Vetrina: cambiare le lenti

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(In apertura, un dipinto di Vladimir Kush).
La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire).

Lettura

La pigrizia può portarci a vedere il mondo in una certa ottica, fissare certe opinioni e attenerci a quelle senza tornarci più sopra. Questa rigidità di sguardo limita molto la nostra visione delle cose e le azioni che ne conseguono. Quando percepiamo di capire poco un problema o sentiamo l’esigenza di approfondire la conoscenza di qualcosa, è una buona idea provare a guardare da un punto di vista diverso. Ad esempio, se c’è un contrasto con un’altra persona, si può provare a guardare la cosa dal suo angolo visivo. Oppure ancora, si può affrontare una questione collocandola in un contesto più ampio, come fa l’aquila, o osservando insieme tutti i fattori attorno, come fa il pesce con la sua straordinaria apertura visiva. Ingrandire un dettaglio, vedere bene qualcosa che è lontano, focalizzarsi su un oggetto lasciando perdere il resto… Come il bravo fotografo sceglie per ogni immagine l’obiettivo giusto, così ciascuno farebbe bene a non guardare tutto da un’«ottica fissa» e utilizzare nelle varie circostanze modalità di esplorazione e ragionamento diverse.

Vetrina

Elena Trabaudi, Punto di vista
Il nostro andare per il mondo ci porta in contatto con persone e situazioni. Di solito si tende subito a definirle dentro di sé, dando loro delle etichette preordinate. È sbagliato.
Conviene aspettare, sospendere il giudizio, o perlomeno essere pronti ad aggiustarlo con l’esperienza. Mi è capitato molte volte di cambiare opinione su una persona, dopo aver modificato il punto di vista dal quale la osservavo. Lo stesso avviene per le situazioni; e più sono intricate, più conviene dotarsi di vari obiettivi da montare in sequenza, fino a trovare l’inquadratura perfetta.

 

Francesca Taddei
Duccio Nocentini viveva nella regione più bella del mondo, la Toscana. Era fierissimo delle sue radici: francamente non ci poteva essere niente di meglio che essere un toscano DOC da generazioni. I suoi genitori si erano stabiliti in un bellissimo borgo quando lui era nato e durante tutta la sua vita non si era mai allontanato volentieri dalla sua terra. Quando gli era toccato andare in trasferta nel nord Italia per lavoro si era sempre sentito morire: la nebbia, quella gente musona che non capiva le sue battute… Oddio, la nebbia in verità non l’aveva mai trovata, ma le battute davvero non le capivano. Lui sparava lì uno dei suoi cavalli di battaglia, quelli che al bar del paese piacevano tanto, e quella gente stava lì a guardarlo inebetita come se non capisse che bisognava ridere. Via, si sa che i toscani sono i più simpatici di tutti!
E quando si era dovuto spingere a sud? Mamma mia, sempre col terrore che gli rubassero l’autoradio, o tutta la macchina direttamente. E poi come parlavano male, non si capiva nulla. Lui che invece aveva i genitori che venivano dalla culla del Rinascimento e della lingua italiana!
Per carità, lui non era razzista, però via, coi meridionali meglio non avere niente a che fare… e nemmeno con quelli di su. Non parliamo poi di certa gente che proprio… via, non per essere razzisti… ma se tutti ce l’hanno con loro un motivo ci sarà, no?
Poi un giorno il signor Duccio Nocentini perse la sua povera mamma, che era già vedova da qualche anno. La donna aveva una casetta che andava svuotata per metterla in vendita e così, per curiosità, prima di assumere una ditta per sgomberare l’appartamento, si mise ad aprire qualche cassetto. Si ritrovò per le mani i primi documenti. «Già», pensò, «non ho mai chiesto molto dei parenti, dei nonni che non ho conosciuto… chissà se trovo qualcosa».
Dopo aver messo insieme i primi elementi, cominciò a sentirsi male. La madre non gli aveva mai detto che i suoi genitori erano meridionali! Il nonno paterno era calabrese e la nonna siciliana. C’erano i loro documenti insieme a qualche foto: donne vestite di nero, un uomo con la coppola… oh, mio dio, ci manca solo la lupara.
Non aveva mai riflettuto sul cognome di sua madre, ma ora si rese conto che indicava indiscutibilmente un’origine meridionale. Come aveva fatto a non farci caso? In effetti lei non gli aveva mai parlato della sua famiglia e lui non aveva mai chiesto. Sapeva solo che aveva conosciuto il babbo a Firenze. Sì, gli aveva detto che veniva da fuori, ma lui immaginava un «fuori» diverso, che venisse da quelle belle campagne tutte viti e olivi che si trovano a pochi chilometri!
Cominciò a cercare affannosamente tra le carte; a questo punto voleva sapere della famiglia di suo padre. Dopo qualche ora trovò uno strano documento. La nonna paterna si era fatta battezzare da adulta. Che cosa strana. Allora prima cos’era? «Oh, cielo», cominciò a sudare freddo, «stai a vedere che…». Fece una breve ricerca in internet e scoprì che il cognome della nonna si trovava nelle liste dei deportati. Perfetto, due nonni terroni e una nonna ebrea. Il signor Duccio Nocentini vide il suo mondo sbriciolarsi in un minuto e all’improvviso si sentì come perso. Poi si riebbe. Il nonno paterno, quello che gli aveva trasmesso il suo toscanissimo cognome, almeno lui doveva riservare poche sorprese. A questo punto voleva averne conferma e si mise a investigare. Scoprì così che il padre del nonno in questione (cioè il suo bisnonno) era stato uno dei tanti bambini allevati dall’Istituto degli Innocenti di Firenze. La mamma, originaria del nord Italia, lo aveva abbandonato lì subito dopo la nascita e in seguito era morta. Certi parenti però si erano rifatti vivi quando era ormai adulto, così lui era andato a conoscerli lassù nel nord e poi aveva finito per trovare lavoro e anche moglie da quelle parti. E lì era nato il nonno Nocentini. Altro che fiorentino.
Da quel momento il signor Duccio Nocentini perse molte delle sue certezze. E soprattutto il suo paese gli sembrò sempre meno l’ombelico del mondo.

 

Rosa
Ma chi cambia chi? Cambio le lenti e loro  cambiano me.

 

Lodovico Re
Fotografata con un teleobiettivo di quelli da ritratto sugli 80 mm mostrava un volto stanco un po’ sofferto, leggermente gonfio, la pelle chiara, un po’ di occhiaie ed uno sguardo quasi da cerbiatto spaventato.
Al ritratto con un 50 mmm – la lente che riproduce l’angolo della vista fisiologica dell’uomo e che poi era la lente di Cartier-Bresson – il volto appariva  sormontato da un cappello di lana marrone e si intravedeva una tuta nera.
Con un grandangolo ecco che la figura di mia moglie  ora appariva collocata in una stanza spoglia, in piedi e con i pugni stretti avvolti dalle bende tipiche dei pugili.

 

Pietro V.Una volta mi regalarono un paio di occhiali da sole anni Settanta, con le lenti colorate di un bell’arancione. Il mondo era diventato tutto diverso, un po’ buffo. Arancione. E a un certo punto mi son scoperto a domandarmi: e se il vero colore del mondo fosse questo? O anche: e se il vero colore del mondo non lo potessimo conoscere, perché sugli occhi abbiamo sempre un minuscolo velo lubrificante, le secrezioni oculari, che danno a tutta la luce una leggerissima rifrazione e ci cambiano tutto?
Poi mi son tranquillizzato: di scienza non ci capisco nulla.

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