Vetrina: ninfe nella spazzatura

La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!

Lettura. Questo racconto si presta a descrivere l’abuso familiare. L’abusante, di solito un uomo, sceglie una moglie solida che lo sappia amare e accudire, ma non le dà atto del suo valore. Comincia con l’isolarla da parenti e amici, così che non abbia altro sostegno che lui. Poi prende a umiliarla e sminuirla, così da farle perdere la stima di sé. In questo modo avrà ottenuto un ricettacolo per tutti i suoi cattivi sentimenti e un oggetto su cui sfogare la sua violenza. Ma come la ninfa vola via se trova una lima per segare la catena, così una donna può riuscire a sottrarsi all’abuso.
Il figlio di un genitore abusante assimila il modello del padre ed è tentato di applicarlo, ma si spera che non lo faccia.

 

Elena Trabaudi, Un po’ di femminismo. Quando viene presentata su un piatto d’argento una situazione come questa, ecco che l’antica e mai sopita vena femminista si fa largo in me e chiede urlando di parlare.
Dunque: la povera ninfa se ne stava pacifica fra le sue simili, quando arriva un principe azzurro, rozzo in quanto umano. Costui il primo giorno la ammalia con offerte d’amore; poi, subito dopo averla conquistata e resa quindi inoffensiva, la porta con sé, le toglie ogni libertà, la lega alla catena. Nel frattempo, beninteso, lui se ne va in giro; andrà anche a lavorare, è sicuro, ma insomma lui vive una vita sociale che a lei è preclusa.
A questo punto che fa la poveretta? Si fa beccare dal marito nientemeno che a parlare, a confidarsi, con un’amica: una delle sue simili, quelle con cui condivideva la vita prima di essere scelta dal signore di turno. Scenate, tragedie: d’ora in poi la meschina verrà rinchiusa nella pattumiera e avrà qualche ora di cosiddetta libertà solo in presenza del marito, grazie al suo buon cuore.
Traducendo: l’uomo deve fare il vuoto attorno alla compagna, intesa come una sua proprietà; dopodiché, quando l’ha snaturata, quando l’ha resa dipendente unicamente da lui, non gli piace più. E qui si vede anche l’uomo-bambino, incapace di amare in modo maturo, che tratta la donna come un giocattolo (solo suo, certo!) che dopo un po’ viene a noia.
Oltretutto lei è incinta, e quindi le sembra di non poter sciogliere quel legame tremendo, nemmeno se potesse. E per sua sfortuna le nasce un maschio, ragion per cui il signore lo plasmerà ben bene a sua immagine e lo renderà un maschilista prepotente, di modo che, quando finalmente l’uomo se ne sarà andato all’altro mondo, sarà il signorino a trattare la madre come spazzatura.
Certo va detto che, se avessero avuto una figlia, sarebbe stata modellata pari pari sulla falsariga della madre; e, se per caso si fosse ribellata, sarebbe finita anche lei in un’altra pattumiera, in modo da poterla tenere a freno e sott’occhio.
La liberazione finale della ninfa ha il sapore amaro di una cosa arrivata tardi, quando ormai l’aguzzino non c’è più. Ma almeno il figlio non l’avrà vinta su di lei.
È inutile trasportare su un altro piano la faccenda, tanto è lampante. Quello che si spera è che, tornata nel laghetto fatato con le altre ninfe, lasci perdere qualunque umano e si goda l’esistenza felice di chi è libero.

