True detective, veramente

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True detective è una serie tv HBO (I Soprano, Boardwalk Empire) creata da Nic Pizzolatto cominciata nel 2014 con una prima (e per ora unica) stagione di 8 episodi di un’ora l’uno, ognuno di essi diretto da Cary Joji Fukunaga.
I protagonisti sono due personaggi allegorici, Rust(in) Cohle e Marty Hart, meravigliosamente costruiti ed interpretati con una dedizione psicosomatica di indubbia professionalità rispettivamente da Matthew McCounaghey e Woody Harrelson. Questo prodotto è, senza dubbio alcuno, non solo tra i migliori prodotti televisivi degli ultimi anni ma anche tra le serie più originali che la storia del piccolo schermo ricordi, tant’è che sull’Internet Movie Database è salita prima della fine della stagione al secondo posto tra le serie più apprezzate di sempre, dopo Breaking bad.
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Introduzione

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Nic Pizzolatto ha scritto 550 pagine di sceneggiatura da solo nel suo garage e le ha affidate ad un solo regista che ha reso propria l’atmosfera irrespirabile del mondo della «sua» serie: già questo aneddoto/antefatto, essenziale per l’apprezzamento della serie nella sua completezza, ha il suo valore, la sua originalità, la sua personalità.
Il primo episodio di True detective si apre subito con una delle sigle più belle della storia della televisione: sulle note eteree della bellissima canzone folk Far from any road del gruppo The Handsome Family, scorrono immagini evocative, che mischiano suggestioni religiose (soprattutto cristologiche, ma anche esoteriche) ad una Louisiana spoglia e bellissima nel suo inequivocabile degrado: lo Stato assume poi, attraverso i fatidici otto episodi, il ruolo di un terzo protagonista, sempre presente, inquietante ed intangibile.
Tra atmosfere noir, estetica apocalittica ed intimismo atemporale, la serie già si forgia nella storia: Cary Joji Fukunaga, infatti, dimostra qui di essere tra i migliori, nella storia della videoarte in generale, ad aver costruito puzzle crono-logici di analessi e prolessi continue che funzionino non solo da un punto di vista narrativo ma anche da un punto di vista visuale e contenutistico, con un periodo temporale (all’inizio di 17 anni) tra gli eventi più antichi, stranamente anche i più tangibili, umani e moderni, e quelli più vicini temporalmente a noi, quasi alieni, degradati per come sono costruiti.
Con un montaggio che non perde mai un colpo, si entra subito in una logica malsana che spessissimo gioca, rischiando quasi sempre, con lo stereotipo: la famiglia Hart rappresenta il tipico archetipo della famiglia americana cristiana, buonista e perfetta. Ma Pizzolatto la destruttura quasi immediatamente con un cinismo unico, rivelando l’ipocrisia e la falsità dietro l’utopica America da essa rappresentata: lo stato federale nella sua interezza, con i suoi «valori», la sua estetica, il suo patriottismo, i suoi canoni, è, a suo modo come la Louisiana, come un personaggio, un po’ nascosto in quanto mai trattato ma sempre all’agguato.
Marty Hart, inizialmente padre e marito modello, sin dalla fine del primo episodio (ma soprattutto sin dal secondo episodio), dimostra un’imbecille autocontraddizione dall’edonistico pessimismo. Quando poi, nel terzo episodio, in tempi recenti, fa un discorso buonista e coerente mentre scorrono flashback di sue malefatte concettualmente opposte a quello che avrebbe detto in futuro, bisogna non solo ringraziare Pizzolatto ma anche inchinarsi di fronte all’ottimo lavoro di montaggio, che raggiunge però un vero apice nel prologo, che un po’ cita l’estetica di Breaking bad, dell’episodio 5. Marty Hart forse rappresenta un po’ l’America, nei suoi pregi e nei suoi difetti: l’ambiguità geniale di Pizzolatto sta nel ritrarlo come un personaggio positivo ma allo stesso tempo nell’attribuirgli più difetti che pregi, testardaggine, egocentrismo e machismo compresi nel pacchetto.
Se Rust Cohle, però, secondo molti è la vera ragione per cui la serie va vista, c’è un motivo. Il concentrato di nichilismo anti-religioso, ambivalente da un punto di vista etico, che Rust rappresenta è qualcosa che non si vede spesso in TV: giusto alcune affermazioni metafisiche all’interno di Twin Peaks possono essere paragonabili in arguzia e cattiveria alla filosofia di vita realista che il personaggio interpretato da Matthew McCounaghey dimostra di avere. Il suo apporto alla serie, che si basa sull’introduzione di concetti rari e crudi, è essenziale. Tra una citazione di Nietzsche ed una sorta di materialismo violento, le parole sono chiare: «L’uomo è il più crudele degli animali perché è il più cosciente, e l’uomo è diventato troppo cosciente delle proprie azioni. Ciò è un errore nell’evoluzione: dobbiamo estinguerci». Tra affermazioni come questa e l’ossessiva ripetizione di varie versioni del brano Sign of the Judgement (Day) («Segno del (Giorno del) Giudizio») dei McIntosh Country Shouters, il valore contenutistico e la concezione filosofica si affermano come una sassata su quasi tutto il panorama televisivo degli ultimi anni.
Pure il finale, apparentemente un lieto fine narrativo ma per me una profonda trovata cinica, sulle note di un altro capolavoro musicale, The angry river di The Hat, afferma la natura epocale di True detective.
(continua)

