Vetrina: scuole guida

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La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire).

Lettura

Ho frequentato una donna di più di cento anni che aveva perso la memoria, ma conservava una perfetta affabilità, gentilezza di modi e arguzia. Non ricordava più chi io fossi (ero un’amica di sua figlia) ma, anche da sconosciuta, mi trattava bene, da gran signora quale ella era stata ed era rimasta. La sua capacità relazionale, la delicatezza derivavano da come lei aveva costruito la sua personalità, dal suo sistema di valori, dalla sua «scuola guida» per la vita.
Ecco un motivo in più per prendere in mano la propria impostazione esistenziale e assicurarsi che ci rifletta veramente. Infatti nella vecchiaia e nelle situazioni che richiedono reazioni veloci essa entrerà in gioco da sola, senza aspettare i nostri ragionamenti. Deve essere quindi un sistema affidabile e sicuro, che non ci faccia sbandare o fare brutte figure.

Vetrina

Lodovico Re
Quando ti tuffi di testa in mare la prima volta, è risaputo, la cosa non riesce mai. Infatti si attiva un riflesso che ci impedisce di portar la testa sotto i piedi e tendiamo a raddrizzarci. Il risultato è la «spanciata». Poi con l’esercizio il riflesso viene inibito almeno in questa circostanza. …oramai aveva imparato e si tuffava a capofitto in ogni avventura.

 

Elena Trabaudi
Uno dei metodi usati dagli allenatori è l’automatizzazione del gesto tecnico.
L’ho visto attuare, ad esempio, nel basket. Il mister in questione non aveva una grande preparazione in quello sport: lo posso affermare perché all’ISEF aveva avuto il mio stesso professore, il quale sarà stato anche bravo di per sé, ma non sapeva assolutamente trasmettere le proprie conoscenze. In ogni modo, il soggetto in questione aveva un credo su cui basava la sua tecnica di allenamento: rendere il gesto (nel caso specifico il tiro a canestro) automatico, in modo che il cervello dell’atleta non dovesse neanche attivarsi. Automatizzare il gesto significava anche che, facendo allenare per anni dieci bambine sempre con gli stessi movimenti, alla fine si sarebbe ottenuto una squadra imbattibile.
In questo modo P. poteva allenare le fanciulle solo all’azione di attacco, infischiandosene della difesa. Tanto, sosteneva, per vincere basta fare un canestro più delle avversarie!
Sarà stato anche vero; ma l’antipatia del personaggio e la mia propensione al lavoro serio, duro e di lenta acquisizione, mi ha sempre portato a preferire la sua collega C. Era intransigente con le ragazze, a cui insegnava soprattutto la difesa. E almeno, invece di allevare polli in batteria, richiedeva abilità e intelligenza, cose non da poco.

 

Francesca Taddei
Le maestre dicevano che C. era un bambino intelligente. In matematica soprattutto faceva spesso collegamenti che colpivano. Certo, poi nelle verifiche scritte prendevano il sopravvento la disattenzione, il disordine ecc.. e i risultati non sempre erano all’altezza delle aspettative, ma nessuno metteva in dubbio le sue ottime capacità.
Alle medie la professoressa di matematica fu ugualmente colpita da certe intuizioni del ragazzino. Purtroppo però dovette anche constatare quanto fosse incostante nello studio e nel rendimento. Poteva fare degli esercizi molto bene e subito dopo perdersi in errori grossolani; oppure prendere contemporaneamente 8 nella parte di algebra e 5 in geometria. La povera docente ne fece quasi una malattia: perché quel pre-adolescente, che avrebbe potuto essere così brillante, si accontentava di risultati così altalenanti??
Il giovane C. tirò avanti senza farsi scalfire dai discorsi di genitori e insegnanti. Trovava di una noia mortale i sermoni sull’importanza di fare esercizio e sulla necessità di concentrarsi e ragionare su quello che si sta facendo. Lui non aveva bisogno di studiare costantemente, di esercitarsi, di prestare attenzione… lui in un modo o nell’altro se la sarebbe cavata o, nella peggiore delle ipotesi, avrebbe poi rimediato a un eventuale brutto errore.
Giunse al liceo scientifico e continuò testardamente ad applicare il suo credo. Appena la sorveglianza si allentava un attimo, evitava di fare gli esercizi a casa. Tutto tempo sprecato; e il professore stesso aveva detto che i compiti li dovevano fare per se stessi, non per lui. Quindi tanto valeva non farli proprio! Se poi nel compito in classe fioccava un brutto voto, bastava arrotondarlo per eccesso: un 4+ diventava un 5 e via. Faceva molta meno impressione, no? E poi prima o poi avrebbe rimediato; che problema c’era?
I genitori ovviamente continuarono i loro pallosissimi discorsi sullo studiare via via per essere sempre decentemente preparati, invece di vivere costantemente in bilico. Ma lui proseguì fieramente per la sua strada, senza farsi piegare. Non aveva certo bisogno di consigli, lui. Ed era più che convinto che non fosse affatto necessario essere preparati per affrontare i compiti in classe.

Pietro V.
Primo compito di una buona scuola guida: insegnarti a farne a meno.  Così dovrebbe fare ogni buon, ottimo maestro: rendersi inutile e ammirare il cammino del passerotto che compie i passi fino al precipizio e poi si libra, lasciando la gravità a bocca aperta come un’innamorata delusa (e ammirata). Così non fanno troppi cattivi maestri, che per narcisistico piacere fanno in modo che nessuno dei tuoi gesti divenga davvero libero e ognuno abbia bisogno della loro supervisione. Così faceva il mio professore.
Io forse non so guidare benissimo, ma ho imparato a camminare.

 

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