Tre consigli, tre perle, tre curiosità

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Di recente ho visto tre film di tre diversi registi molto interessanti, di cui volevo condividere brevi recensioni, in attesa di aver completato la visione delle filmografie di tali autori per poter, in conclusione, fare per loro classifiche come ne ho fatte per Refn, Miyazaki et cetera. Questi tre autori sono: il francese Bruno Dumont, il cui film più famoso probabilmente è l’estremo Twentynine palms (Ventinove palmi) di antonioniana memoria (Zabriskie Point, che non gli è superiore), estremo in Hors Satan (Fuori da Satana); il taiwanese Tsai Ming-Liang, vincitore a Venezia prima del Leone d’Oro per Vive l’amour nel 1994 e poi del Gran Premio della Giuria per Stray dogs (Cani randagi), sua opera ultima, nel 2013 (film che attendo tantissimo, anche perché descritto da molti suoi grandi fan come il suo capolavoro massimo) e anche in altre occasioni meno interessanti nel mezzo  -anche se il suo film più famoso rimane probabilmente The hole (Il buco) accanto al perverso Il gusto dell’anguria- che mi ha deliziato ed inquietato con Walker (Camminatore); ed infine il polacco Andrzej Zulawski, meravigliosamente folle tra Possession e Diabel (Diavolo), qui analizzato a partire dalle viscere di On the silver globe (Sul globo d’argento).
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Hors Satan

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Hors Satan è un film del 2011 regalatoci da Bruno Dumont, autore «fuori» a cui si deve il succitato e meno recente Twentynine palms, film pazzescamente memorabile dal finale estremo, spesso stilato tra i film più estremi di sempre. Per me superiore a Hors Satan, aggiungo, ma di ciò parleremo un’altra volta: concentriamoci ora invece sul film del 2011.
Quest’opera estetizzante che finge di essere scarna ma in realtà si nasconde dietro un velato simbolismo vivido di eccessi spiritual-allegorici ha una trama abbastanza insulsa, quasi inesistente: una giovane bruttina (Alexandre Lematre), vittima di abusi che la rendono al limite del mutismo, che abita in un villaggio sulla costa francese, fa amicizia, o forse qualcosa di più, con un uomo misterioso e violento (David Dewaele) che sembra prometterle una qualche sorta di aiuto per uscire dalla sua triste situazione. Basato su silenzi e inquadrature perfettamente simmetriche o drasticamente e inquietantemente asimmetriche, la regia fredda e distaccata di Dumont, non senza un compiacimento notevole, vuole raccontare un oltrecinema del disgusto e della repulsione (il film contiene una scena erotica «esorcizzante» che penso sia la più disgustosa che io abbia mai visto… e ho visto La pianista) con l’intento di purificare l’osservatore facendogli ricordare cos’è il peccato, cos’è il disgusto, cos’è lo schifo e così facendo allontanandoli dallo spettatore. Grande ambizione, a sfiorare la pretesa, ed una grande fotografia, un grande lavoro registico e concettuale. Tutto è bene quel che finisce bene? No.
Nell’enorme calderone del Cinema Dumontiano, tanto sottotono nelle atmosfere quanto «sovratono» negli intenti, il regista dimostra di essere migliore quando racconta per raccontare e non per pisciare fuori da un ipotetico vaso; quando, insomma, rimane nei limiti tematici che dovrebbero essere autoimposti da un cinema d’autore estremo come il suo, cosa che ha fatto giust’appunto meglio in Twentynine palms. Che scarseggino registi che hanno il coraggio di fare nelle loro pellicole quello che vogliono fare è indiscutibile, ma poi non lamentiamoci di Lars Von Trier (l’unico altrettanto coraggioso ad avere ancora il potere di riempire le sale) quando il massimo che può fare qualcuno di potenzialmente più bravo di lui è un film come questo: appositamente piatto e pieno nel suo essere vuoto, bello, ma non abbastanza. Il coraggio e la bravura si trovano in altro.
(continua)