Trama e parallelismi

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True detective, secondo molti, è una serie che sarebbe funzionata anche solo con i dialoghi tra Hart e Cohle, senza il contorno del caso su cui lavorano con ossessività (ma con importanti interruzioni) per 17 anni. Per me assolutamente no: c’è bisogno di uno scheletro, che abbia anch’esso un certo valore concettuale, per dare un senso a quelle che sarebbero, senza di esso, chiacchiere interessanti ma che girano spesso e volentieri a vuoto.
17 anni di confronti tra due grandi personaggi non bastano per fare una grande serie: ed è così che Nic Pizzolatto crea l’ideale sequel ai casi criminosi morbosi e perversi del Silenzio degli innocenti e Seven, mischiando le atmosfere dei succitati film anni ’90 di Demme e Fincher con l’esoterismo di Twin Peaks (molte citazioni esplicite: dal diario al gufo) ed il suo nichilismo, derivato in parte da una notevole cultura fumettistica (Alan Moore e Grant Morrison) ed in parte dalla ‘weird fiction’ (Carcosa e il Re Giallo sono concetti tratti dal King in Yellow di Robert W. Chambers, citato anche nel Neonomicon del succitato Alan Moore, opera fortemente suggestionata dalla mitologia metafisica dell’horror lovecraftiano).
Il caso parte da una vittima, la prostituta Dora Lange, trovata morta e nuda inginocchiata e legata di fronte ad un albero con un disegno a spirale sulla schiena e delle corna di cervo attaccate al capo, per poi spostarsi avanti ed indietro nel tempo con varie altre ragazze vittime di riti esoterici ambigui, suggestivi, angoscianti. Essenziale è, a questo pro, una sfuriata di Rust Cohle nel primissimo episodio: quando il reverendo Tuttle, cugino di un governatore, si interessa al caso mandando da Rust e Marty la propria task force, in sostituzione dei due «true detectives» nel caso si arrendessero, viene detto che sono stati mandati per indagare i possibili collegamenti con i «culti anti-cristiani». Rust parlotta tra sé e sé mostrando indubbia asprezza verso questa ipotesi: quell’«anti-» da dove viene? Sui vari luoghi del delitto sono state trovate piccole piramidi di ramoscelli riconosciuti come simboli ritenuti capaci di allontanare Satana, perché mai un anti-cristiano dovrebbe metterne sulla scena dei propri crimini? Che poi il caso prenda una piega diversa è indubbio — sempre restando sul binario del cristianesimo, pur toccando altri culti, come il voodoo o il mardi gras, ma mai il satanismo — e tuttavia l’onnipresenza della corrotta ambiguità clericale è un elemento imprescindibile, come anche le forti, discutibili suggestioni riguardanti la sfera concettuale del sesso.
Questa non è che una mia teoria, ma: e se in True detective tutto ciò che riguarda l’approccio carnale servisse come «velo» dietro il quale si nascondono le crisi politiche, emotive e spirituali di cui ha bisogno Nic Pizzolatto per descrivere i suoi Stati Uniti? Dalla sigla se ne ha subito una veloce occhiata, con una bella ma volgare spogliarellista vestita di stelle e strisce, ma anche la spentezza e la passività priva di passione degli (svariati) rapporti sessuali tra Marty Hart, sua moglie e le sue amanti, se messa in parallelo con l’unica scena di sesso con protagonista Rust, tanto intensa ed emozionale quanto cupa e mistica a partire dalla scelta musicale (un brano di coro clericale apparentemente fuori contesto che rende la scena inquietante, quasi apocalittica), ci dovrebbe comunicare alcuni dei segreti dell’estetica di Fukunaga e della serie che ha allestito con i suoi trucchi registici.
(continua)

