Vetrina: trecento damigelle per Ivano

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La vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è il finale della storia scritto da me, esattamente come per i lettori.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma alla fine dell’anno «scolastico» i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte, come di consueto. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. In apertura, un dipinto di Herbert James Draper su
Ginevra come regina dell’amor cortese mentre si scambia gli sguardi con Lancillotto).

Carla Muschio
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Finale

Ne furono inorriditi. Si scatenarono come leoni richiedendo giustizia e, dopo strenua lotta, la ottennero. Per poter continuare a lavorare per il mercato estero, i due affaristi furono costretti ad offrire alle lavoratrici condizioni di vita e di lavoro umane.

Vetrina

ELENA TRABAUDI
I sindacalisti italiani vedono le condizioni assurde in cui le operaie sono costrette a vivere, innanzitutto, e poi a lavorare. Si guardano increduli e decidono di intervenire, ma come? La soluzione non è facile in Cambogia. I due affaristi sono quanto mai pericolosi, è gente con la quale non si scherza: durante il giro nella fabbrica, un addetto armato li seguiva passo passo, e quando i nostri si sono scambiati qualche sguardo esterrefatto, il guardiano ha impercettibilmente toccato la pistola come per minacciarli.
Tornati all’albergo, telefonano al loro referente sindacale in Italia, spiegandogli la situazione. Stanno per dirigersi nelle loro camere quando un’elegante signora in completo Valentino e tacchi a spillo entra nella hall, si presenta come addetto stampa di non so quale politico locale e li invita a un cocktail in loro onore nella sede del Parlamento. I tre si guardano perplessi, ma il tono di lei non dà possibilità di rifiuto; salgono nella lussuosa macchina e scompaiono.
In Italia le autorità hanno provato a chiedere spiegazioni, senza alcun risultato. La ditta italiana ha organizzato una serata di beneficenza per ricordare i tre sindacalisti scomparsi e ha devoluto il ricavato alla Caritas. Soltanto i parenti degli sfortunati ogni tanto alzano la voce per chiedere che venga accertata la verità, mentre tutti intorno a loro si chiedono quando la pianteranno di disturbare il quieto vivere.

 

LODOVICO RE
La fabbrica della produzione era collocata in Giappone, ma utilizzava manodopera di operaie cinesi clandestine. Clandestine e quindi poco in grado di difendersi e impossibilitate a rivolgersi alla polizia. Erano minacciate di morte e loro sapevano che la mafia giapponese, gli Yazukas, non scherzano su questo. Loro ne fanno anzitutto una questione di prestigio ed il prestigio nell’ambiente è tutto. E poi la polizia non fa mai indagini per la morte di una cinese clandestina.
Naturalmente la fabbrica, oltre che difficilissima da trovare, si dimostrò impenetrabile. Giorgio fu quello della compagnia che meno si rassegnava al fallimento della loro missione, ma neanche lui sapeva più cosa fare.
A lui Tokyo era piaciuta molto. Soprattutto di notte: anzi, viveva solo di notte. Anziché andare in albergo, restava per le strade di Shimbuya fino all’alba, quando i primi treni ripartivano, riversando in città i primi lavoratori del giorno.
Frequentando i caffè della notte, una sera incappò in una ragazza che da sola, al tavolino di un bar, era immersa nella lettura di un libro alle tre di notte. Lui le fece una foto e lei, anziché prendersela a male, lo invitò con propria stessa sorpresa a sedersi e a fargliela vedere.
Si parlarono in un misto di cino-giapponese-inglese e lingua dei gesti per scoprire che lei… era una operaia della famigerata fabbrica. Piano piano con questo cavallo di Troia fu possibile raccogliere molta documentazione nel corso delle settimane (oramai di tutta la missione di sindacalisti italiani era rimasto in Giappone solo lui e probabilmente a quel punto in Italia lo avevano anche già licenziato). Con questo materiale scottante in mano prese a contattare alcuni giornali giapponesi ed uno infine lo ricevette, anche con un certo interesse. Una sera fu contattato da un misterioso personaggio dall’accento giapponese ma che parlava in lingua italiana. Voleva parlare con lui dal vivo dell’argomento.
L’appuntamento fu nel salone d’ingresso di un “love hotel” di lusso, nel quartiere a luci rosse. Dopo un drink il tipo in stentato italiano ma con tono determinato disse che il suo articolo doveva sparire e lui con l’articolo lasciare subito il paese. Giorgio in fretta e furia riparò subito in Italia. Una volta rientrato si chiedeva cosa fare. Gli Yazukas avrebbero saputo trovarlo anche nel suo Paese. Ma la tentazione era forte. Cosa fare di tutto il suo materiale? La pièce teatrale ebbe un successo incredibile la stagione successiva a questi fatti.

 

LUCIANO MADRISOTTI
In un paese lontano Ivano giovane militante di un partito al governo lo abbandona per le cose non condivisibili che vede al suo interno. Accompagnato da un’amica digiuna di idee politiche ma desiderosa di aiutare la gente e dal suo inseparabile cane si reca ad un altro partito, che però vuole chiamarsi movimento, dove pare alberghino i più alti valori e la maggiore onestà. Vede subito però i padroni, due figuri minacciosi ed equivoci, l’uno coperto da un lercio pelame l’altro con uno sguardo ed un aspetto di ferocia e follia, che dominano una massa di poveretti, si direbbe anzi di miserabili, soggetti anche ad un gruppetto di pretoriani addetti a punirli se ricevono l’ordine. Tra questi servi spiccano un bellimbusto senza arte né parte ed un segaligno chiacchierino, che subito si scagliano su Ivano per ridurlo all’obbedienza e al silenzio, temendo il contagio delle argomentazioni critiche da lui svolte. Ivano sta per soccombere agli assalti specie del bellimbusto nerboruto, essendo l’altro dotato di più femminea debolezza, ma ad un tratto il suo cane si libera dal cappio con cui i pretoriani l’avevano legato e si attacca alle loro caviglie mordicchiandoli. I due inopinatamente terrorizzati perdono ogni baldanza e se la danno a gambe. La fanciulla volonterosa e vergine di politica scoppia allora in una travolgente lunghissima risata che rivolge anche ai due padroni i quali, presi dallo sgomento e lasciati soli, si percepiscono infine per quello che sono, un vecchio laido ed un pazzoide, e se ne fuggono in luoghi oscuri dove non si sappia nulla di loro. I poveretti già tiranneggiati tornano nel mondo non sappiamo bene con quale destino ma liberati infine da tante frottole.

 

PAOLA

I sindacalisti giunti in Oriente si rendono subito conto della situazione di sfruttamento.
Istruiscono le donne che consce del loro valore si mettono in proprio e aprono piccole filiali nel paese, dove si insegna il lavoro e a considerarsi persone.
A non sfruttare e non accettare lo sfruttamento.
Fu un’alba per molte… e lo sarà per molte di più.

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