Vetrina: cucchiaini

La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!

Lettura. Bisogna essere pronti a cogliere la felicità: chi non vuole rischiare nulla ed esita rischia di perdere occasioni. Poi, una volta giunti alla fonte di una felicità, bisogna avere lo strumento giusto per coglierla: se è liquida, un cucchiaio o un bicchiere. Fuor di metafora, per avere la felicità bisogna prenderla, dopo averla riconosciuta nella sua essenza. Inoltre, come il bambino che presta a tutti il suo cucchiaino, così le persone molto ricche di felicità a volte sono tanto generose da offrire anche ad altri gli strumenti per coglierla di cui sono dotati loro.

Carla Muschio

Stefania Berutti. “NON CI LIESCO!!” ..la piccola Sofia stringeva gli occhi azzurri mentre, con la fronte disegnata da sottili pieghe nervose, urlava alla nonna tutta la sua giovane impotenza. La nonna sorrise rimettendole sotto il naso il foglio di carta ormai stropicciato: “Dai, su, lo so che puoi farlo… basta che guardi quella che ho fatto io là in alto e poi la ricopi. Se mi fai questo favore poi per te c’è un bel gelato!”. Sofia sbuffò, gonfiando le guance paffute e scrollando la testa. Era inutile sperare in un po’ di comprensione da quella bella, ma stupida, nonna rugosa… la S riusciva a farla solo al contrario! E tanto bastasse, in fondo a tre anni non sono molte le bimbe che sanno scrivere il proprio nome.. se anche una lettera non è esattamente come deve essere… pace! Ma, convinta nella sua testardaggine, riprese, con la lingua che faceva capolino dalle labbra chiuse, a copiare la lettera della nonna, sperando di riuscirci oppure di prendere per stanchezza la simpatica sessantenne che passava con lei tutti i pomeriggi. Quel giorno si trovavano in parrocchia, c’era stata una gran festa e nonna Adriana l’aveva voluta portare a tutti i costi. Poi, davanti alle amiche, aveva decantato la precocità di quella bella nipotina e così Sofia si era ritrovata, sudata e stravolta dalle corse con il cagnolino della signora Ada, suo malgrado a dar prova della propria abilità. Mentre Sofia era piegata sul foglio bianco, la voce stridula di don Piero cominciò a farsi strada tra le comari vestite a festa: era arrivata una notizia bellissima, la visita inaspettata del nuovo Vescovo che, giunto in città per la sua investitura, si sarebbe fermato ad ammirare il giardino della chiesa dove, grazie alle generose elemosine dei fedeli, era stato possibile riprodurre la grotta di Lourdes, con tanto di Madonnina, Bernadette, lo spiazzo e le piscine. Questo modello in scala, che nel quartiere aveva riscosso un incredibile successo e la cui fama si stava diffondendo nel resto della cittadina, era costato a don Piero molto sudore e anche un poco di ulcera, soprattutto per l’incombenza di stare dietro ai lavori evitando pericolosi ammanchi nell’amministrazione parrocchiale. Finalmente la voce aveva raggiunto il Vescovo e di lì a tre giorni ci sarebbe stata l’illustre visita. Sofia non capiva come mai, tutt’a un tratto, si agitassero tutti così tanto.. sapeva solo che finalmente era riuscita a fare la S come voleva la nonna, ma questa non aveva più occhi per la nipotina e i suoi sforzi, si era lanciata in una accesa discussione con la signora Ada, su quali canti fosse meglio intonare per la felice circostanza.
