Valhalla rising: quando Refn chiude un occhio

 

I Vichinghi, in una loro spedizione in America settentrionale, s’imbatterono in un pezzo di terra che chiamarono Winland. Adesso, quel terreno è chiamato Terranova. Questa loro spedizione, epica e discussa, è diventata soggetto di grandi studi, ricerche, ma anche di opere d’arte o teorie: Nicolas Winding Refn, in quel d’un 2009, con una co-produzione inglese, si mette alla regia del secondo film di una sua ipotetica trilogia che l’ha portato alla fama internazionale – cominciata con “Bronson” e conclusa con il bellissimo “Drive” – ovvero “Valhalla Rising”. Parlando un poco del regista, bisogna notare che prima di “Bronson”, che come protagonista aveva uno straordinario Tom Hardy, già co-protagonista di “Inception”, aveva già diretto un film con un attore di fama internazionale, ovvero il mediocre “Fear X” che come protagonista aveva John Turturro (ricordato soprattutto per le collaborazioni con i fratelli Coen in “Barton Fink” – premio per la migliore interpretazione maschile allo stesso Turturro –, “Il Grande Lebowski” e “Fratello dove sei?”). In “Valhalla Rising”, però, il protagonista indiscusso è il monolitico One-Eye, interpretato con semplicità da Mads Mikkelsen, un guerriero muto e mezzo cieco alle prese con la violenza che ribolle all’interno di sè.
Cominciamo con una veloce lettura della trama: un forzuto selvaggio che si dice provenire dall’Inferno viene imprigionato da vichinghi che lo utilizzano solo come oggetto di scontri corpo a corpo in cui sembra sempre vincere, ma lui, liberandosi, li stermina tutti. Unico a salvarsi è un ragazzino, che diventa la sua spalla e che lo soprannomina One-Eye, “Un-occhio”. I due si imbarcano con un gruppo di vichinghi cristiani in cerca della Terra Santa, e dopo un viaggio che pare approdare nel nulla e di cui i cristiani danno la colpa a One-Eye (mal-occhio?) che sembra portare sfortuna, infine s’imbattono in una costa che però non è quella sperata. I cristovichinghi non sanno di trovarsi davanti al Nuovo Mondo; ma sanno di certo che si trovano in una terra selvaggia dove la loro vita è in pericolo a causa degli indigeni, dei quali forse One-Eye potrebbe secondo loro far parte. L’ipocrisia dei guerrieri cristiani li costringe ad uccidersi tra di loro, altri vengono uccisi dagli indigeni o anche da One-Eye; questi, a sua volta, alla fine si fa ammazzare dagli indigeni per salvare la vita al ragazzino; e anche il ragazzino sembra, comunque, spacciato. Il finale si sa un po’ dall’inizio: la storia è chiaramente quella di un uomo che non può sottrarsi al proprio inevitabile destino (e d’altronde il Valhalla è il paradiso dei guerrieri vichinghi, e se sorge…). One-Eye è un antieroe ambiguo dotato di quell’ambivalenza violenta che spesso sembra quasi scadere in una glorificazione della forza fine a se stessa, quasi vicina a quella dei comic books di Frank Miller (per dirne un paio, Sin city e 300).
A notarlo sono molti critici soprattutto fatti in Usa, che definiscono il visionario film un fumettaccio pretenzioso. Trascurando il solito uso improprio del termine “fumetto” (nessuno definirebbe un film “un libraccio pretenzioso”), non sbagliano completamente: se ci fosse un pizzico più di enfasi nelle atroci scene di violenza o anche un pizzico più di ritmo, potrebbe sembrare benissimo una versione nordica di “300”. A proposito del ritmo, bisogna avvisare che la regia è decisamente lenta e ostica, e se non ci fossero, appunto, le sequenze violente, si potrebbe fare un parallelo con il cinema del Tarkovskij di “Stalker”. Cose in comune? Molteplici, dalla fotografia raffinatissima alle ambientazioni surreali e angosciose, dalla lentezza delle inquadrature alla potenza visiva delle immagini. Cose non in comune? “Stalker” è un film decisamente più complesso e d’autore, molto più difficile, impegnativo e intelligente di “Valhalla Rising”. Nel caso della storia del vichingo guercio, l’occhio della telecamera del regista è di certo più importante del contenuto, ma inelevabile alla solennità di Tarkovskij.
Si può definire un messaggio che il film cerca di dare? O forse, come in molti film del genere, l’importante non è lo scopo ma il contenuto artistico? Forse lo scopo di Refn è mostrare qualcosa di scioccante e non riducibile a un contesto anti-religioso (i cristiani ipocriti), dicendo magari “Il film è mio e ci metto tutti i guerci che voglio”, o forse lo scopo è mostrare come la violenza e la natura siano concettualmente allo stesso tempo separate e contigue. Una cosa è sicura: per raggiungere profondità autoriale nel raccontare una storia che può essere fraintesa, non bisogna far scadere una scelta visiva geniale in una trama plumbea, bisogna rendere una scelta visiva geniale la trama stessa, come ha fatto Stanley Kubrick nel capolavoristico “2001: Odissea nello spazio”.
Per concludere, non è il film più bello o interessante del regista, quanto a sceneggiatura non è privo di pecche, anche se è tecnicamente valido; in ultima analisi, proprio grazie ai suoi difetti e ai suoi pregi forse è il migliore per cominciare a conoscere la mano di Refn. È “Aguirre, furore di Dio” riletto da Jim Jarmush per la regia di Terrence Malick. È la morte rappresentata dolcemente in un’opera d’arte kitsch. È una creazione che non porta a nulla al di fuori dell’ambiguità: per quanto scioccante ed epica, non lo è troppo e finisce per non esserlo abbastanza. Il che è abbastanza per vederlo.

7isLS

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