Vetrina: picnic

picnic

La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
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Carla Muschio
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Lettura

Quelli che a una festa finiscono per mangiare proprio il cibo che hanno portato loro assomigliano alle persone restie ad abbandonare le proprie sicurezze per sperimentare qualcosa di nuovo. Sospettano pericoli in ciò che è ignoto (il cibo non preparato da loro) e si mantengono saldi nelle proprie scelte. Non sono neanche interessati a fare proseliti, se no «offrirebbero la torta» a tutti invece di mangiarla tutta loro. Simili a costoro sono quelli che viaggiano senza lasciarsi stimolare da niente, rimpiangendo il «cibo di casa».
C’è però un’altra possibile lettura. Magari Luciana è così ghiotta di spinaci che su quella tavola non ha voluto scegliere altro. Un caso di comune egoismo.
E ancora. Se sei invitato a un picnic cui contribuiscono tutti i partecipanti e porti qualcosa di buono tu, sei sicuro di mangiare bene, perché alla peggio mangi il cibo che hai portato. Così in una relazione. Se tu contribuisci con un ricco apporto di affetto, gesti, azioni, anche se l’altro non fa nulla o addirittura rema contro, tu stesso godi comunque di quei beni. È vero che avresti potuto portare ad altri o goderti da solo il tuo contributo, ma intanto hai «mangiato» anche tu.

Vetrina

Elena Trabaudi, La dieta
Il primo significato del racconto, quello che salta all’occhio, è che è bello condividere le cose, viverle con gli altri; che è un peccato privarsi dell’apporto altrui a favore di uno sterile solipsismo.
E questa constatazione mi trova d’accordo.
Però vorrei restare sul tema della dieta, che a mio parere è ricco di risvolti. Intanto in gioventù è essenziale essere accettati dagli altri, quindi io trovo che sia meglio privarsi dei goduriosi peccati di gola pur di sentirsi a proprio agio, nella taglia giusta. Certo, nel racconto del picnic Luciana finisce col mangiare tre fette della propria torta dietetica, quindi tanto valeva che assaggiasse qualcosa che c’era sulla tovaglia: avrebbe avuto maggiore soddisfazione e non avrebbe dato agli altri quel senso di chiusura in se stessa.
Allarghiamo ora il discorso al genere umano, o meglio a quella fetta del genere umano che non ha problemi di miseria. Parliamo del primo mondo. Ebbene, metà degli abitanti non ha idea di quello che significhi vedere nello specchio una silhouette che non corrisponde a quello che uno si sente: beata metà! L’altra metà tenta di rimediare o di arginare la pinguedine, chi con costanza, chi alla bell’e meglio. Io a questo punto a tavola mi rilasso: ho molto meno appetito di un dì, quindi mangio quello che mi sento, un po’ di tutto senza strafare. Alla bilancia butto solo un’occhiata ogni tanto, per non ritrovarmi all’improvviso una balena spiaggiata; ma ho accettato di pesare otto – nove chili più che in gioventù. Tanto la minigonna non me la potrei mettere lo stesso!

 

Francesca Taddei
Ai tempi del liceo ho fatto tante cene nelle «tavernette» dei miei compagni di classe. Ero finita in una classe in cui molti avevano la villa o villetta o colonica con ampio giardino sulle colline fuori città e il sabato sera ci ritrovavamo a rotazione in quelle case. Ognuno portava qualcosa: i maschi in genere acquistavano bibite, salatini o altri prodotti confezionati mentre le ragazze tendevano all’autoproduzione. C’era una che ogni volta portava i popcorn fatti da sè, rigorosamente senza sale. Sosteneva che fosse più sano (così come era più sano asciugare i capelli bagnati vicino al fuoco del caminetto invece che col phon); sarà stato senz’altro vero, ma di fatto non sapevano di niente ed erano quindi poco gettonati. Poi c’era quella che portava il dolce e, appena si dava il via al buffet, si buttava su tutto ingordamente, compreso il proprio dolce, mangiando tutto quello che era possibile arraffare. C’erano ragazze chi si lanciavano con ricette di propria invenzione, in cui ogni volta mancava un ingrediente fondamentale, tipo il lievito. Il risultato erano cose non lievitate, o senza sapore, o che non stavano insieme e tendevano a spappolarsi. E naturalmente c’erano quelle che erano a dieta e allora portavano dolci senza zucchero, senza burro ecc… ma magari poi mangiavano la torta portata da un altro, che trasudava invece panna e cioccolata.
Io all’epoca non perdevo neanche tempo a fare qualcosa con le mie mani. Tutte le volte portavo la pizza fatta dalla mia mamma. Era la cosa più attesa e la prima che veniva spazzolata.

 

Lodovico Re
Ancora negli anni ’70 non era raro che un italiano in vacanza all’estero partisse con la Moka per il caffè in valigia, quando addirittura non portasse con sé gli spaghetti. All’estero, si sapeva, fan tutti da mangiare male.

 

 

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