The ABCs of death

the-abcs-of-death

The ABCs of death è una raccolta di 26 cortometraggi ideata dai produttori Ant Timpson e Tim League, che hanno avuto l’idea da un sogno di uno dei due. Avuta l’idea, i due hanno contattato 26 registi/sceneggiatori di tutto il mondo e hanno affidato a ciascuno una lettera su cui lavorare per un cortometraggio dal costo massimo di 5000 dollari di budget, dando ad ognuno di loro completa libertà artistica e solo due regole: la presenza di almeno una morte (umana o animale) come fulcro della trama e una dissolvenza in rosso sanguigno come finale.

A-E

Il primo cortometraggio, diretto dallo spagnolo Nacho Vigalondo, il nome dietro il film di fantascienza Timecrimes, è A is for Apocalypse (letteralmente «A sta per Apocalisse»), che racconta la storia di un anziano paziente di un ospedale che si ritrova faccia a faccia con un’infermiera che da mesi cerca di ucciderlo, una ben diretta ma a suo modo incomprensibile metafora dell’apocalisse che sembra voler dire molto, per non dire troppo, con troppo poco, e non riesce nell’intento.
Ancor peggio il successivo B is for Bigfoot (ovvero «B sta per Bigfoot», lo yeti delle foreste americane) del sempre spagnolo Adriàan Garcìa Bogliano, in cui viene raccontata una banalissima storia horror puro e banale con grande pigrizia stilistica e regia inconsistente.
Il cileno Ernesto Diaz Espinoza racconta poi C is for Cycle («C sta per Ciclo»), una bizzarra e simpatica visione dell’Eterno Ritorno di Nietzsche con citazioni da INLAND EMPIRE di David Lynch ma che ha forte carenza nel fascino della compattezza narrativa, debole soprattutto a causa del minimo approfondimento psicologico del protagonista, un giovane che scopre una maniera per incontrare sé stesso nel passato e nel futuro.
Marcel Sarmiento, che nonostante il nome è americano, dirige poi D is for Dogfight (che si può tradurre con «D sta per Duello», nonostante «Dogfight» significhi più letteralmente «lotta cagnesca»), un cortometraggio diretto a mo’ di videoclip che racconta di un boxer contro il quale viene sguinzagliato un cane violento che non si ricorda di essere stato il suo animale domestico, molto ammiccante, con una moviola da brividi e delle grandi riprese, oltre che una crudele metafora della fiducia e dell’amicizia che fa sorridere, rendendolo il migliore tra i primi 5 corti.
Il quinto, E is for Exterminate («E sta per Eliminare»), della regista americana Angela Bettis, sconsigliabile agli aracnofobici nonostante sia girato con toni troppo farseschi da potersi considerare un vero horror, è così pomposamente insulso, registicamente e contenutisticamente, da lasciare un amaro in bocca che solo un miracolo potrebbe salvare…