Walker

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Walker (titolo originale: 行者) andò virale su Vimeo nell’anno di uscita, il 2012. Fu riempito di commenti denigratori, su forum vari ma anche sullo stesso Vimeo (molti di essi sono stati cancellati), che lo accusavano di essere senza senso e troppo lento. Definizioni puramente insensate. Quella che si svolge nello pseudo-documentaristico cinema-veritè (le reazioni umane sono reali) di Tsai, che gira questo mediometraggio di mezz’ora scarsa nel centro di Hong Kong, è una descrizione potente di una società opprimente e rumorosa, che in una sola giornata -girando intorno ad un funzionamento visuale e ritmico organicamente teso, nella sua programmatica lentezza contrastante- rende la contemporaneità di una società commerciale, inutilmente multicolore e controproduttiva un meccanismo sempre più caotico, angosciante e allo stesso tempo vuoto.
L’immagine e la regia statica (tipica dello stile di Tsai) trasformano il brutto in bello con un sadico gioco di pigmenti. Il protagonista, un monaco, unico personaggio fittizio dell’intero lavoro, interpretato da Kang-sheng Lee, cammina attraverso la città lentissimamente. Non si vede mai in maniera troppo chiara il suo volto, ma la lentezza delle sue azioni lavora in maniera antagonistica rispetto alla velocità confusionaria della città. Tsai critica il brutto con il bello, passando dal buio (dell’edificio da cui il monaco parte) alla luce (del giorno) fino di nuovo al buio (della notte). Buio, luce, buio, come in uno dei migliori corti di Jan Svankmajer. Magnifico.
(continua)

On the Silver Globe

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Sono partito con un bel film, per poi passare ad un film magnifico, ed infine giungo ad un capolavoro. Perché questo è quello che è On the silver globe (titolo originale: Na srebrnym globie), un capolavoro di quelli epocali, uno dei migliori film degli anni ’80, punto d’arrivo di un cinema surreale schizofrenico come lo è solo quello di Andrej Zulawski, il più famoso regista polacco probabilmente, insieme a Andrzej Wajda e Krzysztof Kieślowski (per tacer di Roman Polański, ormai francese). Il film era stato preparato intorno al 1977 (dieci anni prima) ed era stato poi disperso o distrutto a causa di una violenta censura del viceministro polacco dell’epoca, Janusz Wilhelmi, che mentre il film era completo solo all’80%, richiese la distruzione di tutto il girato a causa della cattiveria «gratuita» presente nella critica del popolo polacco, critica che verteva principalmente sul concetto difficile del totalitarismo. Sorpassando il pessimo gusto del signor Whilhelmi, con le sue difficoltà il film è uscito: esperienza totalizzante ed estrema, colorata e sadica nel suo essere blasfema, cattiva, estetica, capace di muoversi tanto nella follia fantascientifica di una riscoperta di concetti filosofici come l’alienazione quanto nel tema della rinascita di un ipotetico Messia, delirante e oscuro.
Stilisticamente? Esatto. Visivamente? Pure. Concettualmente, come metafora del mondo, della vita, della filosofia e (soprattutto) del cinema, come si riconosce dal finale autocitazionista con il regista stesso che si specchia nella vetrina di un negozio e si presenta? Assolutamente perfetto, e non vado oltre nella descrizione perché farei perdere valore all’opera, che è di una bellezza tale che a mio parere tutti dovrebbero recuperarla.
Sono presenti ovviamente piccole inutilità narrative, ma la narrazione serve a poco in questa meravigliosa poltiglia di immagini pulsanti.
(continua)

Chiusura (e il prossimo articolo)

E con questo immutabile e meraviglioso On the silver globe chiudo questo articolo, nell’attesa del mio prossimo pezzo… che preannuncio: uno scontro tra Elysium e Gravity come miglior «spaccaquartiere» della stagione. Ovviamente uno dei due umilia l’altro in maniera schiacciante e, per chi mi legge abitualmente, è anche ovvio quale dei due vinca.

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