Vetrina: pacchetti

La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParteQuindi, scrivetemi!

Lettura. Nelle interazioni tra persone, alcuni hanno l’abilità di trasferire all’altro, surrettiziamente, il peso dei pensieri o sentimenti che li opprimono, così da andarsene alleggeriti, lasciando il malcapitato con addosso tutta la pesantezza che gli è stata scaricata. Io definisco “pensiero-pacchetto” il contenuto interiore sbolognato sulle spalle di un altro senza chiedergli il permesso.
Tutt’altra cosa è la condivisione di sentimenti e pensieri. Lì l’altro è posto davanti al peso di una situazione e se ne occupa nei limiti delle sue forze e della sua volontà.
Il passaggio di un pensiero-pacchetto è un’opera di destrezza: si tratta di cogliere un momento di distrazione della vittima per metterglielo in mano, dopo di che le leggi della buona creanza, che costui segue magari più dell’altro, gli renderanno imbarazzante sottrarsi al trasporto.

Carla Muschio

Elena Trabaudi, L’aiuto. Quando uno parte per un’avventura letteraria non può sapere che di lì a poco nasceranno problemiper reperire il materiale necessario. Il fatto stesso che si tratti di un’avventura ci fa capire che,almeno all’inizio, uno s’incammini pieno di entusiasmo.È vero che Dominique si era fatta un po’ di esperienza su altri testi dell’Ottocento, scovati nellacantina della casa dei suoi nonni in un paesino sperduto dell’Hérault. Ci aveva lavorato sopra peranni, con una pazienza che non sospettava di avere; e la traduzione e trascrizione che aveva messo apunto per la pubblicazione in italiano le parevano riuscite.Però, quando si era imbattuta in quello che aveva tutta l’aria di essere un elenco di ricette, avevasottovalutato la difficoltà. Ma appena incominciò a lavorarci, trovò un elenco di tipi di cotturadello zucchero: al lissé, al boulé, al cassé…Tempo un mese, si accorse che non ne sarebbe maivenuta a capo da sola: c’erano troppi termini tecnici, che solo uno chef può conoscere. Il linguaggiospecifico della cucina si sommava al francese dell’Ottocento, facendo risultare il compito una faticainsormontabile.Allora s’informò nel suo piccolo giro di amicizie e le vennero in soccorso ben due persone: Marziale prestò alcuni libri che avevano attinenza sia con la cucina europea, soprattutto francese, checon l’epoca trattata. E l’abbattimento di Dominique sfumò, perché nei libri in questione trovò deitermini che risolvevano via via alcuni dilemmi.Poi Geneviève arrivò trionfante con Il grande dizionario di cucina di Alexandre Dumas: era proprioquello che Dominique cercava senza saperlo! Lì c’erano alcune ricette riprese pari pari dall’avogiramondo, poi tanti piccoli spunti per entrare nella mentalità dell’epoca. Il fatto che Dumas nonfosse propriamente un cuoco, perlomeno come primo mestiere, rendeva ancora più interessante lostudio del suo librone, perché apriva strade nuove.Come ricambiò l’aiuto ricevuto? Con l’affetto, la riconoscenza. E naturalmente con la citazionedelle salvatrici nei “ringraziamenti”.

Lodovico. Un pacchetto non è sempre un piccolo “pacco”. Lo dimostra anche questa storia che alla fineproduce torta alla crema, caffè fumante e amicizia calda.Il pacchetto è un “pacco” quando resta solo un fare indigesto, come un piatto crudo immangiabileche ci venisse propinato e che nessuno tra noi sa cucinare. Il trasporto pacchetti è prezioso quandoinvece la storia finisce con un finale nuovo. Io ti do le arance da portare e però poi qualcunorestituisce una spremuta d’arance. Non importa quanto il pacchetto sia pesante, quel che conta è se -come cantava De Andrè – “dal letame nascono i fior”.

