Vetrina: saltare con la corda

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La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire).

Lettura

Per entrare nelle situazioni della vita e «saltare», partecipare a un lavoro, a una relazione sentimentale, a un’esperienza di gruppo, bisogna saper cogliere il ritmo che la situazione ha, inserirsi e seguirlo, se no rischi di farti male «prendendo la corda in faccia» o «inciampando coi piedi». Poi fin che sei dentro devi partecipare, «saltare», se no che gioco è?

Vetrina

Francesca Taddei
Come inserirsi in una conversazione già avviata.
Intanto bisogna seguire bene il filo del discorso; capire di cosa stanno parlando i due interlocutori (eventualmente cercando di ricostruire la parte che si è persa) e possibilmente memorizzare anche cosa è stato già detto. Quindi si deve scegliere il momento opportuno per inserirsi, senza coprire la voce degli altri: l’ideale è una di quelle pause, a volte quasi impercettibili, tra il discorso di uno e la risposta dell’altro; oppure si può attendere che uno degli interlocutori ci rivolga lo sguardo o addirittura ci chieda il nostro parere. Una volta inseriti nella discussione, continuarla. Ovvero: mai inserirsi con frasi tipo “di che parlate?”, “non ho capito, me lo ripetete?”, perché equivarrebbe a fermare la corda quando invece bisogna saltarla. Il che implica che bisogna infilarsi in una conversazione solo se si ha qualcosa da dire sull’argomento, possibilmente di sensato. Altrimenti meglio rimanere a guardare, come facevano certi bambini che proprio non avevano coordinazione e che in quella benedetta corda ci incespicavano sempre.

Elena Trabaudi
Mi ricordo le feste degli anni ’60: quei ritrovi del sabato o domenica pomeriggio in casa di amici, in cui si ballava al suono del mangiadischi.
La prima cosa importante era la preparazione. Andava pensato bene il look, a seconda delle circostanze. Tra i più gettonati: jeans abbinati a camicia romantica molto femminile; oppure vestitino o minigonna con golfino morbido incrociato. I capelli in teoria dovevano essere lisci, a caschetto o lunghi, assolutamente con frangiona. Scarpe scollate con un po’ di tacco, oppure mocassini con i jeans. Trucco leggero, se permesso in casa; oppure improvvisato alla meno peggio, se fatto in ascensore di nascosto.
Poi si trattava di entrare con naturalezza, sperando di trovarti in un ambiente che ti accogliesse, dove non ti sentissi un pesce fuor d’acqua. Se tutto andava liscio, il gioco era fatto: gli inviti a ballare non sarebbero mancati, il pomeriggio sarebbe passato senza scossoni. Se anche non si trattava della festa più memorabile dell’anno, e anzi magari era una delle più noiose, sarebbero arrivate presto le sette di sera, e tutto sarebbe finito senza lasciare traccia alcuna.
Se invece sbagliavi look, era la fine: l’angoscia ti attanagliava tutto il tempo e non ti dava tregua. Tre o quattro ore di patimento assicurato!

Filippo
Mi vengono in mente  quelle vignette in cui Lucy tiene in posizione un pallone da rugby e invita Charlie Brown a calciarlo salvo poi levarglielo all’ultimo momento, provocando una sua rovinosa caduta.  Non c’è mai possibilità per Charlie Brown di azzeccare la sincronia, ma sempre finisce con il ritrovarsi a gambe all’aria e la schiena dolorante. Rialzandosi, si ripromette di non cascarci più e poi però ci vuol sempre riprovare: ricadendo nello scherzo della sincronia sfilata all’ultimo da Lucy.

Lodovico Re
Per una inezia  di secondi era  in anticipo con la voce sulla musica. Il chitarrista provava a accelerare e lui a rallentare. Poi al musicista scappava di esser più veloce, superava il cantante e allora questi rallentava. Che fatica e che disagio quel concerto. Aveva 17 anni, quasi cinquant’anni fa: se lo ricorda ancora ogni tanto ma soprattutto   la sensazione di esser fuori tempo non lo ha mai abbandonato.

 

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