Vetrina: le porte che si aprono solo dall’interno

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La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire).

Lettura

La porta che non ha maniglia né serratura esterna è la porta del cuore di ognuno, che nessuno può aprire o forzare. Solo tu, con la tua anima, leggiadra portinaia, puoi ammettere i visitatori, aprendo dall’interno, oppure lasciarli fuori.

Vetrina

Elena Trabaudi, Aprirsi o non aprirsi?
Per prima cosa, vorrei che mi venisse chiarito un dubbio: chi è il padrone di casa, di cui parla la ragazza nell’ultima riga? Non sarà per caso il suo ragazzo? Perché in questo caso sarebbero annullati in un colpo solo decenni di sano femminismo, con la giovanissima protagonista che ha già interiorizzato a tal punto le regole dominio/servitù da porsi come vestale, come colei che non ha altro di meglio da fare che stare ad aspettare il suo uomo; lei regina della casa, lui a realizzarsi fuori.
Spero però che non sia così e che i due ragazzi stiano vivendo semplicemente un grande amore, lontano dalla civiltà, lontano dai parenti e dalle regole. E che il padrone di casa sia un tale che viene raramente, solo per riscuotere l’affitto e fare due chiacchiere (ma che siano due!)
C’è anche una lettura più interiore, che si riferisce al solito dilemma di come accogliere l’altro, l’estraneo, il potenziale amico. Aprirsi o non aprirsi? Farsi concavi o convessi?
La risposta che questa lettura suggerisce è che la chiave del nostro io ce l’abbiamo solo noi. Ognuno di noi può decidere a chi aprire e a chi no, salvo gli obblighi sociali (il padrone di casa).

 

Francesca Taddei
Giallina è una canarina di colore appunto giallo. La sua vita scorre pacifica e senza scosse, in una graziosa gabbietta a forma di pagoda. Ha un paio di trespoli puliti su cui appollaiarsi, un beverino con acqua fresca in cui bere e una mangiatoia sempre piena di semi appetitosi. Appena ne ha becchettati un po’, la mangiatoia viene riempita di nuovo, in modo che il livello sia sempre costante. Nessun pericolo, mai patita la fame, né la sete. Una vita da invidiare, se non fosse che deve rinunciare a uno dei bisogni primari di ogni essere senziente: la libertà.

 

Lodovico Re
Al Manicomio Criminale e ancora più ai Carabinieri non sapevano più dove andarlo a cercare. Eppure un matto pericoloso  che scappa non dovrebbe essere difficile da trovare. Chi è che lo ospita uno che va in giro con l’ombrello anche col sole a luglio? Quando gli chiedevano «Ma Signor Gino, perché l’ombrello?», lui rispondeva che «l’ombrello fa matto!».
Sparito nel nulla. Il cane poliziotto ne aveva seguito le tracce fino a davanti a un vecchio lungo e compatto muro di cinta. Lì il cane si fermava abbaiando davanti a un punto del muro senza particolare rilievo. I carabinieri pensavano che oramai il segugio dovesse essere invecchiato e diventato un po’ demente.  Ma lui, il cane, era sì vecchio, ma saggio. E sapeva anche leggere.
Eppure non capiva  come mai infermieri e carabinieri non leggessero quel cartello sulla porta: «Solo per matti». Anzi, sembravano proprio non vedere nemmeno la porta.

 

Giò Piccolo
Alla fine di un percorso tortuoso e pieno di deviazioni volontarie e forzate, mi ritrovo improvvisamente davanti a uno specchio. Uno specchio con una cornice rassicurante fiori blu, forse fiordalisi. Nulla è più innocente, più puro di un fiore. Così, incoraggiata dalla mia ricerca di innocenza, mi perdono. Mi affaccio al bordo dello specchio e osservo la vita da quella parte. Tra me e il mondo, una lastra lucida che riflette. Ma non sono sola, vivo col padrone dello specchio: il mio ego un po’ deforme. Insieme (?) decidiamo chi far entrare nello specchio e accarezziamo il tempo che trascorre, come un pigro gatto sulle ginocchia.

 

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