Twin Peaks / Fuoco cammina con me (parte II)

(La prima parte di questo articolo è stata pubblicata qui)

Nell’oscurità di un futuro passato

Un lago, abitato da anatre. Pete si avvicina ad esso per pescare e trova, sulla spiaggetta, un oggetto misterioso: un telo di plastica, che avvolge un cadavere. Per prima cosa, visto quell’aberrante oggetto (ricordiamo che, nella poetica Lynchiana, un uomo morto diventa uno strumento e smette di essere una persona), chiama lo sceriffo Harry S. Truman per informarlo del ritrovamento. La chiamata ha la funzione grottesca del cambio immediato di tono: dal lutto drammatico, ci si trova nella stazione di polizia con la frivola segretaria Lucy che indica il telefono allo sceriffo con una descrizione inutilmente minuziosa, scatenando nello spettatore la simpatia per il personaggio e creando sul suo volto un sorriso, se non una risata. Improvvisamente, dalla tristezza assoluta, si piomba nella commedia, nella derisione della tragedia. Succede più di una volta: un esempio forse ancora più terribile è quando, durante il funerale di Laura, in lacrime, suo padre Leland si butta sulla bara per abbracciarla; la leva si rompe, e la bara fa su e giù, non entrando nella terra profonda. La voce della madre di Laura, Sarah, parla chiaro: “Non rovinare anche questo!”; ma lui continua a piangere, patetico, disperato, con la musica di sottofondo (del grandissimo Angelo Badalamenti) che sembra preannunciare la morte interiore di Leland. Nella scena immediatamente successiva, la cameriera Shelly imita la scena in un teatrino creato sul bancone del suo bar, ridendo e scatenando l’ilarità di clienti anziani chiaramente non partecipi al lutto. Una scena tremenda come quella (tutto il funerale è profondamente tragica), messa in contrapposizione con le risate di Shelly e dei suoi clienti, forma un parallelismo sconcertante e non poco grottesco.

Mali

Del resto, la serie si basa sull’assenza di un personaggio, almeno sino all’episodio 16, in cui viene rivelato l’assassino – e da quel momento in poi la serie si basa su una vicenda differente, spesso anche più grottesca e divertente, senza però eliminare espliciti ammiccamenti agli episodi principali precedenti. E un’assenza, anche tragica, può creare situazioni comiche. L’agente Dale Cooper, non conoscendo Laura, è protagonista di molte di esse, spesso insieme all’affascinante Audrey Horne interpretata da Sherilyn Fenn, personaggio dapprima antipatico ma che piano piano acquista carattere e maturità. Cooper non può che essere un personaggio comico, bisogna dire: pur avendo un intuito investigativo geniale e che spesso riesce ad andare a segno, la sua fissazione per il Tibet, per il caffè, per il cibo (“Albert, se passi da queste parti vieni assolutamente al Lamplighter Inn. Lì fanno una torta che ti ucciderà!”) e per l’assoluta (per modo di dire…) professionalità spesso lo rendono ridicolo, in senso buono. Totale opposto è il suo collega, che appare in una decina di puntate anche per poco e nel film “Fuoco cammina con me”, Albert, alias Miguel Ferrer. Pur essendo un pacifico patito di Gandhi, il suo cinismo e il suo splendido humour nero, che spesso lo avvicinano ad alcuni investigatori noir, spesso rivolti contro l’efficienza, il carattere e l’intelligenza dei poliziotti di Twin Peaks, sono l’esatto opposto del modo di divertirsi di Cooper. In comune hanno giusto la professionalità ed il mestiere, e la simpatia, che in entrambi è un carattere chiave.
“C’è qualcosa di strano e inquietante in quei boschi” dice Harry S. Truman ai suoi compagni e colleghi in uno dei primi episodi. Come si verrà a scoprire tardi nella serie, il collegamento da fare con questa frase è da riferire ai 12 sicomori in cerchio, atttaverso i quali si può accedere alla Loggia Nera (luogo in cui albergano tutti i mali), alla caverna del gufo e alle sparizioni del maggior Briggs. Ma tutta la serie TV è un pout-pourri simbolico sulla presenza del Male nella natura dell’uomo, e ciò si capisce meglio che in ogni puntata, nell’ultimissimo episodio, che narra l’Odissea di Cooper nella Loggia Nera, alla scoperta di sè stesso e dei segreti che portano l’uomo ad uccidere o ad essere ucciso: una scena lunghissima (quasi 20 minuti), terrificante, visivamente potentissima, che strizza l’occhio a Freud nella costruzione onirica degli elementi di scena. Ma la scena che dà una lettura alla frase di Truman, creando un parallelismo con il primo verso del poemetto, è invece un’altra, ovvero l’ultima del terzultimo episodio della serie: lo spirito Bob appare di notte in mezzo alla foresta, la sua mano illuminata, il suo corpo oscurato, e, a terra, in una chiazza di olio di motore bruciato, appare il riflesso dell’entrata della Loggia Nera, formata da un drappeggio rosso. La scena è svolta di notte, quindi nell’oscurità, l’oscurità strana ed inquietante di un futuro (la Loggia Nera, il futuro di Cooper) che è passato (in quanto c’è Bob, che è un’entità che dovrebbe essere stata sconfitta). Il Male minore è sempre vicino al Male maggiore, soprattutto quando il bene sta per avvicinarcisi.