ExE1

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ExE1 sta per Episodio per episodio: parte prima (per ovvi motivi, infatti, il prossimo paragrafo è ExE2). Premetto subito che non inserirò spoiler: riferimenti a scene singole, alla realizzazione, ai dialoghi o allo sviluppo dei personaggi sì; ma non voglio sputare rivelazioni nei riguardi del corso degli eventi.
Il primo episodio, The long bright dark (La lunga oscurità splendente), si apre subito con i giochi di montaggio di prolessi e analessi, sulle note di Rocks and gravel di Bob Dylan, e con un’introduzione che lascia spazio al dilungamento dei personaggi per caratterizzarne le ossessioni, i pregi ed i difetti. Rust è sin da subito carismatico, ma Marty, almeno nel principio, non va troppo oltre la macchietta. Viene introdotto, con interesse almeno inizialmente più superficiale, anche il personaggio della moglie di Marty, Maggie, interpretata dalla bella e brava Michelle Monaghan, che per certi versi mi ha ricordato Skyler White di Breaking bad: entrambi sono personaggi femminili forti, a volte stereotipati e a volte particolari (per le loro scelte psicologiche, la loro indipendenza), ed entrambe sono… non proprio sopportabili, ma più per immedesimazione con i protagonisti maschili, di entrambe le serie, che per altro.
L’episodio è spesso suggestivo e a volte cala, ma si mantiene sempre qualche spanna più in alto del panorama della media delle serie tv americane — sale nell’Olimpo televisivo in particolare tra la cupa suggestione del «mostro di spaghetti» (un po’ BOB di Twin Peaks) sul finale, tra l’espressione definitiva del nichilismo esistenzialista e selettivo di Rust e gli ultimi secondi, che pongono domande (senza rispondervi) sul futuro recente di sporca ambiguità, in cui il personaggio di McCounaghey ha i capelli lunghi ed un pelo facciale improponibilmente pacchiano ma funzionale allo sviluppo di un carattere profondamente fisico.
Seeing things (vedere cose) non ha scene eclatanti come il monologo di Rust nel primo episodio, ma come totale è superiore all’inizio della serie: aiuta ad approfondire i primi segni di ipocrisia di Marty con i suoi viscidi amplessi con l’amante, interpretata da Alexandra Daddario; fa entrare nei primi approfondimenti di Maggie Hart e del suo difficile rapporto di coppia con Marty; svela il passato di Rust, che può essere interpretato come spiegazione della sua filosofia di vita ma che io preferisco personalmente vedere come suo contorno o accessorio (non tragedie personali che portano al pessimismo, bensì pessimismo generale accentuato dalle tragedie stesse); scava più in profondità nei meandri del mistero, tra il diario della vittima, le testimonianze delle sue colleghe, dei ritrovamenti misteriosi in chiese abbandonate vuote, svuotate, svuotanti, cupe. Incorniciate da visioni o allucinazioni di stormi di corvi che, come nella tradizione della Grecia antica, sembrano preannunciare una qualche catastrofe nella visione di Rust: gli uccelli formano, infatti, il simbolo a spirale disegnato sulla nuca di Dora Lange.
Shea Whigham è ovunque: fratello del protagonista in Boardwalk Empire (serie dove ha rivelato di essere tra gli attori contemporanei più di spicco con la sua interpretazione, grazie alla quale il suo personaggio è tra i migliori personaggi in assoluto di tutta la serie), capitano in The wolf of Wall Street, ha anche piccoli ruoli nei bruttissimi Le belve e American Hustle; poteva mancare? Eccolo pure qui, nei panni di un pastore ambulante in True detective, nelle prime scene clericali del terzo episodio The locked room (La stanza chiusa a chiave), dove si avanzano i primi sospetti sui colpevoli. Questa Stanza chiusa offre in generale l’episodio meno bello della serie, ma cult per la sua angosciante conclusione, in cui le parole evocative di Rust sfumano in un incubo tanto visivamente concreto quanto registicamente irreale.
Il quarto episodio è senza troppi fronzoli il migliore della stagione: infatti non solo si conclude con un piano sequenza acrobatico, piroettante, infernale e puramente geniale mai visto in televisione e raramente anche al cinema, ma rimane per tutta la durata una folle montagna russa di colpi di scena che non sono veri colpi di scena – con tante piccole rivelazioni che compongono un puzzle di cui servono pochi tasselli per giungere davvero alla conclusione con cui si può arrivare all’episodio 5 (son contorto, ma è l’unica per non fare sgradite rivelazioni),
Who goes there (Chi va là), infatti, è un episodio che, nonostante mostri molto e racconti molto, passa più tempo a girare a vuoto tra le caratterizzazioni dei personaggi e soprattutto delle atmosfere che ruotano loro attorno che a mandare avanti il caso, e tutte le scoperte fatte in campo aiutano a giungere alla soluzione del caso anche se potevano benissimo essere trattate in meno tempo.
A mio avviso ciò (di)mostra quanto teorizzo da tempo, ovvero che un episodio (almeno in parte) riempitivo può benissimo essere uno dei migliori della serie (cito come riprova Fly, senza dubbio tra i migliori episodi della qui stracitata Breaking bad, ma anche Gimcrack and Bunkum di Boardwalk Empire): uso della colonna sonora azzeccatissimo, dove si salta dallo sludge metal allucinato dei Melvins e degli Sleep al rap della Boogie Down Productions e dei grandissimi Wu-tang Clan e dal swamp blues di Slim Harpo fino al totale disaccordo con il folle hard rock/funk dei Primus, perfettamente funzionale alla costruzione scenografica e registica delle ambientazioni, ma anche degli approfondimenti dell’ego dei due personaggi, tra Marty che passa attraverso la prima vera grande crisi del suo matrimonio e Rust che per andare avanti con il caso si mette sotto copertura in mezzo ai tossicodipendenti, demolendo il suo stato fisico e perciò degradando anche la propria mente fragile; perché, come abbiamo detto in varie maniere, il Rust Cohle di Matthew McCounaghey è tra i personaggi più fisici e carnali della storia della TV.
(continua)

