Vetrina: tiri alla fune

La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!

Lettura. Il tiro alla fine è giocato ritualmente in alcune società tradizionali, in circostanze quali le feste e i matrimoni, e si presta a descrivere la lotta tra due polarità: il bene e il male, la buona e la cattiva sorte, due fazioni in conflitto. Nella mia interpretazione io utilizzo il tiro alla fine per descrivere i movimenti di forze che si attivano negli scambi tra due persone o gruppi. Ho osservato che in ogni incontro è come se ciascuno tenesse in mano l’invisibile corda di un tiro alla fune. Inizialmente il punto mediano è equidistante dai due, ma poi uno dei due interlocutori, o ambedue, tira la corda. Se le forze sono pari, la corda non si sposterà e ciascuno manterrà il suo terreno. Può capitare però che un uomo uscito a passeggio tutto allegro, dopo l’incontro con una persona tetra perda il suo buonumore. Succede anche il contrario, che la giovialità di uno tiri l’altro fuori dalla sua malinconia, seguendo la corda verso uno stato più ameno.
Con la metafora del tiro alla fune si capisce anche perché certi ambienti ispirano malinconia o invece mettono allegria. È come se quando uno entra in contatto con quel luogo si materializzassero invisibili giocatori che danno mano alla corda del tiro alla fune. Chi è più forte vince.
Non è neanche una questione di stazza ma di forza e di impegno nel tiro. Se tu, felice nel tuo stato d’animo, te ne stai lì ignaro della corda, rischi di finire ruzzoloni.

Carla Muschio

Stefania Berutti. “Dario, amore, mi prendi per favore le pinze?” “Dove sono papà?” “Mah.. credo siano sul tavolo nello sgabuzzino…”
“No, aspetta.. forse è meglio la chiave inglese, dovrebbe essere nella cassetta degli attrezzi..comunque sempre nello sgabuzzino”
“Dario, vieni ad aiutarmi! Sta piovendo!”
“Ok, mamma.. arrivo..” “Dai su! Che sennò si bagnano tutti i panni… !!”
“Sì, ora vengo” “Dario, già che ci sei prendi anche la bacinella insieme alla chiave inglese!” “Ok!”
“Allora..io ho già raccolto quasi tutto.. con comodo, signorino” “Sì, scusa mamma, è che dovevo portare due cose al babbo”
“Mmh.. sì, vabbè.. qui però si bagna tutto. Appoggia la roba sul letto in camera”
“Dario.. ho paura che la chiave inglese non sia sufficiente, mi prendi anche le pinze?”
“Sì, un attimo..” “Dario! Non strusciare le lenzuola per terra! E che cacchio! Sono pulite!”
“Babbo.. io le pinze non le trovo” “Guarda bene, sono sul tavolo DI SICURO”
“Sarà..io non vedo nulla” “Aspetta! Eccole qua….mi ci ero sdraiato sopra! Ecco cos’era che mi pungeva la schiena..”
“Dario, appena hai fatto con il babbo vieni qui ché ti faccio l’orlo ai pantaloni per la scuola”
“Sì mamma”
“Dario, mi aiuti a rialzarmi? Mi sa che ‘sto lavandino va fatto vedere all’idraulico, io con ‘ste cose nuove non so che farci” “Sì babbo” “Quello che avevamo prima andava bene, ma poi tua madre ha voluto cambiarlo .. ed ecco che si intasa!”
“Dario dai, che almeno finché c’è luce voglio mettere gli spilli all’orlo”
“Ecco, arrivo”
“Bravo, stai fermo che faccio in un attimo”
“Dario! Fai vedere se riesci a prenderla, dai.. di testa!”
“Dario, stai fermo” “Babbo! Tirala di nuovo, dai che vedo se ce la faccio!” “DARIO!!” “Ahi! Mamma!” “Eh certo, se mentre ti metto gli spilli tu ti muovi.. è certo che ti pungo!”
“Viviana, ma hai fatto o no?” “Un attimo Sergio…ecco, è tutto tuo!”
“Forza Dario, vediamo se riesci a fare gol!” “Ora arrivo babbo!!”
“Dario, li hai finiti gli esercizi di matematica??Guarda che domani ti interroga!” “Mi mancano ancora tre problemi, ma tanto faccio presto” “Non se ne parla di farli dopo cena, vieni qui che li facciamo insieme”
“Viviana, ma lascialo respirare! Dario vieni qui che mi dai una mano con la tapparella, mi sa che si è bloccata di nuovo, reggimi la scala” “Arrivo babbo”
“Dario, forza, ti ho preso io il quaderno, vieni qui mentre metto su l’acqua per la pasta finisci questi problemi di geometria” “Sì, d’accordo”
“Sergio… ti prego non lo distrarre…” “Dario..chi sono??” “Sei un coniglio!” “Bravo! Indovinato” “Sergio.. togliti quelle calze dalle orecchie, dai, che sono appena lavate!”
“E ora chi sono?” “Sei.. la mamma!” “Sergio, togliti quelle scarpe.. me le sformi tutte!Dario, hai fatto con questi esercizi?””Sì, sì..ora” “E smetti di incantarti, mettiti a lavorare ché tra poco è pronta la pasta”.

