Le ciliegie parlano / Bohumil Hrabal, Una solitudine troppo rumorosa

hrabal_solitudine«E io alle falde della montagna mi raggomitolo come Adamo nel cespuglio, con un libro in mano apro gli occhi su un mondo diverso da quello dove appunto stavo, perché io quando incomincio a leggere sto proprio altrove, sto nel testo, io mi meraviglio e devo colpevolmente ammettere di essere davvero stato in un sogno, in un mondo più bello, di essere stato nel cuore stesso della verità. Ogni giorno io sbigottisco dieci volte, come ho potuto allontanarmi così da me stesso». 

Una solitudine troppo rumorosa di Bohumil Hrabal è un’operetta intensa e visionaria sul valore dei libri e sul loro destino. A farsi carico della loro strenua difesa è un «operaio del sottosuolo» che, da trentacinque anni, attraverso una pressa meccanica, dovrebbe destinarne tonnellate al macero ma finisce col salvarne di nascosto una quantità incredibile e di fondere la sua esistenza con la loro stessa essenza, disseminando pensieri, idee, frasi e citazioni in tutto ciò che lo circonda.
Un libro non facile, certo: la mancanza totale di dialoghi e di una trama ben definita rende la lettura sì scorrevole, ma a tratti poco comprensibile; è innegabile, però, il fascino che il protagonista infonde nel lettore, un’aura di tenerezza e follia che lo rende nostalgico ed eroico, salvifico e distruttivo al tempo stesso, «investito di schegge» (come l’ha definito lo stesso autore), tormentato e vagante in una cupa e nebbiosa Praga.
Bellissima, infine, è la scrittura di Hrabal, fluente e mistica, ricca di rimandi, intimamente ribelle. Un’ottima scoperta.
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Le ciliegie parlano
è un progetto di Giorgia e Gaia
dedicato a Italo Calvino
e a Francesco De Gregori.

Le ciliegie parlano / Osvaldo Soriano, Triste, solitario y final

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Triste, solitario y final non è soltanto una bella citazione tratta da quel libro meraviglioso che è Il lungo addio di Raymond Chandler, ma è anche un romanzo, il primo, di Osvaldo Soriano, che non a caso si ispira proprio allo geniale scrittore americano per mettere in scena una storia buffa, intrigante e a tratti davvero spassosa che vuol essere un (serio) omaggio all’antieroico detective chandleriano Philip Marlowe e ad una lunga schiera di personaggi hollywoodiani, tra cui Stan Laurel e Oliver Hardy.
La celebrazione di questi suoi miti perduti ha spinto Soriano all’irresistibile tentazione di entrare a far parte della storia, nel ruolo del bistrattato e insoddisfatto giornalista che era nella realtà, e a muoversi al fianco di Marlowe tra risse esagerate, party esclusivi (divertentissime le comparse di Charlie Chaplin, Mia Farrow, Jane Fonda e John Wayne), cimiteri e set cinematografici. Il ritmo efficace dei dialoghi e delle scene, la fedeltà quasi assoluta alle caratteristiche del cinico detective, i tocchi di nostalgia disseminati qui e lì rendono questo libro degno di essere letto, specie dagli ammiratori di Chandler.
«Un sogno ad occhi aperti di Soriano che vale un lungo applauso».
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Le ciliegie parlano / Gesualdo Bufalino, Argo il cieco ovvero I sogni della memoria

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Argo il cieco ovvero I sogni della memoria è, come suggerito dallo stesso Gesualdo Bufalino, un diario-romanzo scritto da un professore di lettere sessantenne, ormai in pensione, con lo scopo di rievocare la sua dantesca e lontana «vita nova» della giovinezza, e in particolare l’amore, non corrisposto ma ostinato, per la bella e lunatica Maria Venera, una figura sfacciata e pudica allo stesso tempo, ingarbugliata, a sua volta, in confuse manovre amorose.
Il risultato è una stupenda immersione nella Sicilia dei primi anni ‘50, a Modica, città che lentamente accoglierà le piccole gioie e i grandi dispiaceri del nostro insegnante, il quale, alla luce dell’ennesimo rifiuto, definirà ironicamente se stesso «un pazzariello, un pupo d’amore» che preferisce riempirsi il cuore di sentimenti piuttosto che rinunciarvi, perché in qualche modo lo rendono libero, sfacciato, incline all’illusione della felicità.
Un personaggio, il suo, che affida ad una falsa timidezza e ad un pizzico di inettitudine, oltre che ad una mente brillante intrisa di cultura classica, un fascino senza limiti, incorniciato dalla prosa particolarissima di Bufalino, ricca e variegata, imbevuta di perizia, ordinata, la stessa che mi conquistò quando lessi Diceria dell’untore.
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Le ciliegie parlano / Niccolò Ammanniti, Come Dio comanda