Il giorno dopo l’intera comunità di nonne e zie, con rispettivi consorti, era ormai sul piede di guerra: la gara era a chi aveva la pensata migliore per la santa visita, eppure un nutrito gruppo di parrocchiani non aveva intenzione di partecipare all’evento. Anzi, la visita del Vescovo poteva essere a tutti gli effetti un modo per ribadire con forza il no alle alzate di ingegno di don Piero! Da quando era arrivato lui, le spese per la chiesa erano decuplicate! Ogni mese ne inventava una nuova e la goccia era stata proprio la grotta di Lourdes, una grande opera costata molti soldi e, apparentemente, a uso e consumo unicamente della fama del Parroco. Tra queste guerre di religione senza quartiere, i bambini sembravano i più contenti di tutti. Solo i più grandi, i cresimandi, avevano compreso in pieno cosa sarebbe accaduto, per tutti gli altri si trattava di un giorno di festa, anticipato da giornate dense di prove (i canti e uno spettacolino di rievocazione della visione di Bernadette), di giochi e di mangiate! In effetti ormai tutte le nonne, strette tra la doppia incombenza di fare da baby sitter ai nipoti e di darsi da fare per i preparativi della visita, si erano decise a portare i nipoti nella grande nursery in cui si era trasformato l’oratorio. C’erano bimbi di tutte le taglie: età e razze si mescolavano in una festosa Babele di giochi e canti e urla e a volte anche pianti. Sofia guardava a quella bolgia con gli occhi sempre più dubbiosi, la piccola fronte non si era ancora distesa e nella mente precoce qualche pensiero si agitava. Il giorno tanto atteso arrivò come previsto: la figura del Vescovo quasi non si riusciva a distinguere, persa com’era sotto tiare ingioiellate e vesti lucenti. Quando finalmente riuscì a tagliare le ali della folla che lo attendeva, Monsignor Pietro Bakaya avvertì lo stupore negli occhi dei fedeli. Ebbene sì, qualcuno si era chiesto il motivo di un nome così strano, c’era chi aveva azzardato un’origine nordica, forse bolzanina.. in fondo là non si parlava un’altra lingua, oltre all’italiano? Nessuno, tuttavia, si era preso la briga di cercare una foto o di leggere gli articoli che il buon don Piero aveva affisso dappertutto in parrocchia, per introdurre la visita del nuovo Vescovo.. africano! Mons. Bakaya era originario del Congo e si era trasferito in Italia una quindicina di anni prima; la sua nomina aveva fatto scalpore, ma non aveva raggiunto il quartiere, preso dalle proprie, quotidiane, beghe per poter fare caso alle alte sfere della Curia. E così, nel silenzio generale Monsignor Bakaya entrò in chiesa, preparandosi alla Messa. Dopo un primo momento di smarrimento i bambini del coro avevano preso posto e intonato le canzoni tanto preparate, ma in una atmosfera decisamente surreale: l’organista, infatti, continuava a sbagliare i tasti, impegnato a squadrare da capo a piedi l’illustre ospite; alla fine i catechisti si risolsero a far cantare i bambini  a cappella, in una chiesa incredibilmente silenziosa. L’omelia fu breve, in fondo il Monsignore non aveva voglia di indottrinare proprio quella domenica i suoi fedeli sulla necessità dell’accoglienza e della comprensione e dell’apertura all’altro! Si preparò, perciò, al resto del programma