“Ma la vuoi smettere di distrarlo? Quando ci sei tu non riesce mai a studiare” “Viviana, ha 8 anni, non è che può studiare fino all’ora di cena, deve anche un po’ svagarsi.. è un bambino, in fondo” “Si svaga già abbastanza, non lo porti a calcio tre pomeriggi a settimana?” “Sì, va beh, è per evitare che si rincretinisca tra Scout e catechismo..se non fosse per le partite passerebbe i fine settimana all’oratorio!” “A parte il fatto che Don Fabio è un uomo d’oro e che in quell’ambiente almeno non sente tutte le parolacce che vi urlate voi padri di là dalla rete a bordo campo… e comunque stai sicuro che nella vita gli serviranno di più le uscite con gli Scout che non 90 minuti dietro a un pallone fangoso!”
“Ma dov’è finito? Darioooo dai che si mangia.. a tavola!”
“Fuori non è, sta ancora piovendo” “Forse è davanti alla tele.. se lo becco di nuovo con i cartoni animati a quest’ora!!”
“Aspetta.. guarda.. è in stanza”
“Guardalo.. sembra un angelo.. come dorme bene…..”

Francesca Taddei. Quando arrivarono di fronte alla porta, Marta si sentì mancare il fiato. L’aspettava un altro di quei terribili pranzi con i suoceri e come ogni volta avrebbe dato qualsiasi cosa pur di non essere lì. Invece varcò la soglia, diligentemente, e riuscì pure a formulare un generale “Buongiorno”. Quella fu l’unica parola che pronunciò nella prima mezz’ora di permanenza in quella casa, in quanto non ci fu bisogno di dire altro. Suo marito si era infatti accomodato sul divano, accanto al padre, e si era messo a guardare la televisione; intanto, in cucina, la suocera continuava ad affaccendarsi intorno ai fornelli per preparare il pranzo.
Marta girellò un po’ per la stanza, poi si sedette su una poltrona e si mise ad aspettare. Con un vago senso di liberazione accolse l’invito a sedersi a tavola; il suocero spense a malincuore la televisione del salotto e si sedette di fronte a quella di cucina. Quindi ci fu l’immancabile alterco tra i due padroni di casa: lei voleva continuare a vedere la messa sul primo canale, lui invece voleva seguire le prove del gran premio. Marta decise di internarsi nella pastasciutta scotta e di non fare più caso a nulla. Il pasto trascorse così, tra qualche monosillabo di commento a ciò che diceva la televisione e qualche comunicazione di servizio tipo mi passi il sale?, vuoi ancora piselli? Ecc… Dopo pranzo si sedettero di nuovo in salotto, dove fu servito il caffè e dove gli uomini si concessero pure un bicchierino. Quando finalmente, a pomeriggio inoltrato, uscirono da quella casa, Marta tornò a respirare.
Quella stessa sera, dopo un giro nel centro della città a guardare le vetrine chiuse dei negozi, si trovarono di nuovo di fronte a una porta, questa volta dei genitori di Marta. E questa volta chi sentì mancare il respiro fu Leonardo. Appena varcata la soglia, sua moglie sparì in cucina ad aiutare la mamma, mentre il suocero lo ghermì per mostrargli le sue ultime creazioni. Quell’uomo era il classico “aggeggione”, e da quando era andato in pensione si era dato anima e corpo al fai-da-te. In garage teneva una quantità di attrezzi da far invidia a una cooperativa di falegnami, elettricisti e idraulici e non perdeva occasione per vantarsi della sua abilità. Leonardo avvertiva ogni volta un’allusione neanche tanto velata al fatto che lui invece per i lavoretti di casa era proprio negato.
