Terrence Malick: The tree of life e il cinema

thealberodellavita

Malick, genio o friggitore d’aria?

Con l’espressione «esperto friggitore d’aria» il dizionario Mereghetti una volta ha descritto il controverso regista Lars von Trier, di cui Mereghetti è solitamente considerabile un acceso detrattore, a differenza di molti suoi colleghi, tra i quali Morando Morandini. Ma qui trattiamo di un regista meno discusso e generalmente più apprezzato dai critici, sebbene comunque difficile da valutare. Il texano Terrence Malick, infatti, con i suoi sei film usciti in oltre quarant’anni di carriera, ha fatto film dalla qualità discutibile. Ha cominciato con Badlands (alla lettera, Terre cattive, ma anche nome geografico di un luogo Usa, nel Sud Dakota), un film sulla giovinezza incentrato su una coppia interpretata da Sissy Spacek e Martin Sheen che scimmiotta James Dean, violento, suggestivo, e profondo. Ha proseguito con I giorni del Cielo con Richard Gere, un film esteticamente superiore ma concettualmente più debole, sebbene sia visivamente splendido e annoverabile tra i migliori film degli anni ’70.
Dopo si è preso una pausa di vent’anni, durata fino al 1998, anno in cui ha girato La sottile linea rossa, un lunghissimo film di guerra con un grande cast, e la particolarità che non si sente uno sparo e non si assiste ad una scena di violenza per i primi 45 minuti. È un film affascinante ma più retorico dei precedenti, e quindi inferiore, oltre che sopravvalutatissimo dalla critica che generalmente lo considera un capolavoro assoluto.
Sulla stessa scia (anche di qualità) il successivo The new world (Il nuovo mondo),che rivisita la storia di Pocahontas. Continuando su questo percorso, e diminuendo sempre di più la distanza temporale tra i propri film, Malick sforna nel 2011 e nel 2012 The tree of life (L’albero della vita) e To the wonder (Alla meraviglia), rispettivamente il film migliore di questo regista poliedrico e la sua ultima opera ancora inedita (tranne a chi è stato al festival di Venezia).

Attraverso The tree of life

Per capire Malick, The tree of life è necessario. È un film facilmente sopravvalutabile, in effetti: quando fu mostrato a Cannes gli urletti del popolo e della giuria lo hanno decantato come uno dei migliori film di sempre, un film rivoluzionario che modificherà la storia del cinema, il seguito concettuale ideale per film come 2001: odissea nello spazio e Il posto delle fragole. Tale corrente è stata così violenta che ha convinto, per un certo periodo, pure me, che nella lista dei migliori film di tutti i tempi stilata l’anno scorso (qui) l’ho inserito con un commento ruffiano e fuori luogo, e anzi, per inserirlo nella lista, ho eliminato uno dei miei film preferiti, C’era una volta in America, che quasi sicuramente meritava di più il posto.
Detto ciò, non è un brutto film: anzi. The tree of life rimane un capolavoro, visivo, concettuale, registico, atmosferico, interpretativo; semplicemente non è da innalzare ad un Olimpo così vagamente eroico come quello «delle migliori pellicole mai girate». Anzi, oserei dire che nello stesso anno è uscito un film che con la metà delle ambizioni e tutt’altre intenzioni è riuscito a superarlo di due spanne, e sto parlando del thriller americano Millennium diretto da David Fincher, un regista che non ha niente a spartire con Malick per quanto riguarda l’abilità registica e l’interesse autoriale.
Infatti The tree of life è un film probabilmente autobiografico, in cui si narra l’infanzia del regista e il suo disinteresse per la vita durante la crisi di mezza età, separate da flashback, sequenze oniriche o allucinatorie, ed una mezz’ora di effetti speciali a basso costo ma dall’effetto mirabolante che mostrano la nascita dell’universo e della Terra, paragonata alla nascita e alla crescita dell’essere umano ed al suo rapporto con la natura e Dio. Il protagonista, il fanciullo Malick celato sotto il nome di Jack, è interpretato dal giovane e bravissimo Hunter McCracken, mentre i suoi genitori sono gli eccezionali Brad Pitt e Jessica Chastain. Meno interessante l’interpretazione di Sean Penn nel ruolo di Jack adulto, depresso, a cui vengono dati poco tempo e poco spazio.

