Arcade fire / The suburbs

Canadesi, Indie, trentenni: i membri degli Arcade Fire compongono uno dei gruppi più importanti della scena musicale contemporanea. E dopo un EP omonimo, un buon disco di nome Funeral ed un secondo ottimo album del 2007 di nome Neon Bible (di cui consiglio fortemente l’ascolto: la melodia quasi morriconiana di My Body is a Cage compone uno dei loro pezzi migliori, che piacque perfino a Peter Gabriel che ne fece una cover), nel 2010 il gruppo di Win Butler e della moglie Regine Chassagne registra il loro terzo album, The Suburbs, che potrebbe essere il loro capolavoro. Intendiamoci, però: capolavoro assoluto non è. È uno splendido disco, ben costruito, originale, il riassunto di un decennio, accompagnato da un cortometraggio (“The Suburbs”) diretto da Spike Jonze, privato di ogni traccia di quella sterilità e vuotezza emozionale che caratterizzano la maggior parte della musica moderna, che spesso imita in maniera pallida i fantasmi degli anni ’90, ma la sua influenza sulla cultura musicale di tutti i tempi sarà, purtroppo, minima, data la popolarità degli Arcade Fire tra i cosiddetti ‘hipster’, termine coniato negli anni ’40 per gli w.a.s.p. che volevano fare jazz, che ormai vuol dire ‘persona che fa le cose giusto perché sono fuori moda’: un tipo di persona che ovviamente diventa un paradosso in quanto si stanno moltiplicando come criceti.
The Suburbs è un concept album sull’infanzia orribile e le delusioni della vita di Butler. L’album comincia con la titletrack, un pezzo relativamente semplice con una geniale linea d’accordi sotto il ritornello ed un arrangiamento che già fa entrare nel ‘mood’ generale del disco. Si continua con Ready to Start, canzone con la quale abitualmente, ormai, il gruppo comincia i propri concerti, che è un brano dritto e senza divagazioni, dotato di una linea musicale propria e di un fare nostalgico che culmina nella splendida “I would rather be alone than pretend I feel alright” (“Preferirei stare da solo che fingere di stare bene”), e poi con Modern Man, un brano pop in senso abbastanza classico con sonorità orchestrali e chitarristiche di spesso impatto. Rococo è una successione di accordi scandita da una melodia strascicata ed imponente e da una doppia batteria, secondo i fan più sfegatati anche il pezzo migliore del disco. Segue la doppietta composta da Empty Room con voci quasi in falsetto e musiche di sottofondo gradevoli e da City with no Children, brano quasi sognante, uno dei singoli del disco. Doppia è anche la canzone Half Light, composta da una Half Light I, intensa e violinistica, e da una Half Light II, con chiare influenze da David Bowie. Suburban War è invece il brano più classico (per modo di dire) del disco, una canzone che va in crescendo tra orchestrazione imponente e batteria densa. Un blues grezzo compone invece Month of May, forse il brano meno convincente del disco, comunque una perla. Wasted Hours ha il suo bello nelle linee vocali (“Wasted Hours before we knew where to go and what to do”), malinconiche al punto giusto, con synth sospeso, mentre Deep Blue è il brano più sottovalutato dell’album, in alcuni punti emozionante. We used to wait ha il suo apice nei punti in cui canta Regine, nell’orchestrazione e nel finale velocizzato. Sprawl, come Half Light, si divide in due parti, che però in questo caso hanno titoli diversi: Flatland è una sperimentazione molto triste e decadente, mentre Mountains beyond mountains è una delle canzoni migliori del disco e degli Arcade Fire in generale, grazie ad una linea vocale magnifica (Regine principalmente), ad un testo che fa entrare nella soggettiva di Win Butler (“I need the darkness, someone please cut the lights”), ad un’ottima batteria e ai miracoli compiuti dal synth. The Suburbs (continued) riprende il tema della titletrack e lo amplia di un minuto, strascicato e triste, che conclude la versione “normale” dell’album, con buono utilizzo degli archi. Il disco si conclude con due bonus tracks, una Speaking in Tongues che ha come guest voice la grande “testa parlante” David Byrne (d’altronde il titolo riprende un album dei Talking Heads) e Culture War, che già dal titolo comprende il desiderio del disco di essere parte della cultura del decennio e, a suo modo, di esserne un riassunto (splendida chitarra).
Un disco da ascoltare, per poter comprenere al meglio il clima musicale di un breve periodo culturale sottovalutato.
Voto: 8,5/10

7isLS

VIDEO: SPRAWL II (MOUNTAINS BEYOND MOUNTAINS)

VIDEO: CITY WITH NO CHILDREN

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