Francesca Taddei. Lui era alla scrivania, stracarico di lavoro da sbrigare entro l’indomani. Non ce l’avrebbe mai fatta,doveva cercare aiuto. Scrutò i colleghi che condividevano la sua stanza e individuò lei. Timida epoco appariscente, gli capitava spesso di incrociare per un attimo il suo sguardo quando sollevavala testa dal computer; e ogni volta notava che lei abbassava subito gli occhi e arrossiva leggermente.Aveva anche notato le manovre della fanciulla per capitare “casualmente” alla macchinetta del cafféproprio quando c’era lui.“Ah, oggi non potrò alzarmi da questa scrivania neanche per prendermi un caffé….” Disse lui ad alta voce, guardando nella direzione di lei.“Hai tanto da fare?” chiese lei di rimando.“Ah, guarda, mi hanno rifilato un sacco di roba noiosa… oggi proprio non potrò staccare gli occhidal video…”Lei si offrì prontamente di aiutarlo. “Tanto ho quasi finito le cose più urgenti” aggiunse con unsorriso. Così lui le passò metà del lavoro che gli era stato affidato, e francamente la metà cherichiedeva più attenzione e precisione. “Dai, se finiamo presto, ci prendiamo un caffé insieme!”disse lui allegro. Ora che non era più con l’acqua alla gola, poteva anche rallentare un po’ il ritmo.Ma sì, apriamo la chat… Lui vide che era collegata anche una sua amica; la tentazione era troppa.Con naturalezza rifilò alla collega timida un’altra parte del suo lavoro “Guarda, ti giro direttamentela mail che mi hanno inviato con tutte le indicazioni, così fai prima”. Passò le ore successive achattare con l’amica, mentre sbrigava la parte di lavoro che gli restava. A fine pomeriggio sorseggiòil caffé insieme alla collega che gli aveva salvato la giornata e che, incredibilmente, sembrava pureessergli riconoscente per quei 10 minuti davanti alla macchinetta.
Stefania Berutti. Non so perché, ma ogni volta è la stessa storia. Mi succede qualcosa e lo devo dire. Devocomunicare. All’inizio, anni fa, lo consideravo poco corretto, far sapere i cavoli miei agli altri,intendo. In fondo, pensavo, a chi può interessare, mi metterei troppo in mostra e poi la gentecomincerebbe a sbadigliare, cambiare discorso ecc. In effetti accadeva proprio così: durante unaconversazione con amiche, ognuna raccontava qualche aneddoto personale o qualche sfogo e io miinserivo. Ma quando cominciavo a entrare un po’ più nel dettaglio con qualche storia di vita vissuta– da me – la conversazione, improvvisamente, languiva…perfino io cominciavo ad annoiarmi efinivo con lo stare zitta.Poi ci sono stati anni di convivenza “forzata” dove, in un improvvisato campus, alcune ragazzedi belle speranze e di varie origini, si sono ritrovate e ogni sera dovevano far passare il tempotuffandosi nei propri pensieri, problemi, orgogli e anche debolezze. Il primo anno è passato comeal solito, già dal secondo, però, ho sentito fortissima la pressione della mia particolare valvola. Nonc’erano più le passeggiate, “il suolo natìo” ad alleggerire certi pomeriggi di pensieri troppo pesanti.Ho cominciato, perciò, a sfogarmi. Prima vomitando tutti i miei pensieri su qualche pagina in word,al computer, poi partecipando attivamente alle discussioni.Ho cambiato la tattica: attacco frontale, direi. Un soliloquio con effetto valanga che travolge etramortisce chiunque incontra sul cammino. Un’altra mossa “astuta” l’ho mutuata dagli studiclassici: il cavallo di Troia, altrimenti detto “gioco delle scatole cinesi”. Si parte parlando di unargomento “neutro” e poi io inserisco a poco a poco una serie di avvenimenti personali, uno piùpesante dell’altro. L’interlocutore reagisce sempre alla stessa maniera: inizialmente attratto dallaconversazione brillante – modestamente – a poco a poco si accorge di non avere via d’uscita. Pianopiano ammutolisce, fino a reagire con scarsi monosillabi.Dopo aver trascorso qualche anno a intorpidire amici ignari e compiacenti, ho imparato astravolgere il buon vecchio Marziale. Per il poeta latino, infatti, valeva il detto “in cauda venenum”,cioè il mettere in fondo al breve epigramma canzonatorio una espressione, una battuta, causticache rivelava la natura critica del componimento. Io ho imparato a offrire il dolce balsamo dellacaramella proprio quando il racconto si fa troppo triste, tetro, truce (regola delle tre “t”). Sto ancoramettendo a punto la tattica migliore, fino ad oggi, infatti, la caramella giunge quando ancoral’interlocutore è immobile in un sorriso di circostanza e quindi non riesce a fare l’effetto desiderato,di distensione.Per fortuna i miei interlocutori, almeno fino ad oggi, sembrano ignorare la saggezza degliantichi: “Timeo Danaos dona ferentes”.

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