Vetrina: pesci antartici

La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
Se il buon giorno si vede dal mattino, questa rubrica promette meraviglie. Infatti i testi inviati dai lettori utilizzano la forza dell’allegoria per visitare e risignificare tutt’altri campi, guardandoli con occhi nuovi. Per di più con testi ben scritti e molto sentiti. Tanta bravura mi lascia ammirata. E siamo soltanto alla prima allegoria!

Lettura. Tutte le persone tendono per natura a cercare di vivere nel calore degli affetti umani. Qualcuno però può rimanerne privo, come il pesce rimasto intrappolato nelle gelide acque antartiche per via della glaciazione. Fuor di metafora, la glaciazione può essere la perdita dei genitori nell’infanzia, un lutto, un’esistenza priva di stimoli affettivi. Per sopravvivere, questo individuo dovrà adattarsi al freddo: all’aridità affettiva risponderà diventando lui stesso indifferente, chiuso alle relazioni. Gelido, per l’appunto.
Se prende l’adattamento al freddo come condizione permanente, come ha fatto l’icefish con il suo sangue incolore, non c’è più ritorno. Anche di fronte alle offerte di amore più allettanti, la persona non schiuderà il suo cuore. Se invece l’adattamento al freddo è considerato provvisorio, allora la persona continuerà a tendere al caldo. Si impegnerà per saltare il Fronte Polare e raggiungere le acque tropicali di una ritrovata vitalità di scambi affettivi.

Carla Muschio

Stefania Berutti. Anna non voleva andarci. Continuava a fissare la sua faccia butterata riflessa nello specchio e poi si spostava dal bagno alla stanza da letto per aprire l’anta dell’armadio e lì guardare con orrore testardo il suo corpo, grasso nei punti sbagliati. Una pera, ecco cos’era. Non riusciva in alcun modo a nascondere o abbellire la pancia e i fianchi larghi e alla festa non voleva mettere piede.
Quando suonò il campanello, tuttavia, non ebbe la forza di reagire e, alla madre che bussava alla porta annunciando Grazia, non seppe dire nulla, solo un sorriso a mezza bocca e la promessa di rincasare per tempo.
La festa si svolse come al solito: Grazia, Gisella, Lucia e Federica a ridere e schiamazzare, riempiendosi bicchieri di alcoolici dolciastri, e Anna appoggiata. Qualsiasi cosa andava bene: la parete, un tavolo, il termosifone, una colonna, non la sedia.. sedersi non era previsto, troppo sfacciato. Meglio indossare un’aria un po’ ebete, mettersi in mano un bicchiere da centellinare, trovare il luogo più comodo e aspettare che il fiume in piena passasse.
Di solito dopo tre ore qualcuno cominciava a rientrare e Anna ne approfittava… non tornava quasi mai con chi l’aveva accompagnata, ma nella macchina dell’inconsapevole salvatore (o salvatrice) Anna dava il meglio di sé. Era simpatica, estroversa, piena di energia. Inventava sempre nuovi motivi che l’avevano spinta a rientrare “così presto” e diventava la protagonista di veri e propri siparietti, ormai rilassata e con la mano che, in tasca, stringeva serena le chiavi di casa.
L’ultimo anno di liceo e i primi anni di Università se ne andarono così. Anna aveva scelto una facoltà diversa da quella delle sue compagne, eppure, chissà perché, il gruppetto era rimasto sempre lo stesso nelle uscite del sabato e Anna si era ritrovata impegnata in serate sempre più improbabili, con amiche sempre più stanche e isolate. Un giorno, però, la facoltà venne invasa da decine di manifestanti, le lezioni sospese fino a nuovo ordine: dal Ministero l’ennesima idea di riforma iniqua e stupida aveva scatenato orde di studenti e perfino i professori sembravano accondiscendere alle proteste così decise.
Anna trovò il cancello d’ingresso piantonato da ragazzi di qualche anno più grandi e ottenne di entrare solo dopo aver millantato la conoscenza di alcuni degli organizzatori. L’idea era di raggiungere almeno la biblioteca e barricarsi fino all’ora di pranzo, la data dell’esame si avvicinava e certo non era il caso di fare affidamento su uno slittamento degli appelli. Purtroppo anche la biblioteca era off limits, ma nel corridoio Anna riconobbe alcuni colleghi di corso e provò a sentire da loro come poteva aggirare questi blocchi.
Non era la prima volta che scambiava qualche informazione con loro, di solito si trattava di spostamenti di orario delle lezioni, ma una volta aveva accompagnato Giulia a fotocopiare alcuni appunti. Anna decise di utilizzare il sorriso standard, ma capì subito che l’aria era meno serena del solito: Giulia, Marco e Giovanni stavano discutendo animatamente per decidere come avrebbero partecipato alla manifestazione del giorno seguente e in quale modo si sarebbe potuto coinvolgere il resto del Dipartimento.
Anna capì subito che un approccio diretto avrebbe fatto un buco nell’acqua, perciò pensò di giocare la carta comica e improvvisò una serie di battute sarcastiche sulla situazione. D’un tratto le letture in solitaria, l’aggiornamento continuo e quel po’ di spirito critico che lei stessa si riconosceva, risultarono vincenti (o almeno utili!) e così cominciò a chiacchierare con il terzetto. Si accorse che, anche se della questione non le interessava un fico secco, bastava buttare là un paio di considerazioni azzeccate, lasciar parlare l’interlocutore quel tanto che bastava per riprendere fiato, sorridere e ammiccare … e il gioco era fatto!
Quel giorno riuscì a studiare un’oretta nella biblioteca deserta. L’indomani, però, fu costretta a promettere che avrebbe partecipato alla manifestazione. Andò avanti così per qualche giorno e, alla fine, Anna si ritrovò invitata alle riunioni del Collettivo, a qualche dopo cena a base di birra e patatine e infine al più classico dei cineforum.
Il bello è che Anna non si accorgeva di cambiare. Dal suo punto di vista si trattava, come al solito, di una sceneggiata, magari fatta meglio e più duratura, ma pur sempre qualcosa che non le apparteneva veramente e che avrebbe potuto interrompere o cambiare in qualsiasi momento.
Passarono un paio di mesi, durante i quali, senza farlo apposta, gli inviti della nuova combriccola avevano fatto saltare ad Anna gli incontri del sabato con le ragazze. Poi, finalmente, venne il momento dell’uscita “regolare” e dello squillo di Grazia che aspettava sotto casa, in macchina.
Anna scese le scale contenta, in fondo le sembrava di rimettere a posto una sorta di anomalia. Il tragitto in macchina e l’arrivo al locale furono seguiti da Anna in modo quasi meccanico, sia nelle frasi che negli sguardi. Le ragazze arrivarono come al solito: prima Lucia e poi, con calma, Gisella e Federica.
Al tavolo tutte ordinarono i soliti beveraggi glicolici, ma Anna chiese una Beck’s e le ragazze la guardarono scoppiando a ridere e facendo commenti banali sulla sua facoltà e le recenti manifestazioni studentesche.
Anna sorrise a mezza bocca e poi si apprestò ad ascoltare i soliti resoconti di flirt palestrati, fidanzati cornificati e shopping selvaggi. Ma questa volta non riuscì ad evitare qualche battuta. Forse un po’ troppo sarcastica, ma questo lo capì troppo tardi. Non ce la faceva a trattenersi, la frase a mezza voce, la battuta irriverente, il gioco di parole, il riferimento politico e anche quello letterario. Non riusciva davvero a smettere… e le ragazze cominciavano ad innervosirsi. Fu solo alla terza battuta che le toccò spiegare che Anna decise di fermarsi. Mentre il gruppetto riprendeva a parlare, con un occhio alla bocca dell’amica polemica e un vago senso di ansia nelle voci, Anna si guardò in giro, pian piano smise di parlare e soprattutto di ascoltare, interessata al resto del locale che, in fondo, guardava davvero per la prima volta.
Al banco notò un volto conosciuto e riconobbe il barista. Si avvicinò con la scusa di prendere un’altra Beck’s e sorrise, ora davvero rasserenata, all’amico Giovanni.

