Bonham Carter), che tradisce il marito con Jerry (Peter Weller, l’attore di “Robocop” e “Il Pasto Nudo”). La sceneggiatura è una delle più divertenti, intricate e brillanti di Allen grazie all’incastro tra commedia volgarotta ma non troppo (ha i suoi giusti limiti) e finta tragedia con rimandi incredibilmente espliciti alla cultura greca antica. Benché non sia un capolavoro, è piaciuto a tutti. E nessuno si immaginava che avrebbe totalmente concluso il primo periodo tematico di Allen.

Auto

Se il primo periodo tematico di Allen si è concluso con “La dea dell’amore” un motivo c’è. È stata, innanzitutto, la sua prima commedia a tema principalmente sessuale, ma in secondo piano anche la sua prima commedia impersonale. Allo stesso tempo è la summa del cinema di Allen dal ’65 in poi e l’estremo opposto; si può, anzi, benissimo dire che molti pensavano che sarebbe stato in realtà l’inizio di un ciclo. Ma, dopo “Tutti dicono I Love You”, con “Harry a pezzi” è arrivata la conferma che Allen era cambiato. Autocompiaciuto, volgare, auto-psicanalizzatore, pieno di riferimenti (alcuni kitsch) a “Il Posto delle fragole”, capolavoro di Bergman del 1957, fece capire a tutti che Allen odia l’immagine che l’America s’è fatta di lui. Un merito, in mezzo a migliaia di difetti. Se è vero che in alcuni punti è esilarante, che il ricco cast è simpatico (come i riferimenti oltre al già citato Bergman anche a Fellini) e che la sequenza poco prima del finale ambientata all’Inferno (in cui Billy Crystal è il credibile diavolo) è ben costruita, il film è troppo focalizzato su come Woody Allen appare che su come Woody Allen È, che dovrebbe essere il soggetto del film ma che alla fine diventa, purtroppo, la sua antitesi grottesca.
Con “Celebrity” la storia cambia. Woody Allen non è più attore e lo sostituisce un bravissimo Kenneth Branagh che gesticola come il regista ma recita in maniera diversa e ha un’intellettualità ed un senso morale diverso e che quindi non diventa un suo alterego. Il film è corale e in bianco e nero, ed è un grido disperato d’aiuto che il regista manda a tutti, per far capire a tutti come si sentono i ‘pesci fuor d’acqua’ come lui. Vero anche, però, che c’è troppa attenzione sui comprimari (tra tutti spiccano Leonardo DiCaprio, misogino e cocainomane – ovvero l’opposto di “Titanic”, uscito l’anno prima – e la sexy Charlize Theron) e troppa poca sui protagonisti (Branagh e Judy Davis, nevrotica e bravissima). Anche qui regnano, in mezzo alla falsa umiltà, autocompiacimento e volgarità, ma abbondano le risate e si perdona.

Disaccordi

“Accordi e disaccordi” è la fine del breve momento autocompiaciuto di Allen. Ad assomigliargli, ma solo per movenze (come Branagh in “Celebrity”), è Sean Penn nel ruolo di un jazzista non esistito il cui ego ha qualcosa di ricollegabile allo Zeno di Italo Svevo: la malattia qui non è ‘smettere di fumare’ ma ‘continuare a suonare’, e il padre di Zeno si trasforma nel chitarrista davvero esistito Django Reindhart. Penn è bravissimo, come anche la non protagonista Samantha Morton nel ruolo della sua prima fidanzata muta, e la storia è molto bella, divertente anche se finisce tragicamente. E c’è anche spazio per un cammeo di Allen. Uno dei suoi film più sottovalutati.
Qualche piccola commedia malriuscita e si giunge al film che Allen considera il proprio migliore: “Match Point”. Giunto nella senilità, il regista-sceneggiatore è (nuovamente) disperato e sforna un film drammatico incredibilmente riuscito. Come protagonista sceglie Jonathan Rhys-Myers, bravo ma antipatico attore irlandese, che si cimenta in un ruolo adatto al suo viso e per il quale sarà sempre ricordato. Cinismo e pessimismo a palate, in cui Woody Allen, al culmine dell’odio per l’ignobiltà del genere umano, distrugge il mito del Caso (dicendo che esiste la ruota della fortuna, ma gira spesso nella direzione sbagliata), dice implicitamente che Dio non esiste e nel finale rasenta la crueltà. Forse anche per l’interpretazione di Scarlett Johansson (che una volta per tutte fa capire di non essere solo una bellissima donna ma anche un’attrice più che valida), potrebbe essere davvero il migliore film di Woody Allen. Anche perché, scelta originale, richiede allo spettatore non di immedesimarsi con il personaggio ma di immedesimarsi con il regista che osserva con sguardo critico, cercando di sprofondare nella coscienza.