ExE2

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Lo spettatore è ancora profondamente scioccato dagli ultimi minuti di Who goes there: frenetici, irrespirabili, angoscianti corse sul campo di battaglia sulle note degli Wu-Tang Clan, violenza immotivata e Caos umano, intimo, delirante.
Ci vuole un’altra scossa di terremoto per far ritornare la serie ad uno standard alto senza costringere chi la vede a continui paragoni con la profonda bellezza di quel piano sequenza. The secret fate of all life (Il fato segreto di tutta la vita) riesce perfettamente nell’intento in quanto è il primo (ed unico) episodio a prelevare scene da tutti e tre gli anni della narrazione: 1995, 2002 e 2012. La prima mezz’ora scarsa è potentissima nel citare indirettamente le migliori scene di azione e di tensione di Breaking bad, con la fotografia «assolata» (come nel cupo deserto dei migliori episodi della serie di Vince Gillian, come Grilled o Ozymandias), nell’uso della musica frenetica e soprattutto nel geniale montaggio, che mischia il piano del 1995 con quello del 2002 rivelando alla perfezione le ipocrisie dei protagonisti nei loro racconti, con potenti trucchi narrativi antididascalici.
Quando si passa al 2002, si infittiscono i misteri e ci sono scene enigmatiche e violente perfettamente in linea con la qualità dei momenti migliori della serie — è un gran peccato che accanto a queste scene vi sia un superficiale (e superfluo!) approfondimento della figlia più grande di Marty, diventata ragazzina pseudo-emo stereotipata nella peggiore delle maniere, funzionale forse allo sviluppo del personaggio del padre ma troppo adagiata nelle convenzioni usuali di quella tipologia di personaggio.
Il finale di The secret fate apre nuove vie verso il futuro della serie. Il secondo ed ultimo episodio a trattare degli eventi del 2002, ovvero della rottura del rapporto tra Marty e Rust prima del 2012, è questa sesta puntata, Haunted houses (Case infestate), in cui i due detective afroamericani che hanno interrogato Rust e Marty nel 2012 nei precedenti episodi si ritrovano ad interrogare anche Maggie Hart, e pure lei come gli altri si ritrova a narrare eventi in contraddizione con ciò che viene mostrato sullo schermo con il sistema di montaggio di analessi e prolessi a cui la serie ci ha abituato.
Tra la suggestivissima e cupa scena di sesso che ho precedentemente descritto ed un paio di altre scene dalla grande resa atmosferica, l’episodio ha innanzitutto l’obiettivo e la grande riuscita di creare tensione e attesa per le ultime due puntate, emozioni particolarmente enfatizzate da un finale aperto ed intimo in cui si sente l’ennesima versione alternativa di Sign of the Judgement, suonata questa volta da T-Bone Burnett in un meraviglioso arrangiamento composto apposta per la serie.
