Vetrina: guardare e vedere

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La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire).

Lettura

Non è abbastanza guardare per vedere. Anche la forma più semplice che capita sotto gli occhi, se non è esaminata con attenzione, non verrà percepita correttamente. Come in tanti anni non ho «visto» il tavolo su cui trascorro ore ogni giorno, chissà quante altre cose mi sono sfuggite nella vita!

Vetrina

Elena Trabaudi, Leo
Amanda era una liceale quindicenne: una ragazza come tante, ingenua come lo si è a quell’età, ma già piuttosto sveglia nelle schermaglie d’amore.
Quel pomeriggio di aprile partiva con il pullman da piazza Diaz, insieme a tanti ragazzi e ragazze più grandi di lei, per raggiungere Livigno. I genitori le avevano concesso una Pasqua sugli sci da sola. L’unica sua coetanea era Ester, intrufolata in quel gruppo grazie alla sorella.
Appena si guardò intorno, ad Amanda si fermò il respiro. Aveva davanti a sé il più bel ragazzo che le fosse capitato di guardare. Pur cercando di far finta di niente, lo sguardo della fanciulla capitava spesso su di lui; chissà se lui se ne accorgeva, bersagliato com’era da occhiate languide!
In montagna le cose volsero a favore di Amanda. Con Leo passò dei giorni intensi e molto belli; e cominciò a capire come poteva essere pieno di soddisfazioni l’amore ricambiato.
Parlando con lui del più e del meno, tra un bacio e l’altro, tra un gioco a tappo e una canzone suonata alla chitarra, si accorsero che si erano già conosciuti l’anno prima alla festa di Susanna. O meglio, capirono che dovevano essersi incontrati per forza, lei attenta ad aggirarsi senza mostrare troppo impaccio, lui che già aveva chiuso la storia con la padrona di casa. Ma in nessuno dei due era rimasto impresso il viso dell’altro; evidentemente si erano visti senza farci caso, perché per loro non era ancora arrivato il momento giusto.

Rosa
«Non ho visto il bosco per i troppi alberi».

Filippo
Vide i suoi colleghi d’ufficio, quelli più ossequiosi e conformisti che incontrava tutti i giorni, e all’improvviso guardò nei loro cuori.

Lodovico Re
Aveva avuto quella cartolina per le mani tante volte nell’attesa del viaggio. Era stata il suo immaginario del luogo che lo faceva tanto sognare. Ora che era tornato, come gli sembrava diversa e come ne capiva ancora più dettagli. Sempre la stessa cartolina, solo un po’ più stropicciata.

Francesca Taddei
Elisa e Riccardo frequentavano la stessa compagnia di amici. Erano una ventina; si incontravano il sabato sera di fronte al solito bar e poi decidevano dove trascorrere la serata. In genere in qualche locale, a volte in discoteca, più raramente al cinema.
Un giorno, durante la pausa pranzo, Elisa e Riccardo si ritrovarono in fila nello stesso bar. Un panino lei, un piatto di pasta precotta lui, una birra per uno. Si sedettero a un tavolino e si misero a chiacchierare. Riccardo entrava in quel bar per la prima volta; di solito andava a pranzo da un’altra parte; si stupì di sentire che Elisa lavorava invece in un ufficio poco distante e che quello era il bar in cui si recava quindi tutti i giorni. Si rese conto che, fino a quel momento, non aveva mai chiesto a Elisa quale lavoro facesse. Discorrendo del più e del meno, si accorse che c’erano molte altre cose che non sapeva di lei.
«Ma guarda, usciamo con la stessa compagnia da più di un anno, e scopro solo ora che ama sciare, come me… E che ci piace la stessa musica…», pensava tra sé Riccardo mentre osservava Elisa di fronte a lui.
Non aveva mai notato quegli occhi così intensi e grandi. C’erano un sacco di ragazze molto più appariscenti nella compagnia e con Elisa raramente aveva scambiato più di qualche frase di circostanza.
Sì, decisamente dei bellissimi occhi. E quei capelli castano chiaro: veniva voglia di sfiorarli. Quando Elisa si alzò per andare a ordinare i caffè, si accorse che tutto l’insieme gli piaceva. Era indubbiamente una bella ragazza e lui non se n’era accorto fino a quel giorno. E poi era così piacevole parlare con lei.
«Possibile non notare per oltre un anno la ragazza più carina della compagnia? Sono proprio un imbecille!», continuò a ripetersi Riccardo per tutto il pomeriggio. Poi pensò che il sabato successivo, invece di uscire con tutta la banda, lui ed Elisa avrebbero potuto uscire da soli.

Pietro V
Una volta un mio amico, durante una notte in cui eravamo un po’ bevuti, mi fece tutto un discorso sul guardare e sul vedere e su come tutto si legasse al fatto che lo sguardo è una cosa profonda e la svista uno sbaglio: la stessa lettera esse, al di là delle apparenze, in realtà rafforza la realtà insita in ciaschedun verbo, la distrazione del vedere e la profondità del guardare. Era un discorso molto filosofico, di quelli da «la notte stellata sopra di me e la legge morale dentro di me. e un paio di litri di vino pure, dentro di me».
A volte non si vedono più cose che si hanno da sempre, tipo un rapporto d’amore o d’amicizia, e serve il pericolo di perderle per farci tornare a guardarle. Ma siamo sicuri che anche in questo vedere che si sostituisce al guardare, in questo dare per scontato non ci sia la saggezza di qualcosa che si è già perso ma non vogliamo lasciare andare? Vedete un po’ voi se in questo caso si può dire: «beh, guarda un po’».

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