Vladimiro Giacché / Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa

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Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa di Vladimiro Giacché (Imprimatur, 352 pp., 18 europei) è un libro che va letto e andrebbe discusso per due ordini di motivi, strettamente compenetrati: storico e di viva attualità. [Per amor di precisione e coerenza: letto e discusso come è stato fatto a Pisa il 6 dicembre, in un incontro con l’autore e Gian Mario Cazzaniga. L’immagine in apertura, realizzata dall’estensore dell’articolo, viene dall’annuncio dell’evento in rete; e anche questo testo è stato letto colà, a mo’ d’introduzione alla discussione, con poche modifiche, NdCdc].

TINA

Il tornante 1989-91, segnato dal crollo del muro di Berlino e del Blocco Est – un cambiamento che ha investito la vita quotidiana e le mode culturali, così come le forme di organizzazione e partecipazione politica, ha costituito un punto di svolta fondamentale per il mondo così come lo si conosceva. Tale svolta è ultranota, in primo luogo perché ci è stata presentata come il momento della vittoria della democrazia liberale contro il totalitarismo, lo spartiacque in cui smette di aggirarsi per l’Europa lo spettro del comunismo – insomma, nel modo più volgarmente ideologico, ci è stata presentata come il momento della «fine della storia» ed attorno a ciò si è costruita una nuova «grande narrazione». In sintesi possiamo dire che la caduta del muro di Berlino e l’unificazione della Germania vengono raccontati come il vero e proprio mito di fondazione dell’Europa, unita sotto il segno della democrazia neoliberale e dell’economia di mercato.
E’ noto che per indicare il trionfo del neoliberismo, sia come ideologia politica che come formazione economica, Margaret Thatcher usava l’espressione TINA, There Is No Alternative, non ci sono alternative. E’ significativo che il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder l’abbia recuperata nel 2004 per presentare il pacchetto di riforme Agenda 2010, che comprendeva una serie di misure dirette a stimolare la “competitività” del paese, in ottemperanza al processo di Lisbona, con severi tagli al sistema sanitario e previdenziale. E già diversi settori della sinistra italiana si erano affrettati, dopo il crollo del Blocco Est, a seguire la via indicata dalla Thatcher. «Non c’è dubbio che la sinistra non debba restare impigliata in posizioni incerte o equivoche rispetto alla necessità di costruire in quei paesi un’economia di mercato sulle rovine di un’economia di comando»: così scriveva nel 1991 un dirigente della destra “riformista” del PCI, limitandosi ad aggiungere che era necessario «garantire una rete di protezione sociale per i “perdenti” della transizione all’economia di mercato» (Giorgio Napolitano, Quel che cambia per la sinistra europea, conferenza al Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Yale, oggi in Europa e America dopo l’89. Il crollo del comunismo, i problemi della sinistra, Laterza, Roma-Bari 1992, pag. 37).  Tale protezione, ovviamente, non ci fu.

TIA

Questo libro invece interessa in quanto indaga la storia di un’alternativa, di un’economia non capitalistica, e della sua sconfitta. Questa storia non conferma, ma al contrario affronta di petto la sentenza di Margaret Thatcher, e la contraddice. Questa storia, la storia dell’instaurazione del mercato capitalistico nei territori dell’ex Repubblica Democratica Tedesca, insegna che il mercato non è un sistema di relazioni naturali, né tantomeno ottimali; esse sono relazioni storiche e politiche, sono rapporti sociali, rapporti di classe. Non c’è lo Stato minimo che lascia fare il libero gioco dei soggetti economici; c’è uno Stato protagonista, le cui strutture ed istituzioni apposite mettono in atto politiche economiche dirette alla creazione di questi rapporti di proprietà capitalistici. E’ il caso in primo luogo della celebre Treuhandanstalt, l’istituto di amministrazione fiduciaria cui fu dato il compito di forzare nei ranghi dell’economia di mercato il sistema delle imprese cresciute sotto il socialismo. Si tratta di un processo che si ripete costantemente nella storia del capitalismo, e che è nell’essenza paragonabile alle massicce espropriazioni che avvennero in Inghilterra al momento dell’invenzione della società di mercato e della rivoluzione industriale, come ci hanno raccontato grandi storici come Marx, Polanyi, Thompson. E si tratta di un processo del tutto paragonabile alla fase che stiamo vivendo, in cui la crisi, come scrive Brecht, ci viene presentata come una brutale catastrofe naturale, accanto agli acquazzoni e alle nevicate, ma è, sotto la direzione degli Stati, l’occasione dell’attacco politico frontale al Welfare State –in Grecia, in Spagna, in Italia, in Francia.
Un altro aspetto della politica economica cui Giacché presta molta attenzione è la decisione da parte di Helmut Kohl di porre a 1:1 il cambio tra marco tedesco occidentale ed orientale. Una manovra che molti, allora ed ancora oggi, ritennero un atto di grande generosità da parte di Kohl, ma di cui Giacché rileva i reali obiettivi politici, ovvero, in sintesi, quello di stabilire rapidamente un legame indissolubile con l’economia dei territori orientali in un momento in cui la riunificazione non era affatto scontata, e subito dopo stroncare la competitività delle imprese. Questa è la storia della moneta come strumento politico: una storia che ha molto da dirci sulle dinamiche dell’unificazione monetaria europea, che è stata in buona sostanza cucita su misura per l’economia tedesca. Noi vediamo che l’Italia è entrata nelle strutture commerciali e monetarie europee al guinzaglio della Germania -e che questo guinzaglio si è rivelato un cappio. Ha molto da dirci però anche sui dibattiti che riguardano l’uscita o meno dell’Italia dall’area euro: nessuna delle due opzioni può essere considerata una soluzione in sé, ma dipende da come viene di fatto diretta politicamente.
Vladimiro Giacché vuol fare i conti con la memoria storica del socialismo di Stato, e dunque del movimento operaio e comunista. Mi spiego meglio: non una «rivalutazione» identitaria e nostalgica, ma un «fare i conti» approfondito, documentato e senza pregiudizi né tabù. Questa dunque non è una riflessione rivolta al passato, ma insegna anche a comprendere la genesi e quindi la struttura profonda del nostro presente, delle conflittualità che hanno diviso l’Europa e che la attraversano ancora.

Bruno Settis

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