Il mago desidera vedere

Se non avete visto nè la serie nè “Fuoco cammina con me”, è meglio che non leggiate questo paragrafo, che analizza la psiche del padre di Laura, Leland Palmer, in maniera che potrebbe rivelare molto sui suoi comportamenti e sulle sue azioni, prima e durante la serie, e del suo rapporto con l’assassino.
Innanzitutto, chi invece ha visto la serie, leggendo le poche righe qui sopra ricorderà che l’assassino è, in effetti, Leland Palmer, spinto da una furia incestuosa perpetrata tramite il demone Bob, che lo spinge sull’orlo della schizofrenia paranoide fino ad affliggergli l’ego in grande profondità, modificandogli addirittura la memoria. Chiaramente Bob è una metafora del Male nell’uomo, entrato in Leland sin da quando questo era un bambino: questa è una semplice metafora della pedofilia, o meglio del trauma di chi ne è stato vittima. Leland è un mostro reso tale dalla violenza che è entrata, per via sessuale, dentro di lui, spingendolo ad imitare azioni di cui era vittima in passato, si immagina a causa della scarsa attenzione dei propri genitori. Magari del proprio padre, e per questo lui, come padre, non presta la dovuta cura nel gestire la dissoluta vita sessuale della figlia. Ray Wise rende alla perfezione l’ambiguità del personaggio, sempre in piedi sull’orlo tra disperazione grottesca/patetismo ridondante e frivolezza ridicola che sfocia nel bestiale all’inizio della seconda stagione, quando all’improvviso i suoi capelli diventano bianchi: come quelli di Bob! Ciò che doveva rimanere profondo esce in superficie, colonizza l’identità di un uomo che rappresenta tutti gli uomini, almeno per quanto riguarda i desideri insoddisfabili e proibiti che dovrebbero rimanere sepolti nell’Ego, ma che fuoriescono a causa di una sbagliata gestione dei propri doveri e della propria identità.

Brame

In una scena in particolare, nell’episodio 14 della serie (uno degli episodi più intensi in assoluto – diretto da Lynch), Leland uccide Madeleine in quanto assomigliante a Laura – l’idea di stessa attrice ma con capelli diversi Lynch l’ha utilizzata spesso, in “Strade Perdute” ma anche, meno esplicitamente, in “Mulholland Drive” – per spazzare via l’idea dell’esistenza della figlia. I suoi capelli sono già bianchi da un po’. Per non far vedere l’orrenda scena alla moglie, le dà un sedativo molto particolare che le fa avere una visione prima di svenire: un grande, bianco stallone. Non ha un grande significato simbolico come molti credono, scervellandocisi, è solo un modo per far capire che ha preso un sedativo per cavalli. Dopodiché l’assassinio si svolge con flash allucinanti, illuminazione grottesca, rallenty nell’azione e alternarsi tra bestialità sessuale di Bob e danze patetiche di Leland, fino allo svolgersi definitivo dell’omicidio. Questa scena è particolarmente importante se messa in parallelo con una scena di “Fuoco cammina con me” in cui Laura viene stuprata da Bob mentre questa ha un sogno erotico, ma quando lei si sveglia non è più Bob bensì suo padre: in quella stessa scena, poco prima, si era vista la madre di Laura vedere uno stallone bianco materializzarsi nella stanza. Stesso sedativo, stesse modalità. Uno stupro mentale e fisico che nasconde una violenza assai più viscerale e potente di quella che sembra trasparire.
Da qui si può concludere che se c’è un mago che desidera vedere, nel terzo verso del poemetto, ciò che desidera vedere è un atto sessuale, risultando perverso e voyeur in quella maniera che è un incubo ossessivo metacinematografico per Lynch sin da “Velluto Blu” (che mostra uno stupro dal punto di vista del protagonista Jeffrey che vede la scena di nascosto, in modo che anche lo spettatore senta di vedere quella scena di nascosto, come se fosse la cosa più proibita in assoluto). Il mago è un qualcuno che in funzione della poesia vuole vedere il modo in cui è nato Bob, in cui Leland è diventato Bob per essere più precisi, e vuole vedere tutto ciò che li concerne. Vuole vedere, brama di vedere, desidera vedere con avidità le immagini che rendono ciò degno di essere un incubo. Vuole essere lì quando Leland/Bob molesta Laura. Vuole essere lì quanto Laura muore. E quando Laura muore, in effetti, appare: il mago è infatti l’uomo privo di un braccio, Mike, nel corpo di Philip Gerard come Bob è nei panni di Leland. Prova a salvare Laura, ma riesce solo a salvare Ronnette Pulaski grazie alla propria volontà quasi divina, che si materializza in un angelo custode, che però è un’antitesi del tema Lynchiano: non esistono angeli. E infatti l’angelo c’è, ma è Mike a salvare Ronnette, non l’angelo direttamente, il quale ha solo la funzione di apparire, essere presente rendere contento Mike che lo pone ad un piano superiore in quanto lui è il bene, lui è Dio, ma non nella concezione cristiana, bensì in quella finto-astratta, ma contretissima. Finto-astratta perché Mike e Bob, come il Nano e il Gigante, sono “uno e lo stesso”, la stessa persona, lo stesso concetto, che è una medaglia dotata di due facce. In quanto Ronnette è cristiana, vede un angelo: come può immaginare che però a levarle le corde non è una visione divina, un miracolo, bensì lo stesso che vuole ucciderla in preda ad un’indecisione, ad uno sdoppiamento? Laura, invece, è destinata a morire: Leland incombe su di lei, più che come Bob, come un vero e proprio Satana, ormai che si è creato un paragone con il cristianesimo. Bob ha un po’ di Mike, Mike ha un po’ di Bob, non esiste il Bene senza il Male, ed è infatti Mike quello che vuole vedere, per curiosità perversa, il rivale, che è sè stesso. Mike, il mago che fa apparire gli angeli, e che desidera vedere. È per questo forse che Leland è vittima della serie TV in maniera più violenta e profonda di quanto lo sia Laura: del resto lei è stata solo uccisa, lui non ha nemmeno vissuto di una vita propria basata sulle sue decisioni consapevoli.

7isLS

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