Vendicatori uniti! Joss Whedon nel paese delle marvelliglie

A dominare il Box Office e il pubblico di tutte le età e di tutte le nazionalità, questo mese gli USA c’hanno propinato “The Avengers”: un blockbuster di dimensioni epiche che è arrivato da noi proprio mentre in Italia il fantastma del bellissimo “Diaz – Don’t clean up this blood” dovrebbe rimanere impresso meglio nella mente del populino facilmente scandalizzabile. Ma se lì, benché vi sia estrema violenza, il massimo dell’enfasi si trova nel lancio della bottiglia di vetro ripetuta più volte durante la durata della pellicola (metafora della vita di Carlo Giuliani: lanciata da un manifestante, cade e si spezza dopo aver oltrepassato la polizia senza ricevere alcun aiuto da parte di un altro manifestante, come la vita del ragazzo che, spinto dai propri ideali, è morto a causa di un incidente di “percorso”, in senso letterale), in “The Avengers” l’enfasi delle scene d’azione è il nucleo nervoso pulsante.

Azioni

Bisogna dirlo, c’è azione e azione: basti paragonare Michael Bay a Quentin Tarantino o Martin Scorsese, o anche Miike Takashi a alcuni film di Ang Lee e John Woo. E dei nomi qui sopra enunciati, quello che più assomiglia per stile e grinta al regista Joss Whedon (idolo dei nerd) è – ahimè – Michael Bay, regista strapagato e pessimo autore non solo dei vari “Transformer” ma anche di “Armageddon” (e si potrebbe concludere qui la lista dei suoi film, tra i quali è ‘degno di nota’, in senso spregiativo, anche “The Island”). Un regista che vive grazie ai gusti del conformismo principalmente americano, rincoglionito dagli stereotipi spettacolarizzanti il cui precursore è, ricordiamolo, purtroppo, il grande Steven Spielberg. Un po’ come Joss Whedon, il quale si trova per la prima volta alla regia di un film da 700 milioni di dollari di incassi (ma si calcola che, continuando su questa scia, si può toccare il miliardo), spiegati un po’ anche dall’insopportabile ed inutile 3D.
Partendo dalla trama, non si può che notare che è piuttosto semplice e vicina a quella del fumetto originale: un cubo chiamato Tesseract (ma purtroppo senza collegamenti all’omonima band prog) viene rubato da Loki, dio asgardiano che si crede onnipotente ma è solo onnipotentoide e che vuole sfruttarne la potenza per conquistare la Terra (ma va’?). Converte con la magia nera ai propri voleri Hawkeye/Occhio di falco, ex-criminale adesso agente e pupillo dello scienziato Erik Selvig (Stellan Skarsgård), anch’egli rintontolito dai poteri del Dio. Nick Fury, capo orbo dello SHIELD interpretato dal grande Samuel L. Jackson, decide che l’unica maniera per riottenerlo è tramite una squadra di Vendicatori, un gruppo di eroi della Marvel tutti celebri ma per niente complementari: Iron Man e la Vedova Nera (come sempre interpretati da Robert Downey Jr. e Scarlett Johansson), ma anche Hulk (non più Edward Norton e neppure Eric Bana, bensì Mark Ruffalo), Thor (Chris Hemsworth), aggiuntosi per sconfiggere il fratello adottivo (anche se Loki nella mitologia originaria sarebbe lo zio) e Capitan America, ovvero Chris Evans. Insomma, un bel purè di buoni contro cattivi in cui è vietata qualsiasi ambiguità.

