Le ciliegie parlano / Haruki Murakami, L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

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Aka, Ao, Kuro, Shiro e Tazaki sono amici dai tempi del liceo ma per qualche motivo incomprensibile al protagonista (Tazaki) un giorno il gruppo si sfalda, e la colpa è sua. Al telefono  gli viene detto di non farsi più vedere né sentire, e per sedici anni Tazaki – l’unico a non possedere il nome di un colore – si porta dietro il peso di una colpa incompresa e incomprensibile. Finché, trentaseienne e in procinto di legarsi per la prima volta in vita sua ad una donna, si trova a fare i conti con quelle perdite, cercando le risposte che non ha mai trovato. Ripercorrendo le tappe di quelle amicizie perdute, Tazaki scoprirà di essere tutto tranne che incolore e avrà la possibilità di fare luce sui punti oscuri del suo passato.
Col suo nuovo romanzo L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, Murakami Haruki non tradisce le aspettative dei suoi appassionati lettori: conserva al suo interno la stessa prosa trascinante e delicata, gli stessi echi mistici e lievemente sovrannaturali, capaci in questo caso, però, di farsi più rarefatti, al servizio di una storia che indaga molto sulla verità dell’animo umano.
Unica pecca il finale, che a mio avviso si conclude forse troppo sbrigativamente e che gli vale un punto in meno.
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e a Francesco De Gregori.

Le ciliegie parlano / Heloneida Studart, Passaporto per il mio corpo

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Carmélio lavora per la polizia in qualità di torturatore: è un uomo apparentemente senza pietà, che insieme al maggiore Fernando perpetua i suoi crimini cercando di far pace coi suoi fantasmi personali. Orfano di madre, infatti, il protagonista di Passaporto per il mio corpo ha appena perso un amore e uno degli affetti più importanti: il gatto Velluto.
La situazione si complica quando a Carmélio viene affidato il compito di uccidere un artista, che è sfortunatamente anche il fidanzato di Dorinha, una donna che lo colpisce da subito, che gli fa perdere la testa. Carmélio vive nel tormento: porta a termine il proprio sanguinario compito, ma il senso di colpa nei confronti di quella donna che in un qualche modo gli ricorda la madre mai conosciuta e che non ha mai smesso di cercare, lo spinge ad un pellegrinaggio in Brasile. In compagnia di lei e di altri bizzarri personaggi, tutti in cerca di redenzione per la propria anima, Carmélio tenta di riconciliarsi col proprio passato e in un certo senso anche col suo futuro.
Heloneida Studart, che avevo amato follemente in La libertà è un passero blu, mette a servizio del suo romanzo la sua scrittura accattivante e infallibile. Questo esercizio in particolare, in cui la sua voce è modellata all’interno di un personaggio maschile, appare come un esperimento audace e riuscito quasi al massimo. Se il libro non risulta fulmineo e sublime come il primo che avevo letto, conserva certo in sé tutti gli elementi che un amante della scrittura ricerca in un romanzo.
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Le ciliegie parlano / Giancarlo Governi, Nannarella

 

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Così Anna Magnani, una delle più grandi attrici del panorama italiano, icona imperitura, simbolo di un’arte passata, dichiarava ventilando la possibilità di un libro che ne raccontasse la vita, gli amori, il percorso artistico.
Giancarlo Governi ha cercato di rendere giustizia a quelle verità a volte tristi, struggenti o sorprendenti che hanno costellato la sua vita, dall’ingresso nel mondo dell’arte calcando i piccoli teatri di Roma e di Milano, alla celebrità come stella del cinema.
Una vera lupa, Nannarella, che dietro l’aura di grande artista nascondeva, come molti suoi famosi contemporanei, un ricettacolo di fragilità: la gelosia distruttiva, l’incapacità di essere diplomatica, l’abitudine alla collera, la vena lunatica, le origini sempre incerte. Questo piccolo volume, lettura ideale per (ri)delineare i tratti di una figura fondamentale del nostro bagaglio artistico e culturale, è un omaggio alla sua umanità, l’ingrediente segreto che l’ha resa tanto rinomata e grande.
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Le ciliegie parlano / Aimee Bender, Creature ostinate

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In seguito, quando sarebbe diventato un navigatore provetto sulle onde dell’acqua dei loro corpi, avrebbe scoperto che quelle spalle larghe erano la cosa a cui pensava con più libidine e con più tenerezza. Quelle spalle larghe sarebbero state la cosa che avrebbe riconosciuto in mezzo a una folla se tutti avessero avuto dei sacchetti di carta in testa. Quelle spalle larghe le avrebbe sapute riconoscere da una parte all’altra di un oceano.