Francesca Taddei. Alessandra e Giovanni erano finalmente sposati. Stavano insieme da pochi mesi, ma il loro amore era così grande che entrambi non vedevano l’ora di diventare marito e moglie, per vivere insieme e costruire quella che immaginavano una bellissima famiglia.
In realtà nel giro di poco tempo Alessandra capì che Giovanni non era il ragazzo premuroso e innamorato che aveva intensamente voluto sposare. Non aveva mai una parola gentile per lei, non si sognava neanche di darle una mano nelle faccende di casa e soprattutto lei veniva sempre dopo la mamma di lui, dopo il lavoro e anche dopo le partite di calcetto. Perfino quando nacque il loro bambino, la scala di priorità di Giovanni non cambiò. Alessandra soffriva in silenzio, sperando che il marito capisse il suo stato d’animo e le dimostrasse che teneva a lei come le aveva fatto credere prima di sposarsi; ma era un’attesa vana e nel frattempo i mesi passavano, e poi diventarono anni. Alessandra si internò allora nel suo ruolo di mamma e dedicò tutta se stessa alla crescita del figlio. Era diventata malinconica e silenziosa; “la mamma triste”, la chiamavano le persone che frequentavano gli stessi giardini dove lei portava il figlio a giocare.
Un giorno scoprì per caso dei messaggi che il marito aveva inviato a un’altra donna. Erano pieni di frasi scherzose, di complimenti, di tutto quello che a lei era mancato in quegli anni. Scoprì anche che i messaggi erano quotidiani e che Giovanni cercava fuori casa quello che lei invece aveva sempre sperato di riaccendere in suo marito.
Alessandra soffrì e pianse moltissimo, tentò di avere una spiegazione, sperò che lui si accorgesse di aver sbagliato e le chiedesse perdono. Non accadde niente di tutto questo. Allora tornò al suo muto ruolo di mamma triste e continuò ad occuparsi di suo figlio, che ormai cresceva ed era sempre più autonomo e distaccato. Divenne un adolescente sprezzante e ogni giorno più arrogante. Alessandra vedeva con preoccupazione suo figlio diventare sempre più simile al padre. Capì il suo errore troppo tardi. Accettando che suo marito la trattasse con freddezza, che le mancasse continuamente di rispetto, che la considerasse una nullità, aveva dato un pessimo esempio a suo figlio. Ormai era un ragazzo maggiorenne, che solidarizzava col padre in quanto uomo e disprezzava lei in quanto donna, quindi debole, quindi da schiacciare.
Quello che vide in un momento di lucidità le fece orrore. La donna umiliata e offesa si trasformò allora in una creatura vendicativa. Mise segretamente in vendita la casa, che era intestata a lei. Il giorno che ebbe finalmente intascato tutti i soldi della vendita, semplicemente sparì. Mentre era in aereo, diretta verso un paese straniero dove si era già procurata casa e lavoro, immaginò con soddisfazione la faccia dei suoi due ex uomini.

Rosa. Mamma era mancata da neanche tre settimane, quando Roberta e Andrea vennero a sapere che era stato lasciato un testamento da un notaio. Furono molto colpiti perché loro erano gente semplice e le due casette che la mamma aveva – il bilocale in città e la casetta un po’ più comoda in paese in Calabria – erano già state lasciate come nuda proprietà equamente divisa ai figli. Con soddisfazione di tutti. Roberta aveva scelto la casetta in Meridione, mentre Andrea aveva preferito quella più piccola ma nel paese dell’hinterland milanese dove lavorava come operaio revisore di caldaie.
Di fortune nascoste nel materasso o chissà dove eran cose che potevano far parte della favolistica di altre famiglie, ma qui non c’era margine. Peraltro non si lascia al notaio il compito di dividere tra gli eredi la scatola del cucito o la pentola del minestrone: e non restava nulla di prezioso tranne i pochi gioielli femminili che eran tutti per Roberta. D’altronde alla morte del padre, Andrea aveva già ricevuto in eredità l’orologio d’oro del padre: e quindi neanche su questo i due fratelli avevano motivo di risentirsi e litigare.
Andarono dal notaio che li aveva convocati: notaio in pieno centro a Milano, in uno di quei palazzi enormi e aristocratici dove sentivano non avrebbero mai potuto sperare di entrare se non al più come personale di servizio. Tutto sembrava sovradimensionato: il portone di ingresso, la fontana in cortile, il sorriso della segretaria del notaio che li stava attendendo. Furono fatti accomodare nella sala riunioni ad un tavolo ovale dove loro sarebbero stati larghi anche al pranzo di Natale. Uno strano personaggio da un quadro cinquecentesco li fissava senza lasciarli andare e il cortile con fontana visto dalla finestra aveva come una lontana impressione di cortile di una prigione. Il notaio entrò, sorridente e profumato, da una porta che non avevano nemmeno notato. Era un uomo oramai di una certa età. Molto cordialmente spiegò che la loro mamma aveva depositato da lui un testamento già molti anni prima e raccolse i documenti di Andrea e Roberta, sempre più stupiti. “Procedo allora alla lettura delle ultime volontà della Signora Alba Micheli… Lascio a mia figlia Roberta e a mio figlio Andrea la mia visione del mondo, eredi universali della mia fatica, delle mie ricette di cucina, delle mie abitudini, della mia curiosità, ma anche della mia depressione e del coraggio mancato pur vedendo la verità delle cose. Non fatene scialo”. Alla fine il notaio chiese loro di firmare delle carte di accettazione e li congedò. Furono fatti uscire da una porta diversa da quella per la quale erano entrati e sentirono che indietro non sarebbero più tornati. Il traffico per strada li richiamava alla normalità della quotidianità.

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