Come i pesci antartici, di Elena Trabaudi. Elena non si aspettava che l’ambiente intorno le si facesse così ostile. O forse era lei che lo vedeva così. Sembrava proprio che gli abitanti della cittadina lacustre facessero di tutto per tenerla ai margini. La ragazza sentiva un anello di freddezza che la circondava. Allora si rinchiuse, stette parecchio male, trovò un amore sbagliato, finché decise che doveva usare tutte le proprie energie per venire fuori da quell’imbuto. Farsi contagiare dal gelo esterno non era gratificante: provò infatti a ignorare tutti, anzi a snobbarli. Provò a dire a se stessa che non la meritavano, li ripagò con altrettanta freddezza, ma non avveniva niente di positivo.
Allora ebbe un’idea: fuggire. Però come fare a superare l’ambiente in cui era immersa e andare lontano lontano, dove qualcuno la potesse amare? Dovette sviluppare quantità notevolissime di maturità, di amore di sé. Poi fece il grande balzo verso l’Italia centrale. Fu dura, in parte ancora lo è, la nostalgia di Milano spesso si fa sentire, ma il freddo del lago – quello almeno – l’ha abbandonato per sempre.

Francesca Taddei. Quando il mondo tecnologico-informatico prese il sopravvento, lei decise dentro di sé che avrebbe resistito più a lungo possibile. Mentre si diffondeva massicciamente l’uso dell’e-mail, lei scriveva lunghe lettere cartacee agli amici lontani; quando tutti i suoi compagni di corso presentavano tesine scritte al computer, lei si incaponiva a consegnare i suoi fogli battuti a macchina (ricevendo tra l’altro il commosso apprezzamento del professore). Fu probabilmente anche l’ultima dei suoi conoscenti coetanei ad avere un cellulare.
Si piegò alle nuove tecnologie solo quando proprio non ne poté più fare a meno (e solo a quelle davvero utili). Ma si adattò bene, nel senso che seppe ogni volta imparare abbastanza in fretta, e anche farne un buon uso. A volte si stupiva di muoversi con una certa sicurezza in un mondo che aveva evitato finché aveva potuto e che tuttora continuava a non piacerle.

Giorgio. How to make the best of a bad job….si dice in inglese. Si può parlar male di questi pesci che si adattano, si può parlar male di chiunque si adatti. Del resto  lo recita anche il sottotitolo di questo sito, Orazero: “Chi si adatta alle circostanze le crea” [Orazero è il sito che per primo ha ospitato questa rubrica, che ora continua qui, n.d.CdC].  Eppure anche il contrario è vero: “adattarsi” alle circostanze può essere una forma di lettura, può essere  spirito di adattamento e trasformazione di una situazione difficile nel suo contrario. Per questo occorre saperlo fare non tanto “subendo” , ma  trovare una propria strada libera,  al di là delle convenzioni che vorrebbero il caldo come dato affettivo  positivo ed il freddo necessariamente come allegoria del freddo emotivo. In fin dei conti gli eschimesi son simpatici a tutti e ci hanno anche insegnato quel modo di salutarsi e baciarsi spassoso strofinandosi il naso.

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