Giunse il momento della cena. A tavola, di fronte all’arrosto troppo salato, Leonardo finse di seguire i discorsi di sua moglie e di sua suocera su parenti di cui ignorava persino l’esistenza (ma lo sai la Luisa, la cugina di Mirella? Pare che il marito l’abbia lasciata. E Mirko, il nipote della Mara? Mi ha detto la Romina che ora ha un’altra ragazza!!). Poi accolse come un salvatore il cane di casa, giunto a reclamare un po’ di attenzione, che prontamente si offrì di accompagnare fuori per i suoi bisogni fisiologici.
Pochi giorni dopo, Leonardo disse a Marta che la domenica successiva, dopo il pranzo dai suoi, sarebbero arrivati dei cugini in visita e così potevano fermarsi anche loro e poi cenare tutti insieme. “Dai tuoi andremo un’altra volta, ok?”. Marta si sentì svenire alla prospettiva di quella giornata e avvertì contestualmente un senso di pericolo; passò subito al contrattacco: “Va bene, allora il fine settimana dopo andiamo con i miei da mia sorella in campagna. È tanto che insistono perché passiamo tutti insieme un paio di giorni e il posto è così bello…”.
Il dado era tratto. I fine-settimana si trasformarono in una gara a chi riusciva a strappare più tempo da trascorrere con la propria famiglia d’origine. A Natale non fu più sufficiente dividersi tra cena della vigilia e pranzo del 25, ma dal 24 dicembre al 6 gennaio fu un andirivieni ininterrotto da una casa all’altra, da un parente all’altro. Per Pasqua e per i ponti di primavera, dovettero entrambi prendere dei giorni di ferie per accontentare tutte le richieste. Poi venne il momento di decidere le ferie estive e lì venne firmata la condanna a morte del loro matrimonio: 15 giorni nella casa al mare dei genitori di Leonardo e 15 nella famosa casa in campagna della sorella di Marta, ovviamente con genitori al seguito.
Quando furono di fronte agli avvocati per definire la separazione, Leonardo e Marta realizzarono finalmente che la corda si era davvero spezzata.

Due gruppi familiari, di Elena Trabaudi. Due giovani si innamorano e, quali novelli Romeo e Giulietta, dopo anni di amore decidono di sposarsi. Sono quisquilie ai loro occhi le differenze, anche profonde, che li separano: le famiglie così diverse tra loro, tanto per dirne una.
Durante i preparativi per il matrimonio già diventano evidenti le incomprensioni tra i due gruppi. Il padre di lui viene ricoverato in ospedale, come avviene puntualmente ogni qualche mese, e la madre vorrebbe approfittarne per rimandare sine die la cerimonia.
Peccato che il rinfresco nell’elegante hotel sia già stato prenotato dai genitori di lei, i quali hanno già dato la caparra e non possono annullarlo all’ultimo momento. Le partecipazioni con la data sono già state mandate, insomma tutto già pronto: mancano pochi giorni all’evento.
Il matrimonio viene celebrato nel giorno previsto, nonostante il muso della signora madre, ma da allora in poi le due famiglie sembrano sfidarsi su chi avrà la meglio di volta in volta nel tirare le fila della vita dei giovani. Quando poi arriva la prole, la rivalità si fa ancora più evidente: ogni coppia di nonni tira dalla propria parte. La tensione a volte sale alle stelle, con conseguenze sulla serenità di tutti; ma il gioco al massacro non finisce se non moltissimi anni dopo, con la definitiva uscita di scena dei protagonisti anziani.

Tiro alla fune, di Lodovico. Chi tira da quale parte? Verso il “bene” o verso il “male”?
E alla fine del gioco succede però che son tutti spesso ruzzolati a terra: vincitori e perdenti, se sai ancora distinguerli.
Era più bello mentre si giocava o dopo la partita quando ci si rialza e si va tutti insieme a mangiare la merenda.

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