Werner Herzog: L’ignoto spazio profondo e il cinema

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Werner Herzog è un regista tedesco attivo dagli anni ’60, considerato generalmente tra i pionieri del Nuovo cinema tedesco, un’imponente corrente che ha contribuito molto alla rinascita del ruolo della Germania nell’ambiente artistico mondiale, insieme a Wim Wenders (regista di Paris, Texas, Il cielo sopra Berlino e Pina) e Rainer Werner Fassbinder (regista di Querelle de Brest).

Un maestro?

Il suo cinema è noto per essere introspettivo, ma anche bizzarro; poetico, ma anche grottesco; pittorico, ma molto allucinato; i suoi film analizzano la natura e l’anima umana, tramite gli specchi deformi della finzione, dei monologhi interiori (quelli di Aguirre hanno influenzato l’opera omnia di Malick e l’Apocalypse now di Coppola). E, nonostante il cinema mondiale dall’inizio della sua carriera al giorno d’oggi si sia molto modificato, il suo stile e i leitmotiv del suo cinema sono rimasti invariati, dal grottesco Anche i nani hanno cominciato da piccoli (ispirato da Freaks di Browning e ispiratore assoluto di registi come Harmony Korine, erede artistico protetto dal regista) ai documentari illuminanti come Cave of forgotten dreams e Grizzly man, dal capolavoro Aguirre al debole My son my son what have ye rone prodotto da David Lynch e interpretato da Michael Shannon, dalla meta filosofia dell’uomo-animale di L’enigma di Kaspar Hauser al dramma lirico Invincible: passando, dunque, attraverso L’ignoto spazio profondo.

L’ignoto spazio profondo

L’ignoto spazio profondo di Werner Herzog è tra i film più particolari di tutta la sua carriera a detta sia dei fan che dei detrattori, e per un regista poliedrico e discusso come lui, per il quale un film regolare si può considerare Invincible, è tutto un dire.
Vincitore del premio FIPRESCI (Fédération Internationale de la PRESse CInématographique) alla 62° mostra del cinema di Venezia nel 2005, L’ignoto spazio profondo appartiene ad un genere cinematografico di per sé non sono anticonvenzionale, ma, per definizione, anche impossibile e inaccettabile rispetto ai normali canoni della narrazione cinematografica: è infatti un documentario di fantascienza. Un alieno antropomorfo, interpretato da Brad Dourif, caratterista statunitense noto per i suoi ruoli nei film di Lynch (Dune, Velluto Blu), di Forman (Qualcuno volò sul nido del cuculo) e Jackson (due capitoli di Il Signore degli Anelli), si trova sulla Terra a conversare con la telecamera, raccontando di come è giunto sul nostro pianeta e su come, per risolvere un problema futuro riguardante la possibile inabitabilità di esso, degli scienziati NASA sono andati attraverso galassie fino a visitare il suo pianeta d’origine, chiamato appunto Ignoto spazio profondo (pessima traduzione dell’originale “Wild blue yonder”, espressione arcaica dal significato di «Selvaggia meraviglia blu»).
Con un atteggiamento eccentrico e caricato, il nostro alieno fa riferimento a vari concetti cari al regista, come la liberazione della natura e la scoperta delle forme di vita, ma narra da un punto di vista anticonvenzionale anche il discutibile atterraggio alieno di Roswell, e commenta il degrado delle periferie americane. Le riprese fatte dalla NASA sull’astronave e nei ghiacciai dell’Ignoto spazio profondo sono state girate con un vero team NASA sotto i ghiacciai del polo Sud. Le riprese sono ottime e suggestive, e curiosa è la colonna sonora, composta da Ernst Rejiseger -che chiaramente in mente ha le melodie dei Popol Vuh, che alimentavano il fascino atmosferico dei primi film di Herzog (come Cuore di vetro)- per un coro di pastori sardi.

Universo, uomo, spazio

Manco a dirlo, Herzog usa questo film per fare un discorso riassuntivo sui temi portanti del livello oltre-narrativo della propria opera: l’anima umana ed il suo rapporto con il corpo umano, la natura, lo spazio, l’universo, la bellezza di ciò che esiste. Secondo il mio parere personale, se il film non fosse di Herzog perderebbe metà del suo fascino, ma non a causa di un qualche credo nell’importanza dei nomi -se un imitatore di Lynch riesce a fare un film più bello dei suoi, glielo riconosco (es. The Living and the dead, di cui ho scritto qui, film inglese di Simon Rumley ispirato molto al regista americano, mi pare superiore a molti film dell’ispiratore, inclusi The elephant man e Strade perdute)- bensì perché questo film avrebbe meno senso se fosse fatto da uno che si ispira al grande regista tedesco, in quanto L’ignoto spazio profondo è come un breve testamento che vuole riassumere oltre quarant’anni di film sul tema. E, sebbene non sia un capolavoro, ci riesce: la poesia di Herzog, che affascina i cinefili da tempo immemore, si cristallizza nei colori gelidi e nei monologhi deliranti di un mondo a metà tra l’artificiale forzato ed il verosimile affascinante, con una tesi finale che è nella metà precisa fra la disperazione e l’enfasi di un inchino alla bellezza terrificante dell’universo.
L’ignoto spazio profondo è un urlo autocitazionista riferito ad un mondo di colori e di arte a cui il cineasta ci ha abituato con il suo intricato spazio profondo di pensieri interiori e innaturale misantropologia. Non a caso Herzog lo considera il capitolo finale di una trilogia di semidocumentari iniziata con Fata Morgana e Apocalisse nel deserto, che hanno in comune una presa per i fondelli dei canoni di regia, del linguaggio visivo e della gestione del testo.

Chi è Herzog?

Chi è Herzog? Herzog, come i precedentemente analizzati Ingmar Bergman e (un po’ meno) Terrence Malick, ma anche, tra gli altri, Peter Greenaway, David Cronenberg, John Carpenter, Harmony Korine, e pure (a modo suo) David Fincher, è un misantropologo che ha scelto di esprimersi tramite l’ardua arte del raccontare tramite immagini in movimento, e che ha deciso di esprimere ciò in maniera difficile: senza parlare direttamente dell’odio per l’uomo, come ha fatto anche Malick, ma anzi girando attorno a concetti astratti come Dio e la natura, ma anche sul realismo tragico di documentari o minidocumentari su guerre o drammi naturali di grande portata.
L’Ignoto spazio profondo è quindi un riassunto di una filmografia complessa e variegata e se non fosse tale non sarebbe il gran film che è. Un’esperienza non indimenticabile ma potente, e sottovalutabile. Da rivedere e risentire, un gioiello unico per la retina.

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