Un altro motivo per leggere Saguaro

saguaro

A lungo mi son chiesto come sarebbe stato Tex se Tex fosse stato indiano; poi è uscito Saguaro, l’ultimo nato di casa Bonelli, e ho avuto più o meno una risposta, traslata però nel tempo (è ambientato negli anni 1970) di un Ovest a noi più vicino ma lontanissimo per atmosfere e mentalità circolante (il politicamente corretto, semplicemente non esisteva). Così il lettore si trova un po’ come il protagonista di Vita su Marte (non è come guardare un film dei 1970, perché i linguaggi narrativi sono di oggi).

Un bel gioco sporco

Per ora è una serie con la bandiera della qualità a mezz’asta e quella del gusto lievemente sopra, lontana dai livelli delle altre storiche collane di casa Bonelli; ma le ossa ci sono. Lo ha fatto intuire il numero 7, Uno sporco gioco, in cui la trama non ha nulla di eccezionale ma il modo in cui è raccontata sì, e molto: trascinante, con i giusti approfondimenti e i legittimi momenti di azione, commovente e non zuccheroso, violento ma non stupido. Uno dei migliori fumetti che ho letto quest’anno (per me l’anno va da settembre a luglio, agosto pausa).
Fossero tutti così, i numeri, sarebbe la serie migliore in circolazione; ma anche così, numero dopo numero il mondo dell’agente indiano dell’Fbi (questo fa) diventa vieppiù ricco e sfaccettato, leggibile e leggendo. Sempre che a) Enna, il primo biografo, si dia una mossa a chiudere la trama iniziale, b) sfugga alla trappola della staticità delle relazioni tra i personaggi -e per ora direi che lo sta facendo- e all’obbligatorietà dell’ambientazione indiana, d) frusti qualche disegnatore che potrebbe e dovrebbe rendere di più e c) non dimentichi sottotrame per strada, tipo uno che mette il punto c) dopo il punto d).

L’altro motivo

L’altro motivo per leggere Saguaro sono gli editoriali di Gianmaria Contro, posti ad apertura albo sotto il titolo L’ombra del falco (un animale con cui Saguaro ha molto a che fare e poco a che dire), scritti benissimo, con un linguaggio piano mai piatto e da cui si impara sempre qualcosa. Tocca esplicitarlo: lo dico senza retorica, arricchiscono non solo il fumetto, ma anche il lettore (e non ho mai visto Contro in vita mia, eh. Non sono pagato).
Cito l’inizio dell’Ombra del falco dal numero 8 per dare un’idea:

John B. Bogart e Charles Anderson Dana sono due nomi che -giustamente- potrebbero anche non dirvi nulla. Tuttavia sono proprio questi due campioni del giornalismo americano a contendersi la paternità del celeberrimo motto secondo cui «un cane che morde un uomo non fa notizia. A far notizia è che un uomo ha morso un cane…».
Fatto salvo l’indubbio acume dell’aforisma, non si può però evitare di segnalarne la perniciosità. E’ infatti evidente che, applicandolo alla lettera, si finirebbe col trascurare una pericolosa epidemia di rabbia canina in favore delle imprese di un eccentrico, convinto che il suo Fido sia un boccone appetitoso…
Questo strano incipit ci serve semplicemente a segnalare quanto sia difificle decidere cosa è una «notizia» e cosa non lo è. Nel caso della recente scomparsa di Russell Means (avventua lo scorso 22 ottobre), per esempio, la maggior parte die media nazionali si è limitata a segnalare che si trattava di un «attore», che «aveva interpretato il ruolo di Chingachgook in L’ultimo dei Mohicani» e che, quasi fosse poco più di un hobby, era anche un «attivista» per i diritti dei Nativi americani…
Un buon esempio, insomma, di come si possa azzoppare la verità, senza neppure dire una bugia. Chi era in realtà Russell Means? Per dirlo con una battuta: uno degli individui più esplosivi, incontenibili e controversi della recente storia americana. Per farsene un’idea basta […] consultare le pagine web del New York Times, dove il Nostro è definito come […] «il carismatico Sioux Oglala che, negli anni Settanta, contribuì a rilanciare l’immagine del combattente indiano con ele sue tattiche di protesta “guerrigliera”, capaci di richiamare l’attenzione del Paese sulle ingiustizie patite dal suo popolo».

S’è capito che merita?

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