Vetrina: usignoli e gabbie

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La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
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Carla Muschio
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Lettura

La libertà è così preziosa che l’usignolo, quando ne è privo, smette di cantare. Lo stesso vale per le persone. Per quanto forte sia la tentazione di limitare la libertà di un altro così da averlo sempre accanto, bisogna mettere in conto che costui, “in cattività”, perderà quelle stesse doti che ci avevano spinto ad imprigionarlo. È solo se l’altro è libero e se noi riusciamo ad avvicinarci a lui con rispetto che potremo condividere le belle cose per cui lo desideriamo, il suo «canto».

Vetrina

Francesca Taddei
Nessun animale in cattività mantiene gli stessi comportamenti etologici che avrebbe in natura. L’impossibilità di muoversi liberamente, la solitudine o al contrario la convivenza forzata con i «compagni di gabbia» portano infatti a vivere una vita molto diversa da quella che sarebbe propria di ogni specie.
In molti casi poi il disagio porta a comportamenti auto o eterolesionisti: roditori che divorano la propria prole, galline che si beccano l’un l’altra provocandosi gravi ferite, uccelli che si strappano le penne, animali di molte specie che si azzuffano tra di loro, arrivando anche a uccidersi. Quelli che non presentano comportamenti aggressivi, manifestano magari il disagio in altro modo, con atteggiamenti ossessivi. Pensiamo agli elefanti legati che si dondolano, ai grandi felini in gabbia che si muovono all’infinito su e giù in due metri di spazio, ai delfini che girano ossessivamente in tondo nelle vasche di cemento, a tutti gli sguardi spenti e apatici al di là delle sbarre.
“libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”

Rosa
Di un uccello possiamo dire che ha una vista d’aquila, la simpatia di un passerotto, l’eleganza di un airone,  la gioia  dello stormo di rondini, ma raramente pensiamo alla loro capacità di ascolto. Eppure per cantare bene bisogna saper ascoltare  bene. Per chi è stato sordo dalla nascita è più difficile imparare a parlare. L’usignolo in gabbia non «sente» più la vita e non può più cantarla.

Elena Trabaudi, Il ruolo
Siamo tutti ingabbiati, se non altro in un ruolo. Mi si potrà obiettare che però, a differenza dei volatili, la gabbia ce la scegliamo da soli.
Vero, ma questa constatazione non rende meno amara la coscienza di non essere liberi.
Sarebbe bello cantare, cantare a voce spiegata in un prato verde, senza essere guardata con un ghigno di ironia.
Ma tanto so già che, se fossi completamente libera di esprimere me stessa, alla fine sarei attanagliata dalla tristezza o dalla noia. E quindi accetto la realtà.
L’unico dubbio che mi rimane è: sono simpaticamente incontentabile o amaramente sfigata?

Pietro V.
Ogni gabbia ha due lati: uno interno e l’altro esterno. Chi mette qualcuno o qualcosa in una gabbia non sa di vivere in una gabbia così grande, e con sbarre così sottili, che non se ne rende proprio conto. Il suo cielo è cartone dipinto ma lui la chiama libertà.

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