Ho idea che ultimamente nel genere racconto – che ho sempre faticato ad amare – viga una regola che induce l’autore a considerarsi quasi in dovere di scrivere quei racconti sempre e comunque sul filo del fantastico o fantascientifico.
Ho amato visceralmente la Aimee Bender di Un segno invisibile e mio, dove con estrema delicatezza e potenza era stata capace di illustrare, invece, una realtà spietata. E quella crudele e poetica di L’inconfondibile tristezza della torta al limone. In Creature ostinate – raccolta di racconti in cui sfilano personaggi reali e surreali – ho ritrovato solo una parte del talento che le riconosco.

Forse, in un certo senso, se una persona piange addosso a noi diventa nostra, almeno un pezzo, per sempre.

Gli incipit sono bellissimi e pieni di premesse e promesse, ma è in qualche modo nella «lunga» distanza che si (dis)perdono. Solo ogni tanto brillano stralci preziosi, ma non tanto da rendere giustizia a questi racconti, com’era successo per Grida il mio nome.
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Le ciliegie parlano / Dino Buzzati, Un amore

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Non so perché, ormai più di un paio di anni fa, lasciai interrotta la lettura di Un amore di Dino Buzzati, considerandolo uno dei rari errori d’acquisto da me commessi e confermando la mia idea sullo scrittore bellunese, famoso più che altro per Il deserto dei Tartari (1940), che non avevo amato.
Durante la rilettura di questo romanzo, che inaspettatamente negli ultimi giorni mi ha rapito come raramente capita, ho (ri)trovato quel Buzzati complesso e profondo di cui all’epoca mi si parlava, riconoscendone la grandezza, la bellezza e la capacità – mai scontata – di indagare nel profondo delle passioni umane.
Protagonista del libro è infatti Antonio Dorigo, un architetto alla soglia dei cinquanta che un giorno, nella casa d’appuntamenti dov’è solito andare, incontra Laide – ballerina giovanissima che sbarca il lunario facendo la prostituta. Immediatamente, insensatamente, se ne innamora al limite dell’ossessione e comincia con lei una specie di relazione a pagamento dentro la quale lui vorrebbe imprigionarla e della quale lei invece, per tutto il corso del libro, cerca di liberarsi. Piegato e piagato dalla quantità di sospetti, bugie e inganni di lei, Antonio rievoca la Lolita di Nabokov se possibile più moderna e ancora più spiccatamente sfacciata. Buzzati gli tiene dietro con una prosa alla «povero diavolo», annusandone e indagandone fino allo strenuo le ansie, i timori, quella capacità di autodistruggersi che infliggono certe grandi passioni irrisolte.
Un amore è un romanzo meraviglioso la cui intensità, certamente, non riuscirebbe a lasciare impassibile nessun ipotetico lettore.
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Le ciliegie parlano / Alessandro De Roma, La mia maledizione

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Emilio Corona, figlio di un costruttore nuorese di ottima famiglia, ha la strada spianata già da bambino: quand’è ancora alle elementari riceve in dono dal padre una collina dove, con assoluta certezza, sarà lui tra pochi anni a compiere il miracolo del sogno edile in Sardegna. Così, in attesa di infliggere cemento al meraviglioso e selvaggio paesaggio intorno Cala Ginepro, Emilio si sposta con la famiglia da Oristano a Nuoro, non senza ritrosia, dove riesce a farsi solo un amico: Pasquale Cosseddu, che tutti chiamano La Fogna. È un legame strano, però, quello che li accomuna nel corso di vent’anni: una sorta di amore-odio che li incatena, a volte quasi contro la stessa volontà di Emilio, che verso Cosseddu prova un disprezzo profondo e tuttavia un’inspiegabile, feroce attrazione. Forse per dimenticare la propria mediocrità e per dimostrarsi più brillante e realizzato di quel che è nella vita (un uomo esangue, incapace di sentimenti veri), Emilio continua a frequentare Cosseddu anche quando il suo ritorno a Oristano, l’università a Cagliari e infine la vita, sembrano volerli allontanare. Uno rimane a Nuoro, impiegato in una spirale di supermercati e intento a cercare di riscattare con una tenace, disperata forma di dignità la propria disperata condizione; l’altro, diviso tra lo studio da ingegnere e la vita familiare sembra apparentemente proteggetto dietro una cortina di ricchezza e soddisfazione. I loro incontri, però, finiranno per influenzare l’esistenze di entrambi, fino all’ultimo, straziante epilogo.
Con La mia maledizione, Alessandro De Roma celebra con sapienza la scrittura immensa dei sardi, costruendo il suo romanzo su un abile contrasto tra la mediocrità della vita umana e le bassezze dell’uomo e l’immensità incontaminata di quel paesaggio i cui tradimenti della modernità gli isolani non hanno mai dimenticato. La mia maledizione è un libro dalla scrittura impeccabile e profonda, capace di suscitare nel lettore sentimenti contrastanti come meraviglia e disgusto, stupore e incredulità.
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Le ciliegie parlano / Mercé Rodoreda, La piazza del diamante