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Come Dio comanda presenta tutti gli elementi tipici dello stile di Niccolò Ammaniti: una narrazione-fiume rapida e ricca di suspense, una storia di poveri cristi adorabili e disperati, drammatici e comici, raccontata con un realismo estremo, vivido. comediocomanda
Dal libro è stato tratto l’omonimo film di Gabriele Salvatores (nel 2003 regista di Io non ho paura dello stesso Ammaniti) con protagonisti Filippo Timi e Alvaro Caleca, rispettivamente Rino e Cristiano Zena, padre e figlio uniti da un amore così viscerale ed esclusivo da renderli indivisibili e alleati anche nel torto, nella violenza, nel desiderio di riscatto.
Un romanzo in cui Dio assume diverse funzioni e significati: è la volontà suprema, è la più amara giustizia, è amore (agli occhi di Cristiano è lo stesso Rino, per quanto eroico, rabbioso e brutale possa essere), è colui che scaglia contro la Terra il temporale dagli effetti devastanti che cambierà la vita di tutti.
Il romanzo di Ammaniti che più ho amato dopo Ti prendo e ti porto via.
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Le ciliegie parlano / Heinrich Böll, E non disse nemmeno una parola

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[…] Non riesco a immaginarmi niente di più noioso di un uomo in gamba.

La farò breve. Quando sono andata in libreria, due settimane fa, ero decisa a leggere Opinioni di un clown (sotto consiglio di una persona), poi la mia scelta è caduta su E non disse nemmeno una parola, di Heinrich Böll – Premio Nobel per la letteratura nel ‘72, io nemmeno lo sapevo. Mia sorella che ha dodici anni una volta mi disse che non si giudica un libro dalla copertina (sì, è saccente, e chissà da dove l’ha scovata, quella frase) ma è proprio quello che ho fatto e ciò che mi ha guidata; la copertina dell’edizione che ho comprato (Mondadori) mi ha ipnotizzata, è una fotografia di August Sander che evoca semplicità e bellezza sublime.
E’ come il libro che rappresenta, a due voci, quella di un marito (Fred) e di sua moglie (Käte), una disperata, povera, miserabile coppia che non vive più insieme nella quale le parti di uomo e donna sembrano capovolgersi – tenace, combattiva e decisa lei, ferito, combattuto dai rimorsi e oppresso lui, Fred ha timore delle responsabilità e del rumore del vivere dei suoi bambini che comunque, per cause di forza maggiore, ama. E’ il racconto di un loro incontro (uno dei tanti, probabilmente l’ultimo) che si scandisce tra passeggiate per una fiera di paese, scale d’alberghi e luoghi che preservano la sicurezza del loro ritrovarsi e stare insieme ancora, tra visioni fugaci delle vite che rotolano attorno, da colazioni in un bar dove osservare il mondo, dalle voglie irresistibili e da certezze da consolidare.
Quest’opera è scritta in modo splendido ma c’è anche da dire che a me serve poco per pensare a una cosa del genere, ogni volta che leggo. Le parole sono il miglior incantesimo.
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«Vorrei sapere, per esempio, perchè mi hai sposata».
«Per via della colazione» spiegai. «Cercavo qualcuno con cui poter fare colazione per tutta la vita, e la mia scelta – si dice così, no? – cadde su di te. Sei stata una magnifica compagna di colazioni».

