Vetrina: tavolini greci

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La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire).

Lettura

Può sembrare che l’avere molti punti fermi su cui basare la vita sia cosa auspicabile. Certi pensano: più essi sono, meglio è, più solida sarà la mia posizione. Costoro dimenticano che un tavolo può reggersi su molte gambe e restare orizzontale solo su un piano regolare, ma proprio la sua rigidità lo farà traballare su un terreno più bizzarro. Così, nella vita, ci si può attenere a numerosi principi solo quando essa scorre piana. Se ci sono traversie esistenziali, corrispondenti ai sassi e pendii dello spiazzo davanti al caffè, è meglio avere pochi appoggi solidi (poniamo: verità, giustizia e salute) e lasciar perdere gli altri. Solo così, diminuendo il numero di «gambe del tavolo» su cui appoggiare l’esistenza, si acquisirà quella leggerezza che permetterà di adattarsi alle situazioni senza perdere la propria integrità.

Vetrina

Lorenzo
Il tavolino greco a me  fa quasi rabbia. Eh sì, perché con la sua forma essenziale che con meno di così un tavolino non funzionerebbe, ma che allo stesso tempo così com’è  funziona a meraviglia mi dà un senso di invidia  per l’intelligenza di chi lo ha inventato.
Quando al kafenion mi ci siedo ho però anche  un vago senso di orgoglio, come essere seduto accanto a una bella ragazza. Come se i passanti ci dovessero  notare insieme. Sentimento d’orgoglio purtroppo non ricambiato dal tavolino, che senza di me, sembra saper stare benissimo anche da solo e vuoto.
Solo a sera a volte è un po’ sovrappensiero, quando  dopo l’ultimo avventore rimangono  la tazzina col fondo di caffè, un  bicchier d’acqua vuoto e il posacenere di vetro. Ma è solo un’ombra, passa subito e l’indomani eccolo lì di nuovo: palcoscenico della politica greca, teatro di feroci battaglie di backgammon, confessionale del gossip, accogliente  con il viaggiatore incantato.

 

Elena Trabaudi, In equilibrio
Partendo dal tavolino greco, verrebbe da concludere che il perfetto equilibrio consiste nel numero tre. Già la pensava così la Chiesa, con il suo dogma della Trinità, le tre virtù teologali, ecc. Anche i regni dell’aldilà, se ci sono ancora, sono tre (mi dicono che il Limbo è stato annullato).
Nelle relazioni umane, il triangolo non è sempre simbolo di armonia: in amore ne è l’esatto contrario. Ma andando a vedere nell’ambito familiare mio personale, è pur vero che tre persone legate da uno stretto vincolo possono creare per un certo periodo un sistema solido. Anzi, fin troppo solido: le pecche di uno vengono immediatamente assorbite dagli altri due in modo che l’edificio-famiglia regga. Quando uno dei tre se ne va – classico esempio il figlio che parte, si sposa, si tira fuori, insomma non c’è più – il tavolino cade: l’equilibrio salta e può succedere di tutto, anche l’abbandono reciproco da parte dei genitori. Ma quello che per la fisica non esiste, può invece verificarsi nei rapporti umani, cioè il binomio rimasto può reggersi con nuove regole.

 

Francesca Taddei
Beh, non c’è da stupirsi di trovare questa precisione matematico-geometrica in un oggetto come un tavolino. Tutto il nostro mondo si regge su questo: gli elementi chimici, gli atomi, i cromosomi, non si uniscono certamente a caso, ma secondo precise regole matematiche.  E l’architettura? Un trionfo di rapporti matematici: dalle piramidi, ai templi greci, alle cattedrali, ognuna di queste costruzioni è l’incarnazione della perfezione dei numeri. E poi, anche senza arrivare a interpretazioni estreme tipo cabala, anche la nostra vita a volte sembra regolata da numeri ricorrenti, così come tante espressioni si rifanno invece al linguaggio geometrico («il triangolo», «mettersi seduti in cerchio«, «fare quadrato»). Insomma, la matematica in fondo è la base del nostro mondo e allora ben venga aver fatto lo scientifico, prima di deragliare verso l’archeologia!!

 

Pietro V.
Possiedo un tavolino a tre gambe, acquistato però in Veneto, regione che con la Grecia ha in comune tutte le consonanti che mettono in fondo alle parole (ostregòn che panteòn).
Una volta mi si era fulminata una lampadina e poiché son pigrissimo invece di andare a prendere la scaletta son montato sul tavolino a tre gambe. E cosa è successo?
Son finito disteso in terra, perché il ripiano non è per niente bilanciato: va bene per una tazzina ma non per il peso di un corpo umano. Si rischia di farsi male.
E nella vita? Stessa cosa. Meglio fidarsi delle proprie due gambe per camminare, ma per fare qualcosa di più importante, come dar luce a una stanza, meglio di gambe averne quattro: non quelle del tavolo, ma le mie e quelle della mia compagna, che perlomeno mi tiene fermo il tavolino treppiede. E viceversa.
Perché se non c’è due senza tre, il quattro venga da sé.

 

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