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Difficilmente, dai tempi di Cent’anni di solitudine e L’amore ai tempi del colera, mi era capitato tra le mani un autore (in questo caso autrice) che usasse talentuosamente la parola per raccontare con sapienza le luci, i colori e il vitalismo della letteratura ispanico-sudamericana. Ci erano riusciti Sandra Cisneros col suo Caramelo ed Heloneida Studart col suo irripetibile La libertà è un passero blu. Ebbene, La piazza del diamante, consiglio prezioso come il titolo che porta, è senz’altro un libro degno di avvicinarsi a questa piccola casta: non a caso, a tesserne le lodi, è proprio in copertina Márquez stesso, descrivendolo come «il romanzo più bello che sia stato mai pubblicato in Spagna dopo la guerra civile».
Ambientato a Barcellona, La piazza del diamante (pubblicato in Italia da La Nuova Frontiera)fa della sua eroina Natàlia una portavoce di autentica bellezza: se non sarà la storia a rendersi indimenticabile per il lettore (il suo ingresso nella vita adulta, dal fidanzamento con Quimet – bello, pazzo e scapestrato – alla guerra, alla sopravvivenza da donna matura con due figli da mantenere) ci penserà senz’altro il suo modo di raccontarla.
Aprendo squarci di rara bellezza, Mercé Rodoreda costruisce situazioni palpabili, così vivide da risultare accecanti, al servizio di un romanzo complesso e lirico, comprensibilmente definito da Marco Lodoli un vero e proprio «capolavoro». Leggetelo.
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Le ciliegie parlano / Roberto Bolaño, Chiamate telefoniche

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Chiamate telefoniche, la prima delle opere di Roberto Bolaño che mi sia capitata tra le mani (grazie, Marco), scritta nel ‘97 e pubblicata in Italia da case editrici del calibro di Sellerio (nel 2000) e Adelphi (di recente). In questo libro l’autore padroneggia una scrittura asciutta e completamente consapevole di sè, senza sbavature né appesantimenti di nessun tipo, capace di mobilitarsi tra le situazioni e dentro la narrazione come in un labirinto conosciuto, con passo scattante. bolano_telefonateE non è forse un caso che in questo libro il segreto sia nascosto proprio nel ritmo: i racconti sembrano averne (e di fatto ne hanno) uno costantemente crescente che però, improvvisamente e con sapienza, Bolaño è capace di stroncare nel senso letterale della parola. Come a dire che anche questi suoi personaggi disgraziati – borderline, artisti, malavitosi, assassini per caso, disperati, innamorati fino all’osso – hanno bisogno d’essere frenati proprio quando i loro intenti peggiori rischiano di avverarsi sul serio. Come dire che qui è lo scrittore che comanda, e al lettore è fatta specifica richiesta di dimostrarsi ricettivo e pronto ad ogni epilogo di sorta, anche il più (dis)sgraziato. Perché è così la vita e non solo queste invenzioni (?).
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Le ciliegie parlano / Barbara Constantine, E poi, Paulette…

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Al vecchio Ferdinand, pensionato residente in una grande fattoria della campagna francese, non restano grosse distrazioni a parte occuparsi del proprio orto, di un paio di gatti e dei pestiferi nipotini che cercano di fuggire di casa una volta a settimana. La svolta sembra arrivare quando a Marceline, la sua vicina di casa, crolla il tetto dopo un violento nubifragio. Da quel momento, come per una sorta di incantesimo, le porte della casa di Ferdinand sembrano spalancarsi per cominciare ad ingurgitare un ospite dietro l’altro – vecchietti rimasti vedovi da poco con la mania di aggiustare biciclette, studentesse di medicina che cercano di sbarcare il lunario facendo le cameriere, anziane cognate proprietarie di un negozio di lampade…
Tutti sotto lo stesso tetto, i personaggi di questo romanzo di Barbara Constantine sembrano dimenticare differenza d’età e di pensiero per stringersi e sostenersi come non capita più nella vita vera. Completamente d’accordo con il termine ‘nonchalance’ attribuitogli da Elena Stancanelli: E poi Paulette… , romanzo (pubblicato in Italia da Einaudi) dalla narrazione scorrevole e tenera, conserva il proprio punto di forza nella sua aura francese, capace di donargli una delicatezza autentica anche quando la storia esce dai binari e diventa un po’ una commedia fantastica, non priva di asini quasi umani e avvenimenti all’Amélie Poulain.
Tre ciliegie cilieginacilieginaciliegina. E mezza.

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Le ciliegie parlano / Flavio Soriga, L’amore a Londra e in altri luoghi

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C’è l’amore nel titolo del romanzo di Flavio Soriga dalla copertina rosso fuoco. Ma questo libro parla anche di molto altro, conserva storie che a trecentosessantagradi parlano innanzitutto delle persone e di come vivono, pensano, parlano, sentono. Difficile descrivere quest’esperimento (fatto di racconti): L’amore a Londra e in altri luoghi bisogna scoprirlo da sè, e scegliere personalmente quale delle tante storie che contiene è la migliore per descrivere anche un po’ noi stessi.
Tre ciliegie cilieginacilieginaciliegina.

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