F-M

…e il miracolo in effetti accade, con il successivo meraviglioso F is for Fart («F sta per Flatulenza») del giapponese Noboru Iguchi, che con verve satirica spiega che se esistesse Dio le ragazze sensibili non si vergognerebbero a espellere gas dal proprio ano. La surrealità di questo demenziale corto cerca di infrangere uno dei più bizzarri e imbarazzanti tabù del corpo umano, e ci riesce, e così facendo diverte in maniera grottesca e tipicamente giapponese.
Ma successivamente G is for Gravity («G sta per Gravità») dell’australiano Andrew Traucki è un ennesimo cortometraggio a dir poco insoddisfacente, un cortissimo esercizio di regia, più specificatamente di riprese in soggettiva, nella soggettiva di un surfista che va incontro alla morte, fine a sé stesso che non porta a nulla se non a un breve «perché?».
Tuttavia ci si riprende subito con l’australiano Thomas Malling che grazie a H is for Hydro-Electric Diffusion («H sta per (H)idro diffusione elettrica») ci presenta la sua versione live action del mondo dei Looney Tunes , con un’ambientazione bizzarra come la Seconda Guerra Mondiale +un pilota dell’aviazione inglese con il viso canino che assiste allo spogliarello di un’antropomorfa volpe dal seno prosperoso che è in realtà nazista e vuole ucciderlo, torturandolo in maniera bizzarra, à la Bugs Bunny, ma con un po’ di sangue e farsesche autoironie citazionali.
I for Ingrown («I sta per Incarnito») dell’ispanico Jorge Michel Grau, disturbante e vomitevole, nel senso visivo del termine, è un esercizio di regia e sceneggiatura interessante che racconta una storia di abusi sessuali dal punto di vista di una vittima ignara di dove si trova e del perché si trova in quella posizione: tale storia necessiterebbe, probabilmente più di tutti gli altri corti, di essere rifatta in versione lunga.
Si passa poi a J is for Jidai-geki («J sta per Jidai-geki», in cui Jidai-geki è il termine utilizzato in Giappone per definire i film drammatici ambientati nel medioevo giapponese, ma anche in maniera più specifica i film sui samurai: molti film di Kurosawa o Mizoguchi, ma anche di registi più recenti come Miike, possono essere considerati appartenenti a questo genere), un corto comico e sanguinolento di Yûdai Yamaguchi. Qui un giovane costretto a commettere seppuku -il suicidio rituale tramite spada nello stomaco, dopo il quale avviene la decapitazione per mano di un sodale- per il dolore sfoggia espressioni facciali assurde che portano il suo decapitatore, teso tra i due cavalli del divertimento e della tensione per il compito, a deconcentrarsi, sudare, ridere. Assurdo in maniera puramente giapponese, come F is for Fart ma sotto qualche punto di vista meno estremo (almeno concettualmente) e diretto con grande stile e passione.
Quindi si giunge a Anders Morgenthaler, animatore danese che si trova davanti a K is for Klutz («K sta per Klutz», in cui Klutz è un termine in gergo che significa «maldestro»), un corto che, nonostante l’assoluta libertà artistica dei registi, è il primo di una serie di tre che hanno al centro la tazza del cesso: in questo, una donna ad un party diventa paranoica quando non riesce a premere lo sciacquone. Per lo stile slapstick, può sembrare un corto Disney o una gag di Harpo Marx ma la conclusione ricorda più che altro le atmosfere cupe delle sperimentazioni industriali di David Firth.
Si arriva a questo punto a L is for Libido («L sta per Libido»), un corto del regista indonesiano Timo Tjahjanto che sembra la versione fatta bene e meno esageratamente automasturbatoria di A Serbian film, applicato però alla politica in generale invece che al governo di uno stato di preciso. Nella trama provocante, dei giovani vengono costretti in coppia a masturbarsi davanti alle scene più degradanti, legati a sedie: il primo che eiacula vince, il secondo viene eliminato. Seguiamo tutto dal punto di vista di un povero essere umano rimasto vincitore per quasi due settimane consecutive, che si ritrova una brutta sorpresa quando perde in maniera pur non convenzionale. Stilisticamente e registicamente è di una compattezza invidiabile, e le sue infinite letture, oltre alla sua programmatica cortezza che dà al tutto un forte valore scenico, lo rendono uno dei corti migliori del tutto.
Segue, poi, M is for Miscarriage («M sta per Malconcluso parto»), un corto sin troppo corto dal contenuto minimo e dalla pigrizia infinita: nessuna originalità, nessuna inventiva, nessuna traccia d’arte nello squallido mondo dell’americano Ti West, che firma così il secondo cortometraggio con tema la toilette.

N-S

N is for Nuptials («N sta per Nuziale») del thailandese Banjong Pisanthanakun è un ennesimo corto comico esilarante, con il più assurdo uso di un pappagallo nella storia della video arte, ed è a dir poco apprezzabile.
O is for Orgasm («O sta per Orgasmo») è probabilmente il miglior corto dell’antologia, nonostante il suo contenuto effettivo sia decisamente scarso: con pochissimi minuti ed un principale concetto di base, quello dell’orgasmo femminile (ma ovviamente anche quello della morte), è un’opera di una rara autorialità e di incredibile fascino visivo, firmato dalla coppia di registi francesi Bruno Forzani e Héléne Cattet, colorato ma anche oscuro, suggestivo, pregno di interpretazioni possibili, sensuale, violento e soprattutto bello, in una maniera incredibilmente pura.
Successivamente si può vedere P is for Pressure («P sta per Pressione») del dottissimo Simon Rumley che ci ha donato quel capolavoro di The living and the dead, e che mi ha fortemente deluso con una trama inconsistente salvata per poco da uno stile inconfondibilmente graffiante e schizofrenico.
Chi vuole però può saltare a Q is for Quack («Q sta per Quack») degli americani Adam Wingard e Simon Barrett, altro cortometraggio puramente comico dell’ensemble, in cui i due registi interpretano sé stessi intenti a capire come lavorare sulla lettera Q per il corto, prima facendo urlare donne nude davanti alla telecamera, poi tirando cocaina ed infine decidendo di uccidere davanti alla videocamera una papera per fare un accenno al suo verso: Quack.
Divertentissimo e autoironico, è però tutt’altro che il prequel ideale per il successivo corto, diretto da Srdjan Spasojevic, il regista serbo il cui nome è dietro il già citato A Serbian film. Il suo corto, R is for Removed («R sta per Rimosso»), uno dei più violenti del tutto, è l’ideale continuazione del discorso sociale-metacinematografico del suo controverso predecessore made in Serbia: viene staccata della pelle ad un carcerato per creare pellicola per un film e questi si ribella a sorpresa di tutti in maniera violenta, poi suicidandosi sotto una pioggia di sangue. Nonostante anche qui ci sia l’irrimediabile e pesantissimo errore di far contare più l’immagine (nel senso negativo del mero shock contenuto in essa) del messaggio, si nota una compattezza ed un pensiero più ampio e riveduto rispetto al precedente lungometraggio del regista serbo.
E qui si giunge a S is for Speed («S sta per Speed», con Speed inteso sia come la droga che come «velocità») dell’inglese Jake West che dirige bene bravi attori e brave attrici in un contesto scenografico suggestivo… senza alcuna trama. O meglio, quei pochi sprazzi di simil-trama o simil-narrazione, nonostante la trama possa essere considerata in certi casi un optional se la cosa più importante è l’immagine, cercano troppo di voler raccontare tanto con poco e si perdono in sé stessi, facendo venire il desiderio di rivedere la trama (o almeno la prima parte di essa, prima del banalissimo finale a sorpresa) in un contesto più ampio, in un lungometraggio.