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Le ciliegie parlano / Aldo Nove, Superwoobinda

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E quando ero io un adolescente nessuno mi invitava mai ai talk-show. Soffrivo e non ero capace di dare un senso alla mia esistenza.

La prima cosa che mi è venuta in mente leggendo Superwoobinda di Aldo Nove è stata: questo è fuori di testa. E’ un libro che sin dalle premesse si rivelava originale, particolare; se già il primo racconto (sì, è un libro di «storie» brevissime) si apre così: Ho ammazzato i miei genitori perchè usavano un bagnoschiuma assurdo, Pure & Vegetal, come vuoi che continui tutto il libro? Nove ci mette davanti un universo di persone assurde, maniacali, totalmente folli, rincoglionite dall’esteriorità e da tutto quello che la circonda, dalla tecnologia, dalle convinzioni più sbagliate e dai falsi, falsissimi modelli che l’oggetto televisivo pone sul suo schermo e che puntualmente, stupidamente, vengono presi come punti di riferimento.
C’è catastrofe, inconcludenza (quella che è dentro i protagonisti) e, permettetemelo, malattia. Assurdità e comicità insieme, perchè pensi ad un certo punto che no, non possiamo essere davvero così, tutti quanti. Invece è qui che casca la verità, allarmante in tutta la sua chiarezza: Rosalba, Luigi, Matteo, Mario, Giuseppe siamo noi, stonati, attorniati da stronzate, perennemente nel nostro limbo dove non riusciamo a farci neanche un esame di coscienza.
E’ una esagerazione, ma tremendamente reale. Fa quasi spavento, questo libro.
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Le ciliegie parlano / Margaret Mazzantini, Nessuno si salva da solo

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A Sergio, alla rabbia dei puri

Questa è la dedica di Margaret Mazzantini in apertura del suo romanzo Nessuno si salva da solo (Mondadori). Alla rabbia dei puri, sì, perchè è la rabbia, questo sentimento così primitivo e perseguitante nei gesti e nelle parole, a scandire la storia di Gaetano e Delia, portata alla luce attraverso continui flashback incastonati come pietre nel racconto -piccole e brillanti oppure grandi con un loro peso non indifferente- un racconto che si stende nel corso di una sera insieme, a cena, dopo la loro separazione. E’ una storia d’amore andata a male, la loro, due trentenni che l’avevano riempita delle migliori premesse ma che ad un certo punto si rendono conto di non saper più sopportare il loro incolmabile modo di essere così diversi, distratti, bisognosi di aiuto e attenzioni, poco folli, precipitosi, innamorati persi e presi prima e disillusi, esausti poi. Dov’è il segreto dell’amore eterno? Del viaggio che si rinnova? E’ davvero solo questione di ormoni, di cani che si saltano addosso? Domande come queste, prese di coscienza illuminanti riempiono i loro pensieri.
Niente di estremamente originale, una coppia come tante, come noi. Contemporaneamente a noi. Ma adornata e arricchita dalle innumerevoli scene piene di vita, chiarissime e vivide che la scrittrice ci ha sempre abituati a leggere e automaticamente a immaginare, abilissima nella sua onniscienza, presente. Al di là che si possa ritenere questo libro meno bello dei suoi precedenti (ho letto Non ti muovere a quattordici anni, e vorrei che mi prendeste sul serio adesso che vi dico che mi ha cambiato la vita e quello che mi portavo dentro allora, sarà stata l’instabilità emotiva della terribile neo-adolescenza, e chissà che altro ancora) ma è innegabile, a mio modestissimo parere, la bravura della Mazzantini, che sempre scava nelle interiora dei suoi personaggi e nelle tue, svegliandoti, accarezzandoti, dandoti strattoni.
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Ah, dimenticavo, il significato del titolo (così vero, dannazione) è spiegato solo nelle ultime pagine, in un finale che regala un po’ di quiete ovunque, precaria e piena di buone speranze.

E’ uno sbaglio andare a istinto. Ti porta fino a un certo punto, poi ti molla. Quando incominci a indurirti non hai più nulla, l’istinto muore giovane. Si trasforma in sospetto. E tu resti un semplice ignorante in balia delle tue menomazioni.

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