Zero D

“L’importante è restare insieme per combattere il nemico” è una frase che sembra uscire da ogni singola inquadratura, ma oltre ad appartenere ogni personaggio ad un’epoca e ad un contesto differente – e ciò forse è meno evidente nel fumetto, non so –, il concetto di unione non sembra comunque il migliore. Gli attori, eccetto giusto Robert Downey Jr., Tom Hiddleston (Loki) e Mark Ruffalo, e nemmeno sempre, sono di una staticità disarmante nelle poche scene in cui sono considerabili attori, ed il peggiore di questi è quasi indubbiamente Jeremy Renner (Hawkeye), che dopo la meritata nomination all’Oscar per “The Hurt Locker” sembra essere tornato allo stereotipo dell’attore monocorde e inutile. La trama è dotata di colpi di scena dalla profondità pari a zero, e il finale è prevedibile sin dall’inizio in modo che gli infimi spoilers (le rivelazioni dei finali dei film) non possano avere poi un grande effetto, ma c’è anche un cliffhanger che apre la possibilità per un seguito, vomitevole nel suo essere plastificato fino al ridicolo involontario (?). E dire che la grafica non è per niente male: i serpentoni metallici monumentali che svolazzano per la metropoli creando il Caos hanno un potenziale fascino maligno e sono decisamente fatti bene, come tutti gli effetti speciali del resto (comunque troppi), e sembra quasi che Whedon sappia fare giusto le esplosioni, come il succitato collega Bay, ma perfino il tanto osannato 3D è sfruttato male in quanto non riprende quasi mai personaggi o oggetti che si muovono verso l’obiettivo della telecamera per creare stupore e suggestione ipnotica come quella che rese acclamatissimo “Avatar”, bensì suddette scene spesso sono quasi subito tagliate sul momento interessante con un montaggio che si può definire frenetico solo in senso spregiativo (Kirk Baxter e Angus Wall, per fare un esempio, sono montatori che lavorano in maniera frenetica ma sempre bene), oppure vengono girate con i personaggi o gli oggetti che si muovono lateralmente, senza uscire dallo schermo. Mi si perdoni l’ardire del suggerimento,  ma se avessero utilizzato i fantomatici occhialini nella maniera suggerita da chi scrive (vedi alla voce: buonsenso), probabilmente sarebbe venuto qualcosa di spettacolare e non di spettacolarizzante. A parziale e non bastevole conforto, talvolta comunque la fotografia e le scenografie hanno un che di nobile.

Grano scoppiato

La sceneggiatura invece fornisce dialoghi pessimi, spesso sull’orlo del ridicolo, contornati da battutine ironiche delle quali alcune carine e altre pietose nella loro costruzione repubblicanoide e nel loro fervore forzatamente pseudo-cattolico; per finire il piatto, si aggiungano forti incongruenze nella cura dei dettagli, delle sfaccettature della trama stessa, dell’estremismo delle azioni, della logica e del contorno psicologico dei protagonisti (Loki è un cattivo con manie di onnipotenza e Iron Man, che rimane comunque il personaggio più ironico, democratico e simpatico del film, un buono con manie di onnipotenza: rappresentare il primo come un inetto megalomane ed egocentrico ed il secondo come un eroe comico è quanto di più stereotipato e sgradevole).
Cosa salvare? La bravura di Whedon risalta in giusto due scene, entrambe che pongono Loki di fronte a qualcun altro: nella prima Loki si trova a discutere con la Vedova Nera, spia sovietica interpretata da Scarlett Johansson, e si nota la cura particolare che hanno Whedon e Seamus McGarvey (direttore della fotografia) nel dipingere e annerire i contorni del deretano dell’eroina sexy, tradendo in un certo modo l’estetica freddamente meccanica del resto del film; nella seconda Loki viene stramazzato di botte da un Hulk (i suoi pantaloni sono l’oggetto più indistruttibile dei supereroi, più dell’armatura di Iron Man, dello scudo di Cap, del martello di Thor) che ne deride l’identità religiosa. Purtroppo nemmeno in queste due situazioni gradevoli vengono soffocati i difetti assurdi e fuori contesto di tutta la pellicola: Hulk che cambia totalmente modo di comportarsi nelle due volte che si trasforma; Capitan America (ricordiamolo, personaggio creato per propaganda) che accusa Thor di non essersi vestito come dovrebbe vestirsi un Dio – accusa omofoba?; cameo inutile di Harry Dean Stanton, in contrapposizione con quello di Stan Lee che fa sorridere.
Un film da guardare masticando pop-corn: nel caso fatelo, sarà -il pop-corn- la cosa migliore del film.

7isLS

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