Gli episodi 7 (After you’ve gone, Dopo la tua partenza) e 8 (Form and void, Forma e vuoto) sono come un episodio unico, che contiene in totale solo una prolessi (e di pochi giorni invece che di pochi anni). Le ideologie opposte di Marty e Rust si riuniscono contro una sorta di nemico comune, creando una sorta di unione professionale come simbolo dell’unione emozionale. Vi sono parecchie convenzioni del thriller «stile coppia di detective», come le indubbie fonti di ispirazioni precedentemente dette, nella ricerca di indizi, ma notiamo soprattutto nell’episodio 7 una continua indagine intimista come chiave di lettura del rapporto tra i due: alla fine True detective ovviamente parla più dei personaggi che del nocciolo narrativo, il vero mistero -verrebbe da dire- è la perversione umana.
Tuttavia dall’episodio 8 il racconto assume una piega differente: nel narrare, con montaggio alternato molto basilare (anche troppo, nonostante sia funzionale al contenuto dell’episodio), la vita quotidiana dello sporco e crudele assassino al proseguimento delle indagini di Rust e Marty, sembra che la sfera concettuale dell’intera serie si sposti dalla riflessione comportamentale antropologica ad una tesi spirituale sulla banalità del male.
I ritmi diventano sempre più tesi, la violenza sempre più brutale (anche nel «non mostrare»), i personaggi sempre più cupi, la musica sempre più adatta, fino alla scena-apice assoluto della serie dopo il piano sequenza dell’episodio 4: i dieci minuti di puro, esoterico, allucinante e allucinato incubo nel non-luogo surreale di Carcosa, una sorta di labirinto costituito da rametti, ossa, sangue, mummie, che si conclude con un Pantheon al cui centro c’è un trono di teschi ed un’ennesima allucinazione di Rust, questa volta ancor più mistica, colorata, esagerata.
Carcosa è un posto che va messo accanto alla Loggia Nera di Twin Peaks: sono entrambi luoghi a metà tra l’astratto ed il concreto dove si svolgono alcuni tra gli eventi principali della serie, compreso lo «scontro finale», e dove troviamo alcune delle più importanti e tragiche soluzioni visive e concettuali di tutta l’opera di Pizzolatto. Il finale intimo e strappalacrime per me è solo in apparenza lieto: dopo tutta la tragedia, il cupo schifo ed il pessimismo visto negli episodi precedenti e negli eventi dell’episodio stesso, come si può prendere sul serio un Rust quasi cristologico (un’inquadratura di lui steso sembra rimandare in maniera abbastanza esplicita al Cristo morto di Mantegna) che parla con commozione dando l’idea di essere cambiato, con negli occhi un sentore di pura follia ed uno stranissimo ottimismo (incarnato dalla frase «sul buio sta vincendo la luce», accompagnata da un cambio d’inquadratura verso un cielo color pece), contornato da velati ma non impliciti riferimenti al suicidio?
In conclusione, True detective è un evento epocale per la storia della tv, o almeno lo è questa prima stagione, sperando che i prossimi lavori di Pizzolatto siano all’altezza. Il suo intimismo, la sua estetica personalissima ed i suoi personaggi hanno composto un vero capolavoro, un instant-cult profondo, intelligente, di rara bellezza. Mi verrebbe da dire «irripetibile», ma preferisco mantenere un po’ di ottimismo…

7isLS

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2 risposte a True detective, veramente

  1. CineFatti dice:

    Perché il finale sarebbe una profonda trovata cinica?

    [Fran]

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