Vetrina: disfare una casa

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La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire).

Lettura

Ciascuna persona è come un centro che raccoglie attorno a sé oggetti, cose, proprietà, e anche modi di fare, nozioni, idee, pensieri. Quando si muore, mancando il centro, tutto si disperde. Se siamo fortunati le istanze e gli oggetti che ci caratterizzavano vengono raccolti da qualcun altro e continuano a vivere. Ciò che non piace a nessuno, non solo oggetti ma anche tratti del carattere, deve  essere buttato via, altrimenti, se non è stato attivamente preso in mano e eliminato, resterà vivo opprimendo le generazioni successive.
Neanche il più piccolo foglio va nella raccolta della carta da solo: qualcuno deve portarvelo.

Vetrina

Elena Trabaudi, L’ottico Felix
In una strada della Firenze medioevale l’ottico Felix aveva un laboratorio ben fornito. È vero, molti macchinari ormai erano antiquati, ma ancora svolgevano egregiamente il loro lavoro; e poi, parliamoci chiaro, a sessantadue anni gli era svanita la passione che lo aveva infervorato da giovane e anche da uomo adulto. Ormai voleva solo ritirarsi, ma come fare? Non sapeva a chi lasciare l’officina.
Dopo qualche incontro, il figlio di un suo ex concorrente gli propose di rilevarla. Oh felicità! I macchinari ebbero nuova vita: in gran parte mantenuti, i più vecchi regalati come ferraglia. Gli ampi locali del laboratorio vivevano ancora.
Il falegname Beppe e l’idraulico Neri si trovarono a rimpiangere la compagnia dell’altro artigiano del terzetto; soprattutto dispiaceva loro di non poter andare da lui quando l’Inter perdeva, tanto per fare qualche battuta e ridere un po’. A volte ne parlavano tra loro, e sorridevano. Proprio così – dicevano l’uno all’altro – , con Felix si stava bene. I giovani sono così musoni…

Francesca Taddei
Quando è morta la zia Fausta, che per me era una pro-zia, abbiamo ereditato la sua casa. Dovevamo svuotarla in fretta per affittarla, onde pagare la retta dell’istituto che accoglieva l’altra prozia, che si avvicinava ai 100 anni. La prima volta che siamo entrati in casa per questo «lavoro» eravamo in tre. Claudio aveva circa 9 mesi e quindi non era di grande aiuto; la mamma aveva appena smesso di fumare e quindi era in grave crisi di astinenza; inoltre manifestava un blocco psicologico di fronte a tutti quegli oggetti appartenuti a persone che non c’erano più. Insomma, il lavoro toccò alla sottoscritta. La quale non aveva intenzione di svuotare tutto e amen, ma voleva prima accertarsi che non ci fossero cose importanti da conservare. E per cose importanti non si intendono mobili di pregio, gioielli ecc… Quello che cercava, da brava archeologa, era ben altro e in effetti la ricerca non fu delusa. Da ogni cassetto saltarono fuori chili di carte. C’erano molti fogli inutili, carta e cartone messi da parte per non si sa quale utilizzo, ma mescolati con questi anche materiali importanti: lettere, fotografie, cartoline, documenti vari che coprivano un arco temporale molto lungo. Quella casa custodiva la memoria della famiglia e quello che venne fuori in quella ricerca e nelle altre che seguirono nei mesi successivi, era un vero e proprio archivio. Ogni singolo foglio fu passato al setaccio, tutto ciò che poteva rappresentare una «fonte storica» fu conservato. E così l’eredità della zia ha permesso di ricostruire intere generazioni e ha dato vita al mondo di moltoesenzafine.it. Adesso sappiamo che un filo ben saldo ci lega a persone vissute nell’Ottocento o anche prima e ci piace pensare che questo filo non si fermerà con noi.

Pietro V., Casa da disfare
Non ce la posso fare. Devo chiamare qualcuno perché mi disfi una vecchia casa, altrimenti a metà del lavoro… anzi a un terzo… anzi appena iniziato il lavoro mi fermo e inizio a spendere milioni di pensieri su ogni microscopica cosa della mia vita e su tutti i ricordi legati a quel boccale di birra o a quel paio di strani berretti rossi con la spilla del Bauhaus o mi rileggo un vecchio diario o mi provo vecchi vestiti per vedere se mi vanno ancora. E se la casa non è la mia è lo stesso: sono un bulimico dell’imperfetto e mi ci getto a capofitto e faccio andare l’immaginazione e non combino niente. I miei amici lo sanno e ormai quando c’è da fare un trasloco mi chiamano solo a rimontare la casa e mai a disfarla. E la mia vita è così: del mio passato non riesco a buttare via nulla, costruisco solo soffitte più grandi. E per fortuna ogni tanto una parte crolla e i ricordi si fanno spuntare le gambe e scappano via.

Filippo
Era stato licenziato, ma non lo aveva detto a nessuno, nemmeno in famiglia. Aveva un po’ di risparmi segreti che avrebbero permesso insieme allo stipendio della moglie di andare avanti un paio d’anni forse  anche tre. Alla mattina continuava a uscire di casa come a dover andare al lavoro di sempre. Salutava la moglie e baciava le due bambine. Salutava i vicini che incontrava sulle scale ed in strada l’edicolante. Poi prendeva il metrò e all’arrivo entrava nel solito bar: solito caffè ma non più la brioche. Diceva perché voleva dimagrire, ma in realtà era per risparmiare.
Al lavoro aveva ancora il suo armadietto con la chiave: non lo aveva svuotato. D’altra parte l’azienda era enorme e nessun si era accorto di quell’armadietto semplicemente chiuso come tutti i numerosissimi altri. Ci aveva lasciato un ombrello e un impermeabile oltre che a un libro e ad una confezione di fazzoletti di carta. La chiave dell’armadietto era nel mazzo delle chiavi di casa.
Dopo il bar andava in giro per la città, in quartieri dove non conosceva nessuno e confidava di non incontrare nessuno. Non faceva nulla, non coltivava interessi segreti, non aveva amori clandestini. Nulla. Era il vuoto. Poi giunta l’ora del rientro, il film si riavvolgeva al contrario. Riprendeva il metrò e si sentiva «normale». Talvolta  trovava qualche conoscente: naturalmente si parlava di lavoro. In metrò quasi tutti quelli che si incontrano e che lavorano parlano di lavoro. Lamentandosene. Anche lui faceva la stessa cosa, seppur con l’accortezza di restare molto sulle generali.  Poi rientrava a casa e la sera come per miracolo la vita in famiglia gli sembrava all’improvviso tornar reale. Fino all’indomani mattina.

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