To Rome with love – Toma per Roma per toma

Il nuovo film ‘turistico’ di Woody Allen è una pellicola di quasi due ore a episodi ambientata a Roma. Dopo il quarto Oscar (terzo alla sceneggiatura originale dopo averne vinto anche uno per la regia di “Io e Annie”) per “Midnight in Paris”, Allen chiaramente ha capito che la formula-fascino funziona: una città affascinante, un’atmosfera affascinante, una cultura affascinante per un film americano affascinante. E che Roma abbia la sua atmosfera si sa da prima di Allen, avendo un pocherellino di storia e cultura alle spalle. E fin qui… Il problema è il modo in cui Allen la rappresenta: una cartolina plastificata (fotografia pessima, e ciò è un paradosso trattandosi di Darius Khondji) e priva d’anima che non rappresenta Roma come è ma come appariva agli americani ai tempi di Fellini. Visto che le storie sono varie (non proprio ad episodi in quanto si intrecciano, sebbene i personaggi di ognuna non incontri mai gli altri), mi sembra adeguato recensirle una ad una, partendo dalla migliore, notando che ogni episodio ha un che di complementare con altri film di Allen.

A’ la Page

• L’episodio migliore probabilmente è quello che ha come protagonista Jesse Eisenberg, il Mark Zuckerberg di “The Social Network” di David Fincher. Costui interpreta un giovane studente di architettura a Roma che si imbatte in un suo mito che costruisce supermercati (Alec Baldwin) e lo invita per un caffè. Non sa che costui è una specie di proiezione futura di sè stesso – o forse Eisenberg è una proiezione passata di Baldwin. Ma quando la sua fidanzata (Greta Gerwig) gli presenta la sua amica bisessuale Monica (Ellen Page, già in “Inception” e “Juno”), è amore. Ed è caos. La trama è la solita romanticheria ambigua intellettuale piena di stereotipi alleniani, ma c’è un pizzico di più: Allen riafferma, dopo “Vicky Cristina Barcelona”, di non credere troppo nell’amore ed inserisce una citazione dal suo amato Bergman nel nome del personaggio della Page, Monica, come la protagonista di “Monica e il desiderio”, entrambe sessualmente ambigue. La storia non sempre è divertente ed è probabilmente quella con più elementi drammatici, anche se mantiene sempre un profilo basso, ma è gradevole soprattutto per il brio degli attori, tra i quali Eisenberg e la Page che sembrano piano piano sul punto di avvicinarsi all’Olimpo hollywoodiano. Questo episodio ha molto di “Vicky Cristina Barcelona” a partire dal numero degli amanti in gioco, ovvero 4, fino alle bugie e alle ‘cose non dette’, anche se l’elemento Baldwin è una furbata gradevole.

Malignando

• Nell’episodio più atteso dal populino italico v’è come protagonista il duplice premio Oscar Robert Benigni, ormai noto in tutto il mondo per il successone ruffiano di “La vita è bella” e per i successivi, ambiziosi fiaschi senza spirito “Pinocchio” (in cui si tenta di scopiazzare Fellini raggiungendo il pietoso) e “La tigre e la neve”. Questi interpreta Leopoldo Pisanello, un povero impiegato basso-borghese con moglie e figli e gusti cinematografici discutibili (dice ad un certo punto che “La solitudine dei numeri primi”, film italiano del 2010, avrebbe dovuto vincere l’Oscar al posto de “Il discorso del re”: è Allen che parla?), che all’improvviso diventa la vittima dei media. Famosissimo, conosciuto in tutta Roma ed in tutta Italia, ha un’autista, donne a non finire, ed un desiderio incredibile di tornare normale. La simpatia di Benigni importa tanto, in particolare quando nel finale si entra nell’incoerenza con Leopoldo che, tornato anonimo, brama per tornare famoso. Si vorrebbe citare Fellini nello pseudo-surrealismo e nei paparazzi, ma il film non diventa altro che una sorta di parodia cartonata di “Celebrity” in cui spicca, nel finale, una frase detta da un personaggio positivo che parla di com’è bello essere ricchi sfondati. Anche qui spero non sia Allen a parlare.