Dio, il mondo e la natura

La figura di Dio nel cinema di Malick è ambiguo. Mentre in Badlands e I giorni del Cielo l’aspra (e sottintesa) critica sociale lascia a pensare che Malick sia ateo, La sottile linea rossa al contrario in alcuni punti sembra un elogio religioso senza capo né coda, a causa della sua dilagante retorica anti-militarista e spirituale, e idem vale per le scene più riflessive di The new world.
Al contrario, in The tree of life, il cui argomento centrale sembra essere appunto la figura divina, essa è messa in discussione, e anzi sembra che si evinca che nell’opinione buonista/ottimista del regista, se Dio esiste, si trova nella natura, ma ciò non significa che sia un Dio religioso, ma solo un Dio bello e che ci sia bisogno di analizzarlo. Sebbene ciò sia discutibile da un punto di vista concettuale, qui si tratta di cinema, e di un cinema basato così sull’incertezza e sulla complicazione di ciò che è relativamente semplice, e fare  un paragone fra microcosmo e macrocosmo, pianeta ed essere umano, sarebbe banale ed inutile quanto lo scendere nei particolari: meglio ammirare il talento visivo del regista soprattutto nella parte finale, con le riprese sulle spiagge e sui diserti, con la colorata ed emozionante fotografia di Emmanuel Luzbeki ed i simbolismi della crescita (le scale), dell’identità (le maschere), della vecchiaia e della morte (le porte), ma anche della perdizione nella bellezza dell’universo (l’acqua).
The tree of life, pur non essendo sullo stesso livello qualitativo, ma essendo comunque meraviglioso, è paragonabile a 2001: odissea nello spazio per il triplo, quadruplo discorso sul mondo e sull’universo, sulla bellezza e sulla bruttezza del genere umano, su Dio come suggestiva figura di dubbi. In comune tra i due anche gli accenni all’eterno ritorno di Nietzsche – tra il figlio delle stelle del finale del capolavoro di Kubrick e l’incontro fra il giovane ed il vecchio Jack nella sequenza onirica/apocalittica/utopistica dell’astratta conclusione, che è il punto più alto della filmografia di Malick.

Conclusione

Chi è Malick? Malick è una persona consapevole della magnificenza e dell’ambizione oltremodo volenterosa delle sue pellicole megalomani, ma è anche un piccolo essere vivente dotato di umiltà e di desiderio di raggiungere Dio con l’arte del cinema. È possibile, se non probabile, che prima di arrivare a dirigere The tree of life abbia molto rimuginato sull’interpretazione data da Kubrick al mito di Icaro, secondo la quale l’insegnamento più importante dato dalla celebre storia non sarebbe quello di non essere troppo ambiziosi, ma quello di «dimenticare la cera, e costruire ali migliori». Perché con questo film, l’ambizioso regista ha giocato ad essere Dio: ma se altri, come Gaspar Noé in Irreversible (al cui proposito: Enter the Void, ultimo lungometraggio del controverso regista francese, è un altro film sottovalutabile dalle simili ambizioni che probabilmente ha influenzato il film di Malick; si può considerare il suo «gemello lisergico, allucinogeno e cattivo», citando – e un po’ storpiando – il mio amico Italo), non ci riescono, il regista texano ha colto in maniera perfetta la sua idea dell’universo, con una bellezza visiva invidiabile ed un’ampiezza concettuale che sarà anche discutibile, ma è sicuramente e profondamente affascinante. Anche per chi, come il sottoscritto e molti suoi amici e conoscenti, è ateo fino al midollo.

7isLS

Taggato . Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *