Tutto quello che avreste voluto sapere su una sceneggiatura e non avete osato chiedere

Il lettore di sceneggiature. Ecco, un mestiere così in Italia non esiste, basti pensare all’artigianalità frugale degli sceneggiatori italiani, più simili a riunioni di amici che non a professionisti che propongono uno script a un qualsivoglia studio cinematografico. Invece il lettore di sceneggiature, uno scriptreader, lavora a Hollywood, è stipendiato, ha il suo TFR e così via, insomma: esiste. Il compito dello scriptreader è leggere e valutare tutti i copioni che quotidianamente arrivano nella casella postale degli studios, per decidere quali potrebbero essere potenziali sceneggiature da realizzare e quali no. Esiste un anonimo lettore di sceneggiature che ha analizzato 300 script che gli sono capitati sott’occhio e ne sono derivate tante divertenti infografiche che testimoniano come su 300 copioni soltanto 8 siano raccomandati, 89 da considerare (magari per eventuali revisioni) e 203 da rispedire al mittente.

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Leggere queste infografiche è fare un corso accelerato di Figure III, la meravigliosa opera fondativa di Genette, che in piena rivoluzione strutturalista (anni ’60), seppe estrapolare da quel nucleo di pensiero ed emozione che romanticamente era l’opera del genio artistico, strutture misurabili e tecniche ben precise e nominabili: ovvero la grammatica della quale gli scrittori si servivano per lasciar esplodere il proprio talento (non a caso l’opera che Genette analizzava era la Recherche di Proust). Così oggi, anche se un ripassino di Figure III andrebbe fatto, infografiche come quelle di cui ci occupiamo sono utili per ricordarci certe costanti del pensiero narrativo, per di più adattate alla contemporaneità.

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Traete le considerazioni che più vi piacciono da informazioni come: la maggioranza degli scrittori è maschile, con 270 vs. appena 22 scrittrici. Ma anche che il conflitto principale tra personaggi, riassunti in un Eroe vs. Cattivo, è sempre a maggioranza maschile (137). Per quanto riguarda i generi cinematografici è ribadita la prolificità del genere orrorifico (49 script), seguito da gangster movies (41), gialli (36) e commedia (31), mentre vive sull’eterno crepuscolo della sinusoide il western (appena 2 copioni): ha quel fiato finale che appanna lo specchietto di chi s’accerta delle sue condizioni, ma comunque non sparisce.

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Le infografiche più interessanti sono quelle che vibrano sulle corde elettriche dei veri problemi di una sceneggiatura: 38 punti sui problemi più ricorrenti, che vanno da «la storia inizia troppo tardi» (problemi nel giostrare le dinamiche tra prologo, primo atto, secondo atto, crescendo, con tutta la gestione di quell’incubo che sono le due svolte principali), a «la storia manca di un conflitto centrale», da «il cattivo è fumettistico [e su un aggettivo negativo figlio dell’equivalenza fumetto = bassa qualità ci sarebbero da versare fiumi di inchiostro e fango], troppo esagerato» a «i personaggi femminili sono scritti male», da «il finale è del tutto slegato dal climax» a «il copione è incomprensibilmente complesso», da «le domande centrali rimangono senza risposta» a «tutti i personaggi sono identici l’uno all’altro» e così via. Niente sopravvive al setaccio di questo investigatore di trame: spesso riuscire a rendere chiaro il conflitto centrale fa la differenza non solo tra un buon copione e un cattivo copione, ma tra una storia che vale la pena di scrivere e realizzare e una che deve essere o riscritta da capo oppure buttata. Non solo. Il merito di queste infografiche, oltre a suggerire a molti aspiranti sceneggiatori quali sono le trappole nelle quali potrebbero cadere, o stanno già cadendo, sperando di suscitare nei più accorti un sentimento autocritico, è di restituire a noi un’immagine piuttosto fedele degli scrittori.

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I cosiddetti manuali di sceneggiatura e, in generale, tutti i libri che raccomandano ricette e istruzioni per scrivere una buona sceneggiatura mi fanno orrore. Mi fanno tanto orrore quanto mi affascinano. Penso che in loro ci sia tanta verità da rasentare l’estremismo sterile. Eppure penso anche che siano come i manuali di grammatica, o come grandi dizionari, che se presi alla lettera non produrranno mai poesia, ma è necessario conoscerli per trasgredirli. E poi penso anche agli scrittori, alle loro aspettative, alle loro reali possibilità; a quanto ciascuno di loro – perché poi ci sono anch’io nella mischia – abbia una continua e disperata e tenera richiesta di legittimazione, anche quand’è nascosta da una finta ritrosia.

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C’è del dramma nascosto nell’apparente leggerezza e scanzonatura di queste infografiche sulle cose che vanno storte negli scripts. Il dramma dei sogni infranti, delle strade perdute, di un talento che non è reale, ma è solo l’ennesima scappatoia da una vita asfissiante che domanda riconoscimento. Credetemi, le conosco bene queste dinamiche. È come nell’Ultimo spettacolo di Bogdanovich: il cinema è tanto meraviglia quanto frattura irrimediabile delle proprie illusioni di gioventù. E allora è inutile chiudere su una nota rassicurante questo «Coselli». Non c’è proprio bisogno d’essere rassicurati, giacché sarebbe un altro errore di sceneggiatura sciogliere il conflitto appena creatosi. La vita dello scrittore è anche questo: cogliere quell’indistinguibile grumo di gioia e dolore che nasconde il guscio dell’esistenza, quel groppo di sole malinconico che ben pochi scrittori – di cinema o romanzi o racconti o quel che volete – sanno ritrarre. E così sia.

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Filippo Polenchi
Visita il sito dell’autore e quello di Barta edizioni

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