Piazzate

• Nell’episodio forse più dichiaratamente comico è protagonista il giovane italiano Alessandro Tiberi, tra i protagonisti della premiata ed esilarante serie TV “Boris”, incentrata su una soap opera italiana (e due altri attori del cast di questa serie appaiono in un cameo). Il nostro protagonista, di nome Antonio, si trasferisce a Roma con sua moglie (Alessandra Mastronardi) da Pordenone per parlare di un’offerta di lavoro degli zii, ma vi sono due problemi: la moglie si perde nella metropoli e Antonio viene beccato dagli zii con una prostituta (Penelope Cruz) entrata in camera sua per sbaglio e che deve fingere, a causa della coincidenza, di essere sua moglie. Momenti di buona comicità quasi teatrale quando il povero Antonio si ritrova nelle situazioni più equivoche, ma il finale è sdolcinatamente sgradevole, come anche alcune cadute volgari della storia. La scena peggiore, però, è quella in cui la moglie di Antonio si perde a Roma e si siede in una piazza. La regia fa quindi una piccola panoramica dei monumenti attorno a lei e le gira attorno velocemente. In questa breve scena le cose sono due: 1. Allen vuole farci vedere com’è bella Roma, nell’ennesima stronzata turistica; 2. La regia e la fotografia sono di fattura così pessima che non si riescono a vedere nemmeno i bei monumenti, che risultano sfocati e plastificati, e anzi la scena finisce con un estremo mal di testa. Forse è la scena più brutta che Allen ha mai girato. La Cruz recita con la propria voce in un italiano di media fattura e il film sembra essere la copia smorta de “La dea dell’amore”, con cui in comune ha i tradimenti, le bugie e la prostituta popolare.

Fuori Allen-amento

• L’episodio più brutto è quello che ha Woody Allen anche come attore, ma più che brutto è quello più inutile. Allen interpreta il padre di una turista (Alison Pill) che a Roma si è innamorata di un avvocato comunista (Flavio Parenti) con cui si vuole sposare. Il padre e la madre (una Judy Davis non più in forma che cerca di impersonare una psicanalista nevrotica ma sembra una psicanalista “nella norma”) vengono nella grande città, e lui scopre che il futuro consuocero è uno straordinario tenore (e l’attore è il vero tenore Fabio Armiliato). Peccato che riesca a cantare solamente se si trova sotto la doccia. Ma Allen, che lavora per produzioni discografiche, lo porta al teatro e gli fa cantare “Pagliacci” davanti ad una folta folla proprio sotto la doccia. Armiliato canta benissimo e la scena di “Pagliacci” è gradevole, ma le battutine del personaggio di Allen e della Davis sono fotocopie verbali smorte e ripetitive dei grandi dialoghi dell’Allen di “Harry a pezzi”. Non v’è alcun motivo per goderselo, anche se non ci sono svarioni come quello della panoramica sfocata. Inoltre Allen interpreta un personaggio che non ha nulla di sè con un’inespressività spaventosa: lui dice di essere un attore scarso anche quando interpreta sè stesso, ma perché invece non interpreta solo i personaggi a sè stesso ispirati? Non ha molti temi in comune con altri film della propria filmografia, forse solo qualche elemento simile a quelli che hanno contraddistinto tutte le sue commedie dichiarate meno divertenti. Inoltre, la gag sembra copiata dall’episodio dei Simpson in cui Homer riesce ad essere un ottimo cantante lirico solo se supino. Praticamente, Allen copia un cartone che a sua volta era ispirato alle sue opere.
(Se il titolo di questo paragrafo vi pare brutto, provate a guardare il film).

Eprilogo

• Anche se non è un vero episodio, bisogna considerare come l’elemento peggiore in assoluto il binomio prologo/epilogo. Nel prologo, un vigile dice di vedere tutta Roma solamente stando fermo e guardando le macchine e i motorini che passano o i turisti. È lui che presenta i personaggi. Nel finale, invece, un uomo che si sporge su una finestra di Piazza di Spagna dice di come il vigile non sappia nulla, e di come sia lui quello che conosce meglio Roma in quanto può vedere meglio i turisti che si innamorano, seduti sulle scalinate. La somma è un ragionamento nonsense, noioso, ridondante, sgradevole, una smanceria pedante e stereotipata che lascia a bocca asciutta, sbagliando sulla pizza cinematografica il formaggio: prende Roma per toma e toma per Roma, un fastidio che richiederebbe un par di schiaffoni o quantomeno una buona, vecchia, dolce, saporita torta in faccia. Al regista e allo sceneggiatore e, per una volta, all’attore (almeno a uno).

7isLS

 

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