Un po’ di luce nel ricamo del buio

Sono ormai un paio di settimane che giriamo intorno all’argomento: ricognizioni sulle possibili forme di espansione dell’esperienza «lettura». Colonne sonore, booktrailer, libri di carta che si leggono come e-book. Ogni stazione di questo viaggio disegna l’algebra stellare di una costellazione che per ora non ha, non può avere, un suo oroscopo.
Anche oggi parliamo di un’altra esplosione semantica del significato che si sprigiona quando leggiamo un libro. Qualche tempo fa ero in auto, intrappolato nel traffico. Ci sono certe giornate, in cui sono strizzato nella pioggia dell’ingorgo, consapevole di essermi solo disperso e pensare che di tutto quello che oggi, anche oggi, avrei potuto dare per amore non ne è rimasta che una flebile traccia svaporata nella rabbia, il rancore, la frustrazione, la noia e la fatica di un ingorgo automobilistico. Ci sono giornate in cui le cose vanno così e non puoi farci granché e se non stai attento tutta la vita ti passa davanti diluita in queste sciocchezze. Così accesi la radio e intercettai una stazione radio dove un attore leggeva I promessi sposi. Per molte persone, probabilmente, la cosa non avrebbe avuto alcun effetto, ma per me fu più un anestetico: fu un balsamo.

Una cura è proprio quello che ci vuole. Penso a ogni volta in cui ho ascoltato il sortilegio “leggere come terapia” e ho pensato che non fosse affatto vero, che leggere spesso fa peggiorare di molto le “condizioni” del paziente-lettore, perché la lettura, come la scrittura, ha capacità evocative e talvolta sono mostri quelli che emanano le pagine. Eppure non è mai del tutto così. Ci sono degli stati d’emergenza biografica in cui le pagine di un romanzo, pagine scritte con verità e autenticità e fuoco, con onestà e “senza trucchi da quattro soldi”, sono di fatto formule di una farmacopea libresca. È vero che come accade per Sherazade scrivere salva la vita, ma la stessa proprietà vale anche per chi legge.

In questo “Coselli” potremmo parlare dell’irradiazione che una pagina ha sulla voce di qualcuno. Potremmo parlare di un luogo al buio dove la voce di un libro, fattasi carne, è già materiale incendiario per i sogni, è già un diapason del cuore. Potremmo parlare del fatto che la lettura ad alta voce non è soltanto un’occasione per dare un’effettiva sonorità alle parole di un libro, ma anche per lavorare creativamente sui satelliti di non-detto che pervadono una pagina e che sono interessanti da evocare. Invece vorrei parlare di qualcos’altro, sempre legato all’audiolibro.

La cura, appunto. Se quel giorno in auto non avessi ascoltato I promessi sposi sarei stato fritto. E così, molte altre volte in passato, ho rischiato di fare una brutta fine senza un libro accanto. Mi ricordo che quando lessi il Bhagavadgītā (testo fondamentale per la meditazione indiana) c’erano delle parole di Guido Ceronetti sulla quarta di copertina che dicevano:

Per molti anni, non sono uscito di casa senza aver prima verificato se c’era, nelle mie tasche interne, come una chiave o una medicina d’urgenza, una mia minima edizione dell’adorabile Gītā.

Il libro è davvero un oggetto vagolante nelle corsie degli ospedali. Le parole di un libro sono farmaco e tempo, sono l’interstizio rubato alla notte della scelta. Leggo dunque sono. L’audiolibro è la stampella per chiunque non possa leggere in modo tradizionale. Il Bhagavadgītā mi salvò la vita. Senza scherzi. Anche altri libri l’hanno fatto. Romanzi e saggi. Filosofia e astronomia. Conrad mi ha salvato la vita, inscrivendo la mia giovinezza in un destino che, come le alghe iridescenti, mi ha tracciato la rotta. Nei padiglioni degli ospedali, nelle sale d’aspetto dove la vita domina incerta e approssimativa, nelle furtive oasi tangenziali di neon, nella miseria di una partenza la dolcezza di un libro letto da qualcuno per te è uno dei modi migliori per sfangare la notte. I libri letti ad alta voce nascondono un po’ di luce nel ricamo del buio: spero che tutti abbiano qualcuno che legga per loro, in caso di bisogno.

Filippo Polenchi
Visita il sito dell’autore e quello di Barta edizioni

p.s.
Grazie a Cecilia per avermi spostato l’attenzione, e a Raymond Carver per avermi insegnato che sono puerili i «trucchi da quattro soldi».

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