Seguono 5 commedie ed un dramma. Sorvolando il dramma (“Sogni e delitti”, 2007, simile a “Match Point” in quanto anch’esso analizza il senso di colpa), le 5 commedie sono simpatiche: “Scoop” è una paracommedia dai dialoghi scoppiettanti che mostra una Scarlett Johansson protagonista reduce dal successo di “Match Point” e diventata alterego al femminile di Allen (cosa strana dato che nel film c’è come attore anche Allen stesso, lontano però mille miglia dal Woody Allen VERO, se non fosse per la frase “Ero ateo, ma mi sono convertito al narcisismo”); “Vicky Cristina Barcelona”, primo film ‘turistico’ di Allen, è ambientato in una Spagna colorata con una Penelope Cruz che ebbe l’Oscar e, di nuovo, Scarlett Johansson (un po’ la Mia Farrow del 2000 per il regista), ha il difetto di rappresentare Barcellona in una maniera troppo “da cartolina”, ma si avvale di una storia romantica abbastanza simpatica e di bei dialoghi, anche se gli stereotipi alleniani si fanno di film in film più ripetitivi; “Basta che funzioni” è uno dei migliori film del regista, che utilizza il comico Larry David nella stessa funzione che ebbero in passato Kenneth Branagh e Sean Penn, ma che è soprattutto un esercizio di acting per la giovanissima ed eccezionale Evan Rachel Wood che rende il film gradevolissimo e divertente come pochi, forse nessun film del regista; “Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni” è invece uno dei peggiori film di Allen, in quanto è una commedia per il tono, la colonna sonora e i dialoghi, ma fa così poco ridere ed è così artificiosa e nonsense che ci si chiede seriamente se dovrebbe, invece, essere un film drammatico (detto questo però Josh Brolin è bravissimo); e infine “Midnight in Paris”.

Toma

Di “Midnight in Paris” s’è discusso tanto. Per concludere una volta per tutte ogni singola valutazione che gli è stata data, meglio dare un taglio netto con una valutazione completamente oggettiva: i dialoghi sono simpatici e divertentissimi, gli attori, soprattutto la Cotillard, sono tutti bravi (Wilson compreso) e l’idea è divertente e affascinante. Ma anche qui Parigi è da cartolina, i personaggi sono stereotipatissimi e la storia, che rasenta il fantasy, è troppo artificiosa, tant’è che Gianni Canova, critico cinematografico italiano, giustamente l’ha definito “Cinepanettone radical chic”. Se Woody Allen non si emozionasse mentre venera i suoi miti, il film sarebbe freddo e mentale. Oscar alla sceneggiatura inspiegato e inspiegabile.
Da poco è stato pubblicato il trailer di “To Rome with Love”, nuovo film di Allen ambientato a Roma. Penso che il modo in cui la nostra capitale verrà rappresentata non sia un mistero, ma la storia è a episodi (alcuni con attori italiani tipo Roberto Benigni, Antonio Albanese o Alessandro Tiberi, lo stagista di “Boris”). Il film uscirà da noi a breve, il 20 Aprile. Il trailer sembra qualcosa di banalotto ma potrebbe far ridere, in particolare forse per l’episodio che avrà come protagonisti Jesse Eisenberg (Zuckerberg in “The Social Network”) e Ellen Page (protagonista di “Juno” e co-protagonista di “Inception”): una coppia abbastanza giovane a cui si aggiunge il noto Alec Baldwin. Meglio aspettarci il peggio, anche a causa della battuta finale di Penelope Cruz sul ‘lavorare di schiena’, ma alla fine potrebbe anche essere un gran bel film. Il giudizio vada a chi può.

7isLS

PROMO: A ROMA CON AMORE

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