spostandosi nel tanto decantato giardino, dove una giovane Bernadette nostrana si apprestava alla visione della roccia. Alla fine della rappresentazione Monsignor Bakaya aprì la bocca in un sorriso sincero e distesa, don Piero scambiò con lui qualche osservazione, ma tra i fedeli la diffidenza era ancora tangibile e sembrava rischiare di rovinare l’atmosfera serena che i bambini avevano saputo creare. Ad un certo punto il Vescovo decise che era giunto il momento di fare un annuncio: la bravura dei ragazzi e dei loro educatori andava premiata, perciò potevano scegliere di visitare il palazzo dell’Arcivescovado l’indomani. Solo per loro sarebbe stato aperto e visitabile, con un grande buffet ad accoglierli e la possibilità di giocare nel grande parco, già fiore all’occhiello della Curia nei secoli d’oro della città; bastava fare un elenco di chi ci sarebbe stato, era necessario per gli uomini della Sicurezza avere i nomi di coloro i quali erano intenzionati ad andare, occorreva una semplice firma su un foglio.
La reazione non fu esattamente quella che aveva previsto Monsignor Bakaya: un gruppetto di bambini urlò un “Sììììììì!!!” ma fu subito zittito a furia di gomitate da alcuni catechisti e un paio di genitori, don Piero sorrise in modo talmente tirato che qualcuno pensò ad un malore… ma dalla selva di gambe spuntò la testa bionda di una bambina. Alle parole “gioco” “parco” e “mangiare” Sofia aveva sgranato gli occhi furbi e aveva preso mentalmente nota dell’occorrente: il proprio nome su di un foglio! Perciò, sorridente e trotterellante, si era presentata al buffo signore nero con l’immancabile foglio e una matita colorata, quella azzurra, che le piaceva tanto. Buttata a terra si mise a segnare con implacabile precisione le singole lettere che componevano il suo nome e infine, sudata ma sorridente, porse il capolavoro alla mano ingioiellata del Vescovo. Il sorriso di Bakaya divenne una piccola risata, che fece tintinnare pericolosamente la tiara, ma ebbe finalmente l’effetto di rompere l’incantesimo che aveva immobilizzato gli astanti. In mancanza di biro o matite, i bambini presero la matita di Sofia che, piuttosto a malincuore, acconsentì a prestarla; in breve tempo si formò una lunga fila, fatta soprattutto di ragazzi, cui si aggiunsero un paio di catechisti (“Giusto per controllare, non li possiamo mandare da soli”) e infine alcune nonne. Dopo un quarto d’ora giunse l’autista a richiamare il Vescovo ai suoi doveri pastorali e così il foglio di Sofia fu ripiegato e intascato con cura. L’indomani si presentarono tutti all’Arcivescovado, anche qualcuno di più, che non aveva fatto in tempo a segnarsi o, più onestamente, si era preso la notte per riflettere meglio sul da farsi. Pietro Bakaya fece entrare tutti e i bambini trascorsero una bellissima giornata di giochi, mentre gli accompagnatori colsero l’occasione per rimediare alla fredda accoglienza del giorno prima e imparare qualcosa di più sulla carità cristiana. La domenica successiva don Piero decise di non pronunciare alcuna omelia, ma di lasciare la parola ad alcuni di quelli che avevano partecipato alla giornata all’Arcivescovado: la loro testimonianza doveva infatti servire da lezione a chi non era riuscito a vincere i propri pregiudizi ed era rimasto a casa.

