Vetrina: altoforni

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La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire).

Lettura

Un lavoro molto coinvolgente (ad esempio, per me, la scrittura di queste allegorie) è come un altoforno. Ci vuole molto tempo per avviarlo, accendendo la macchina del pensiero su quell’argomento, e per raggiungere la “temperatura ottimale”, lo stato di concentrazione giusto per produrre bene. Se “la temperatura diventa eccessiva”, cioè se si lavora troppo intensamente, si “bruciano” i risultati, si lavora male. Se si interrompe il lavoro, ad esempio andando in vacanza, il flusso di pensieri sull’argomento continua per qualche giorno, come l’altoforno impiega 20 giorni per spegnersi. Quando è freddo, ci vuole una grande energia per riaccenderlo. Ecco perché certi lavori, non solo la scrittura di un libro ma anche tanti altri, riescono più leggeri se svolti con intensità costante, dato che le interruzioni hanno un costo energetico molto alto.

Vetrina

Francesca Taddei
Stavolta non cercherò di decifrare l’allegoria e reinterpretarla. La parola “altoforno” evoca in me un’immediata associazione di idee e quello che posso scrivere sul tema è obbligatoriamente questo ricordo.
Allora, sono alle Medie. Materia: Applicazioni tecniche. Argomento: l’altoforno, appunto.
Sto studiando da un bel po’, ma quella roba proprio non mi entra in testa. Una dettagliata descrizione di procedimenti oscuri, infarciti di una sfilza di termini tecnici ancora più oscuri. La mia mente probabilmente non capisce perché dobbiamo imparare quella roba. In una classe in cui più della metà ha problemi più o meno gravi di apprendimento, dove ancora molti non distinguono un predicato verbale da uno nominale o non afferrano il concetto di unità e decine, che senso può avere
imparare a memoria il funzionamento dell’altoforno?
Dunque il tempo passa, il maledetto altoforno sembra sempre più un mistero indecifrabile e lo sconforto comincia a salire. La mamma allora manda in mio soccorso il papà, che ha avuto modo di confrontarsi con argomenti come quelli ai tempi dell’ITI (Istituto Tecnico Industriale) e sicuramente qualche delucidazione potrebbe darmela.
Così ci mettiamo insieme davanti all’odiato libro. Io piagnucolo che quelle poche pagine, lette decine di volte, proprio non le capisco. Non capisco per niente il procedimento, cosa succede da un passaggio all’altro; l’unica cosa che è chiara è che, alla fine, da quel cavolo di altoforno esce la “loppa”, termine che è pure in grassetto, e quindi questa loppa dev’essere la chiave di tutto. O no?
“Mah, non so perché lo mettono in grassetto” dice la mia ancora di salvezza , “guarda che la loppa è praticamente lo scarto della lavorazione”.
Perfetto.

Rosa
All’acciaieria di Taranto ci sono un centinaio di altiforni. Quando c’è una buona idea è buona cosa cercare di sfruttarla intensamente. Anche il mio albero di ciliegio ha centinaia di foglie.

Elena Trabaudi
Difficile è far partire una cosa, che sia una catena di montaggio, una ditta o anche un lavoro d’équipe. Ma quando il tutto è avviato, è più facile lasciarlo scorrere che ostacolare la forza d’inerzia che regola il processo che si è messo in moto.
L’ottico Felix era ben contento di aver trovato un compratore per la sua ditta artigiana, ma fu preso dal panico quando gli spiegarono la quantità di passi che doveva fare per lasciare l’officina. Tutto gli apparve come una montagna da scalare, piena di ostacoli e di blocchi, finché incominciò a svegliarsi di colpo la notte con attacchi d’ansia. E allora decise di rivolgersi a un commercialista che si impegnasse ad affrontare insieme a lui tutti i problemi; e a risolverli, soprattutto. Felix trovò in lui una forza opposta a quella d’inerzia, seguendo la quale avrebbe lasciato tutto come stava fino alla morte.

Filippo
L’altoforno non si può mai spegnere e, famelico, tutti i giorni va alimentato, come una sorta di drago. E’ un Minotauro della contemporaneità. Se lo si spegne son minacciati sfracelli per l’economia nazionale, ma alimentarlo costa perché lui si alimenta della vita delle persone che ci vivono, anche di quelle che solo abitano nei dintorni, inquinando terreni, risorse e ritmi di vita. Nessuno sa bene come mai un giorno il semplice “Mino” sia diventato un Minotauro terribile. Forse perché non dormiva mai?

Lodovico Re
Tutti noi ci portiamo un piccolo forno, alto perché è messo in alto, nella testa.
Nella testa entrano dal mondo emozioni dure come pietre, che siano “belle” o “brutte”. Dalla base dell’altoforno escono poesie, nuove ricette di cucina, amicizie, amori.
Alcuni altiforni son però un po’ difettosi e presentano delle piccole o grandi crepe cosicché le pietre messe in alto non arrivano fino in fondo, ma escono come lapilli roventi a metà strada: insulti, risse, odii o amori malati.

 

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