The living and the dead: viaggio isterico indie nei meandri della follia

La scoperta di “TLTD – The Living and the Dead”, grande piccolo film underground partorito nel 2006 dalla mente dell’inglesissimo Simon Rumley, è stata un processo lungo che va a ripescare perfino Pasolini, con il suo “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. Spero mi verrà perdonata la parentesi personale, ma è utile per capire un equivoco cui questo film va spesso incontro.
Condividendone una (scabrosa) scena su Facebook, fui riempito di commenti del tipo “Il film visceralmente più disturbante che io abbia mai visto” (“del tipo” fino a un certo punto. La citazione è testuale). In quanto il termine ‘disturbante’ si può leggere in svariate maniere, ho cercato di capire cosa intendesse con una ricerca “in tono”, chiedendo a YouTube playlist liste dei ‘most disturbing movies’.
digressione ma non troppo Tra l’altro, in queste liste, ho scoperto sia dell’esistenza di ottimi film (tra i quali “Gummo” di Harmony Korine, 1997, e “Martyrs” di Pascal Laugier, 2008), sia dell’esistenza di vere porcate prive di senso o scopo, ovvero i finti snuff movies (per chi non lo sapesse, gli snuff movies sono film girati con la telecamera a mano in cui l’evento violento che succede sullo schermo in realtà è successo davvero, mentre i finti snuff movies sono film che cercano di emulare lo stile degli snuff movies. Lo scopo? Nessuno) fine ma non troppo della digressione
“Salò” era, in effetti, in molte di queste liste (e ragionevolmente), spesso nelle prime 5 posizioni. Ma un film che trovavo sempre era l’orribile “August Undergdound”, serie Z appartenente alla categoria ignobile dei finti snuff, invedibile per intero. Per informarmi a riguardo, sono incappato nel meraviglioso sito di recensioni principalmente horror ‘eXXagon’s reXtricted’ (che tra l’altro in una recensione si è lamentato del fatto che la sua recensione più visualizzata era quella di “August Undergound”). La prima particolarità del sito è il fatto che ogni film ha una tabella che indica vari livelli di ‘eccessi’ nel film: quanto è strano da 1 a 5, quanto sesso c’è da 1 a 5, quanta violenza, quanto sangue, quanta suspense. E, in base a questi valori, il visitatore può cercare film in base alle proprie richieste. Essendo io un grande fan del regista David Cronenberg, ho cercato recensioni dei suoi film, notando che il valore di ‘stranezza’ (Weird Level: il cinema weird è, in effetti, una specie di genere derivato del surrealismo) dato al film “Videodrome” (1983) era di 3 su 5. Apprezzando molto il film, ho cercato altri film analoghi, e quello che ha più destato la mia attenzione è stato “TLDT”. Dopo lungo cercare, ho comprato il dvd e l’ho visionato. E fine della parentesi personale. Veniamo all’opera.
La trama è apparentemente semplice: Nancy (Kate Fahy) è malata e ha bisogno di cure. Suo marito Donald (Roger Lloyd Pack) è in crisi economica e la sua vita da alto-borghese benestante sta per finire, per cui è costretto più volte ad andare per periodi medio-lunghi fuori dalla loro villa. Il figlio James (Leo Bill), ritardato e dipendente da farmaci, quando sente che il padre deve partire di nuovo, pensa di riuscire a ‘tenere a bada’ la madre tutto da solo, dimostrando al padre di essere efficiente come ‘uomo di casa’. Il problema è che il giorno dopo in casa, per dare appunto questa dimostrazione, deve mantenere fuori casa l’infermiera Mary. In preda ad allucinazioni causate dai medicinali, ossessionato dall’infermiera Mary, schizofrenicamente bloccato a causa della sua malattia mentale, tutto ciò che fa per aiutare la madre alla fine non fa che metterla in grande difficoltà fisica. E ciò avrà ripercussioni pericolose.
Sul valore dell’opera, la locandina parla forte e chiaro: su tutto il poster non ci sono che elogi, attorno all’immagine agghiacciante di un corpo in posizione fetale soffocato sotto le coperte, tra Jeremy Knox che scrive “Uno dei film più belli che abbia mai visto”, alle varie valutazioni monoverbali di siti e riviste varie (“Capolavoro” – Channel4; “Eccellente” – Ain’t it cool news; “Terrificante” – Twitch film; “Potente” – Dread Central; “Brillante” – Zone Horror; “Disturbante” – Fangoria; “Visionario” – Splatter Container; “Stordente” – Metro; “Straziante” – Film threat; “Meraviglioso” – Eat my brains). Sul sito Rotten Tomatoes, che raccoglie le recensioni di critici americani professionisti, il 90% dei critici danno recensioni positive. Ma chi è il regista Simon Rumley? Difficile rispondere: “TLTD” è il suo film più noto, vincitore di 5 premi Austin Fantastic Fest: film, regia, trucco, attore protagonista (Leo Bill) e attrice non protagonista (Kate Fahy).
Brillante mix di grottesco e realistico, verso la fine diventa iperrealistico nella violenza malsana e perversa, almeno come la coincidenza che ha portato alla creazione della pellicola: la morte della madre del regista/sceneggiatore, accaduta il Giorno della Mamma. Come si legge anche su ‘eXXagon’s reXtricted’, ad aiutare la madre malata del regista vi era anche una zia malata anch’ella, tant’è che Rumley si era autodefinito l’unico vivente nella casa dei morti, da cui il primo titolo pensato per il film: “The Living in the Home of the Dead”. Qui l’unico vivente sembra essere il povero Donald, che, alla fine, vittima della viscerale malattia collettiva del resto della famiglia, diventa anch’egli malato. Il gioco mentale che pone il regista è sadico: un continuo scambio di ruoli, in cui Leo Bill (sopra le righe ma bravissimo) è una vittima di sè stesso che, respirando soffocatamente, fa scendere lentamente negli Inferi sè stesso e la madre.
Dramma edipico? Forse. Umano? Sicuramente. È un esercizio di stile, di (vaga) tensione, lento nella prima parte, assurdo e surreale (con strizzate d’occhio a Lynch) nella seconda. Almeno quattro grandi idee cinematografiche: la recitazione di Roger Lloyd Pack verso la fine, in cui ha completamente perso la testa; l’idea di velocizzare le scene in cui Leo Bill cammina per la villa, facendo assumere ad esse un tono moderno e inquietante grazie alla frenetica musica industrial (che si oppone al malinconico brano di pianoforte che sovrasta il resto del film); la scena del sogno di Leo Bill immerso nel bianco, nel quale si può trovare la chiave del tutto (il viaggio di una mente sofferente alla ricerca della propria autoflagellazione finale, al limite tra perversione e umanità); la scena delle scale in cui si incrociano passato decadente e presente decaduto, rappresentati l’uno da Leo Bill completamente fuori di matto, l’altro da Roger Lloyd Pack al suo primo attacco di violenza.
Tristissimo, straziante, dolcemente inquietante, inafferrabile, forse indimenticabile, può commuovere, disgustare, disturbare, rattristare e scombussolare. Sicuramente “TLDT” non è un film facile da dimenticare: la sua violenza fredda ha un perché che nel suo eccesso trova la sua ragione di esistenza. Laico e disperato, almeno ha fatto conoscere anche fuori dai circuiti underground il giovane Leo Bill: dopo aver avuto un piccolo ruolo nel noto horror “28 giorni dopo” e dopo questo film, ha avuto ruoli minimi in film di Tim Burton e di David Fincher. Si spera per lui un futuro migliore da quello del suo personaggio.

7isLS

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