Vetrina: mastica

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La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire).

Lettura

Come il lentisco cresce dappertutto, ma solo a Chios dà la mastìca, così può capitare che una persona riesca a creare qualcosa solo in un certo posto. Magari senza l’Inghilterra elisabettiana Shakespeare non sarebbe stato Shakespeare, lontano dall’Atene antica Socrate non sarebbe diventato Socrate.
Come la mastìca appena caduta è molle e poi diventa dura, così le persone nella giovinezza sono trasparenti e malleabili e col tempo diventano più rigide (ma, se «masticate» un po’, riprendono l’elasticità).
Se la mastìca ha acquisito «coerenza interna», la mastichi e ti pulisce i denti. Al contrario, se non è ancora agglomerata in se stessa, si attacca ai denti e non la mastichi più. Così, se  una persona ha una personalità solida e coerente, può interagire con gli altri e aiutarli («togliere la placca») senza averne danno. Se non ha coesione interna, a parità di qualità non riesce ad essere efficace, coinvolgente e convincente con le altre persone.
Come gli abitanti di Chios hanno saputo arricchirsi rendendo desiderabile la loro mastìca, così bisogna saper far apprezzare agli altri le proprie doti per essere desiderati.
Come il contadino pulisce il terreno sotto il lentisco per meglio raccogliere la mastìca, così il saggio si crea una vita semplice per poter cogliere meglio le cose che veramente valgono.
Le ferite che il contadino infligge all’albero per ottenere la mastìca sono come le richieste insaziabili che uno fa all’altro in certi rapporti: come concedi qualcosa, ti viene subito richiesto qualcos’altro.
Le gocce di mastìca che cadono dall’albero sono come le lacrime di un uomo sofferente; però, le lacrime di un uomo sofferente possono essere solo uno sfogo, mentre le «lacrime» dell’albero sono curative, guariscono le sue ferite.
La pianta di lentisco, per non morire degli attacchi batterici alle sue ferite, ha affinato la composizione della sua resina facendone un farmaco curativo. Così le persone, per uscire da uno stato di sofferenza, affinano delle strategie che poi tornano utili anche ad altri.
Come il contadino ogni giorno raccoglie la mastìca che è caduta, prima che gli venga rubata, così il saggio coglierà le cose preziose della vita senza indugiare. Forse domani non ci saranno più.
Come il contadino raschia l’albero prima dell’autunno per raccogliere la mastica fino all’ultima goccia, così il saggio non si lascerà scappare nessun dono del cielo, li raccoglierà tutti fino all’ultima «goccia».
Il contadino, passando a un setaccio fine ciò che ha raccolto sotto gli alberi l’estate precedente, trova nuovi preziosi grumi di mastìca. Così l’uomo, riandando al suo passato, scoprirà aspetti e bellezze di cui al momento non si era accorto.

Vetrina

Elena Trabaudi
Vengono in mente tutti i casi in cui si fa tesoro di qualcosa.
A livello pratico, coloro che fanno conserve partendo da frutta fresca o magari dai prodotti del proprio orto, compiono un’azione di questo genere.
Su un piano diverso possiamo collocare chi raccoglie attentamente dentro di sé gli insegnamenti – magari impliciti – che possono venire dalle persone, anche da quelle incontrate per caso sulla propria strada. Quando la conversazione non è banale, la strada vincente è quella di accogliere con curiosità e umiltà il racconto che ci viene offerto; e poi di archiviarlo per servirsene in caso di bisogno, utilizzandolo come esperienza.
In fondo è quello che facciamo ogni settimana con questo gioco (che non è solo un gioco!)
Un’altra applicazione che mi gira nella testa è il far tesoro delle piccole cose di ogni giorno. Siamo in buona compagnia, stiamo facendo una scampagnata o siamo a vedere una mostra che volevamo visitare da tempo? Gustiamocela fino in fondo, distillando fino all’ultima goccia il piacere di esserci!

 

Filippo
Nell’anno 250 i Romani volevano costringere Sant’Isidoro a cambiar fede. Il Santo tentò quindi di darsi alla fuga e riparò a Chios, ma anche lì i Romani lo trovarono. In un estremo tentativo di salvarsi si rifugiò sotto un albero  di mastìca che per salvarlo abbassò i suoi rami a nasconderlo. Non fu sufficiente e Sant’Isidoro venne catturato, torturato e infine decapitato.
Per il dolore gli alberi di mastìca presero a piangere lacrime profumate. Queste lacrime sono la resina di mastìca.

 

Francesca Taddei
Vediamo qualche spunto da questo lungo testo:
-come la mastìca troppo fresca si attacca ai denti e solo alla giusta consistenza diventa una perfetta gomma da masticare, molte cose devono maturare per dare il meglio di sè: dai frutti  al vino, dai rapporti interpersonali ai movimenti d’opinione, ecc…
-la versatilità della mastìca fa venire in mente le infinite proprietà attribuite ad esempio all’aglio, o al peperoncino. E lo sfruttamento economico di principi naturali con proprietà vere o presunte ha tantissimi esempi in tutto il mondo. A volte purtroppo questo processo porta al tracollo di determinate specie vegetali o animali.
-la tecnica utilizzata per raccogliere la resina. Intanto uno degli elementi fondamentali è la pazienza, e questo richiama gran parte dei lavori agricoli e artigianali svolti in ogni epoca dall’umanità. Insieme alla pazienza, entrano in gioco l’attesa e la capacità di applicarsi in vista di un obiettivo a lungo termine. Tutti valori che anche nel mondo attuale (nonostante si privilegino scorciatoie, velocità a discapito della qualità, superficialità ecc…) a volte diventano fondamentali.
-la produzione della resina si basa in fondo su una ferita inflitta all’albero. E qui siamo alla vecchia immagine greco-latina dell’agricoltura come violenza alla natura, dell’aratro come elemento maschile che si impone sulla terra, elemento femminile per eccellenza. Oppure alla visione di ascendenza biblica dell’uomo, plasmato a immagine e somiglianza di Dio, che esercita il suo dominio sul creato. In quest’ottica il contadino che incide la corteccia non fa altro che perpetrare un’attitudine antropocentrica e/o maschilista.

 

Pietro V.
Più facile di tutto mi verrebbe legare la màstica alle ultime elezioni al governo: indigeribili. Tuttavia c’è un aspetto di piacevolezza, in questa màstica, del tutto assente dal governo o quasi. Quindi passiamo oltre.
E oltre, nell’oltre, a me fa pensare al tempo e ad alcuni momenti che ci siamo lasciati dietro: sono come congelati nel tempo, lasciati là con tutto il carico di speranze che avevano o con tutto il portato di dolore che ci hanno inciso sull’anima e oramai sembrava che la cicatrice fosse fatta o che quella speranza lì non avesse più ragione di aver nulla di vivo, e puntualmente i fatti ci smentiscono. Un angolo diverso a cui svolti per una ragione qualsiasi e ti imbatti in una persona che pensavi di aver seppellito, consegnato all’oramai, sigilllato nell’«E se…?»; una lettera improvvisamente suona la musica del caso e un progetto che pareva non potesse decollare mai capita sotto gli occhi di qualcuno che decide di ridarvi linfa (non a caso) e allora via di nuovo con le speranze e le promesse, magari perfino mantenute.
Noi seppelliamo i nostri cadaveri dentro cadaveri di legno, corpi di carne ben vestiti dentro corpi di legno tagliato e piallato. Così penso che mastichiamo certi irrisolti, nati da incisioni. A volte è bellissimo.

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