Lorenzo. A casa mia da ragazzo c’era una strana abitudine a tavola.
La spesa era fatta da mia madre che quindi comperava anche il formaggio. Ogni tanto comperava la mozzarella cha a mio padre napoletano piaceva molto. Per qualche strano motivo però quando a tavola arrivava il momento del formaggio e si scopriva che c’era la mozzarella mio padre non la mangiava mai il primo e a volte neanche il secondo giorno. Lui la guardava e diceva che era fresca e quindi non c’era fretta di consumarla. Prendeva allora un pezzetto di un altro formaggio lì da più tempo, ma che in realtà, come il provolone,  avrebbe potuto aspettare facilmente ancora. Io osservavo tutto questo con un senso di mistero sui perchè profondi e senza sentir nessuno che trovasse a ridire. Nemmeno io.

Francesca Taddei
Sul volantino consegnato ai capi della comunità c’era scritto che ogni famiglia doveva trovarsi al completo, all’ora stabilita, nel luogo di raccolta. Non erano previste deroghe di alcun genere: tutti dovevano presentarsi; anche i neonati, i vecchi, gli infermi. Era consentito portare con sé un tot di capi d’abbigliamento, provviste per 3 giorni, i documenti d’identità, denaro e gioielli. Chi non si fosse presentato in tempo sarebbe stato immediatamente rintracciato e punito; uguale sorte sarebbe toccata a chi avesse trasgredito in qualunque modo le indicazioni impartite dalle autorità competenti.
Sulle prime la comunità si divise. Chi voleva obbedire semplicemente, per evitare punizioni; chi avanzava qualche sospetto. Perché tanta fretta? Perché dare solo poche ore di preavviso per il trasferimento di un’intera comunità? In effetti il tempo era poco, sia per organizzare la partenza di ogni famiglia, sia per pensare a soluzioni alternative.
I più si convinsero che non c’era molto altro da fare e che bisognava seguire gli ordini, per evitare problemi. Riuscirono ad autoconvincersi, e anche a convincere gli altri, che in fondo non era una brutta prospettiva quella di essere trasferiti in una terra che sarebbe stata destinata a loro. Sempre meglio del ghetto in cui erano ormai costretti a vivere. Alcuni erano perfino incuriositi dal paese esotico di cui avevano sentito parlare come loro meta. Certi ragazzini erano perfino eccitati all’idea del viaggio che li aspettava.
Tutti si organizzarono; riempirono le valigie dell’indispensabile, cercarono di nascondere tra la biancheria qualche oggetto di valore che a destinazione avrebbero potuto scambiare con beni di prima necessità, radunarono bambini e anziani e si avviarono verso il punto di raccolta.
Gli uomini in divisa li condussero poco lontano, a uno scalo ferroviario. Fermi di fronte al treno, alcuni ebbero un attimo di indecisione; ma poi i portelloni vennero aperti e tutti, in fila ordinata, salirono sui vagoni. Si aiutarono l’un l’altro, si passarono i bambini più piccoli e le valigie più pesanti, issarono a forza i vecchi e gli ammalati.
I pochi che non si erano fidati, che avevano fiutato nell’aria il pericolo e si erano nascosti nei condotti fognari, furono i soli superstiti della comunità. Per gli altri la meta finale non fu una terra esotica, ma il campo di sterminio.

Elena Trabaudi, Tredici anni . Quell’invito alla festa era sembrato a Serenella troppo allettante per farselo sfuggire. Il festeggiato le piaceva, era un biondino spigliato che non la guardava nemmeno, ma questo era del tutto secondario. A pensarci bene, non era chiaro se in casa di Guido ci sarebbero stati i genitori o meno; inoltre, la garante della serietà della cosa era Carlotta, e solo questo avrebbe dovuto frenare lo slancio delle amiche.
Carlotta, si sa, era la più richiesta dai ragazzi. E che cos’avrà mai di così meraviglioso? La civetteria, ecco tutto, pensavano alcune. A Serenella invece pareva che l’amica del cuore fosse davvero di impareggiabile fascino e non si stupiva del fatto che tutti cadessero ai suoi piedi.
Però l’età delle ragazze era un po’ troppo verde per rischiare situazioni sconvenienti.
Tra i genitori c’era chi rifiutava il permesso a priori, chi doveva essere convinto con rassicurazioni e moine per una settimana intera, e chi non trovava niente di negativo nella cosa, purché la figlia lasciasse nome e cognome del padrone di casa e numero di telefono.
I genitori di Serenella appartenevano appunto a quest’ultima categoria.
Le ragazze andarono alla festa, ma fu subito chiaro che non c’era ombra di genitori, che le tapparelle della sala erano abbassate, che i ragazzi per darsi un tono da grandi bevevano e fumavano; e poi invitavano a ballare un lento e stringevano senza chiedere il permesso.
Carlotta si accaparrò il più attraente e svanì in una stanza: avrà trovato l’ambrosia che cercava? Serenella invece, sempre più sulle spine, aspettò un orario appena accettabile e se ne andò a casa senza nemmeno salutare. Coi genitori fece finta di niente come sempre, tanto loro non sapevano come girava il mondo e andavano lasciati nella loro beata ingenuità.

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