T-Z

Lee Hardcastle è un regista britannico il cui nome si cela dietro T is for Toilet («T sta per  Toilette»), l’ultimo cortometraggio concernente il mondo dei bagni, un corto in stop-motion inquietante e bizzarro, con richiami forse involontari alle poesie e ai corti di Tim Burton, soprattutto nel finale inquietantissimo.
La U invece viene dedicata alla parola Unearthed, che si può tradurre con «portato alla luce», diretto da Ben Wheatley, l’americano dietro l’horror Kill list, molto acclamato dai critici, un corto con molte cose in comune con G is for Gravity, tra la regia in soggettiva e l’inutilità complessiva, ma almeno più teso e con un’idea di base, nonostante poco attraente.
V is for Vagitus («V sta per Vagito») è invece, probabilmente/senza alcun dubbio, il cortometraggio ad essere costato di più: infatti il canadese Kaare Andrews, noto soprattutto come fumettista, ha utilizzato per il corto tantissimi effetti speciali a basso costo ma ben riusciti nell’insieme per raccontare una storia di distopia che ricorda da vicino I figli degli uomini di Alfonso Cuaron, alcuni racconti di Dick ma anche certi fumetti sul tema, e qui, ancora, si sente il forte bisogno di vedere il tutto meno compattato, più lungo, più completo.
L’americano Jon Schnepp, all’incontrario, per il suo complicatissimo corto dal montaggio vorticoso, ha usato chiaramente pochissimi soldi: usa lo stesso espediente narrativo di Q is for Quack mostrandosi perso nelle difficoltà di scegliere una parola adatta che cominci con la W, ma proprio al massimo della non-ispirazione, succede la catastrofe, e non si comincia a capire più un tubo: una serie casuale di scene volgari e di monologhi deliranti con velata critica sociale incomprensibile in sottofondo, per un discorso complicatissimo, interessantissimo, surrealissimo e a suo modo anche divertentissimo per W is for WTF (in cui «W sta per WTF» contiene l’acronimo WTF che significa what the fuck, traducibile come ma che cazzo).
E si arriva, dunque e quasi  finalmente, a X is for XXL («X sta per XXL») del francese Xavier Gens, regista di The divide, che qui in pochi minuti concentra il corto più violento e completo di tutta la serie, una dissacrante critica ai canoni odierni della bellezza femminile: una donna grassa e offesa da tutti, arrabbiata verso il mondo, torna a casa e decide di tagliarsi il grasso fino a diventare quasi anoressica. Diventata uno scheletro ricoperto di carne, si mette in una posa da modella e poi muore dissanguata. Potentissimo, inquietantissimo: bellissimo.
Al contrario del successivo Y is for Youngbuck («Y sta per Youngbuck», in cui «youngbuck» tutto attaccato significa «ragazzo»  e «young buck» staccato significa «giovane cervo»: entrambe le accezioni del termine importano): un videoclip splatter di elettronica su di un custode di scuola media sessualmente ambiguo che insegna ad un giovane come andare a caccia facendogli uccidere un cervo, poi lo stupra, lecca il suo sudore dalle panchine della palestra e poi assapora l’essere vittima di una brutale vendetta. È pur sempre solo un videoclip, e non c’è una grande necessità di espressione artistica: nonostante ciò, è a suo modo piacevole, ma inferiore anche al precedente videoclip D is for Dogfight.
E si giunge alla conclusione: Yoshihiro Nishimura, regista dell’action demenziale Tokyo gore police, dirige Z is for Zetsumetsu («Z sta per Zetsumetsu» in cui «Zetsumetsu» è una parola giapponese che significa «estinzione»), un’assurda parabola del governo giapponese e del male del mondo a suon di riferimenti alla cucina nazionale, al sesso con donne che combattono nude con peni finti giganti, con un’enorme e potentissima citazione da uno dei migliori film di Kubrick: un segmento imperdibile per gli amanti del grottesco, di Nishimura e del cinema giapponese in generale. Uno dei migliori segmenti del tutto, anche questo, degna conclusione per una grande antologia da vedere assolutamente nonostante la sua qualità altalenante.

7isLS

Taggato . Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *