I 30 migliori album del 2016 + 1 – Parte 2

E siamo alla seconda parte. Via col tango, anzi: col synthpunk.

21-17

21. Matmos – Ultimate care II [musique concrète]

La musica elettronica minimalista e la musica concreta sono entrambi generi basati sostanzialmente sul creare una musicalità (anche implicita e non necessariamente basata sulla vera composizione di ritmo o musica) nell’uso o nel campionamento dei suoni degli oggetti e della natura. Insomma, è lo stereotipo del genere musicale che i puristi della classica, del jazz o del rock definirebbero “non musica”. Prendendo come esempio questa cosa, i Matmos hanno preso la definitiva e assurda parodizzazione della musica concreta per fare una delle suite più tamarre e mastodontiche del genere: Ultimate care II infatti è un brano unico di 40 minuti abbondanti, che si “racconta” attraverso i violenti e mai noiosi suoni che fuoriescono da una lavatrice, remixata su varie tracce audio in modo da comporre una traccia veramente solo e soltanto composta da questi suoni. Ma non è un disco particolarmente ostico e anzi nasconde bene la sperimentazione delirante grazie alla capacità sonora dei produttori: se non si sapesse qual è il concetto di base, si potrebbe credere che sia tutto fatto col sintetizzatore. E andrebbe bene pure così.

 

20. The I.L.Y.’s – Scum with boundaries [synthpunk]

Gli I.L.Y.’s sono composti da Zach Hill e Andy Morin detto Flatlander, entrambi membri dei Death Grips (rispettivamente batterista e tastierista), qui in ruoli diversi: Hill suona sempre la batteria, come faceva del resto anche negli Hella, ma suona anche la tastiera e canta, mentre Flatlander suona la chitarra e il basso. Come i Death Grips, gli I.L.Y.’s mettono online il materiale che registrano, peraltro sul sito dei Death Grips, gratis da scaricare, non facendo un soldo. Sono un gruppo inclassificabile per genere e per indipendenza: sono solamente un “affluente” meno estremo dei Death Grips o hanno davvero senso per conto loro? Secondo me, i due album che hanno rilasciato (questo e I’ve always been good at true love l’anno scorso) sono entrambi dischi potentissimi e necessari anche per capire meglio l’operazione artistica del gruppo principale, ma soprattutto sono due dischi che si rispecchiano l’uno nell’altro per sonorità e coesione: quanto il primo era un disco synthpunk duro come una roccia e disgustosamente autodistruttivo, così questo secondo disco è più malleabile e fragile ma anche depresso in maniera strisciante, sintetica, con momenti jazz giocosi e altri industriali a livelli gloriosamente violenti. O, se vogliamo usare una metafora tossica, il primo disco era cocaina, Scum with boundaries è MDMA. Starts with a C ends with a U è una delle canzoni più belle dell’anno.

 

19. Prince Rama – Xtreme now [dance pop]

Il principale difetto di Xtreme now è che il suo appeal e il suo fascino sono probabilmente incomprensibili e impenetrabili per chi non conosce già abbastanza bene le Prince Rama e il loro processo artistico. Scoperte da Avey Tare degli Animal Collective mentre suonavano in un bar texano nel 2010, le sorelle Larson, nate in una comune hippie indù, avevano già registrato Zetland (2009), un disco di folk psichedelico incredibile. Con l’arrivo degli anni 2010, le sonorità delle Prince Rama, ormai registrate alla Paw Tracks, si sono sempre più spostate dal folk alla psichedelia pura, pur non abbandonando le origini di musica tradizionale induista, soprattutto nell’uso del ritmo e della batteria (suonata da Nimai Larson). Con il concept album Top Ten Hits of the End of the World e poi Xtreme Now le sorelle Larson, insieme al chitarrista e tastierista Ryan Sciaino, hanno ormai definito una sonorità completamente legata solo e soltanto ad una specie di dance pop futurista e hippie, con testi dedicati all’idea di accettare la morte per godersi al meglio la vita, ma anche con una specie di nuova lettura “spiritualista” del futurismo secondo la quale l’arte e Dio coincidono, ma per essere veri esseri umani bisogna uccidere Dio e quindi non dare valore all’arte (per questo, sulla copertina del disco la Mona Lisa viene banalizzata come proiezione sui fondoschiena delle sorelle Larson, e nel video della splendida Now is the time of emotion si vede la distruzione di una mostra di arte in un piccolo museo). Musica, dunque, estremamente eccentrica pur essendo principalmente pop ballabile: estetica kitsch, postmodernismo (o, come dice Taraka Larson, “ghostmodernismo”), spiritualismo ed esaltazione degli sport estremi. Live, inoltre, sono coinvolgenti e divertenti come pochi altri gruppi, esempio il loro concerto d’inizio stagione autunnale al Locomotiv di Bologna.

 

18. Andy Stott – Too many voices [UK bass]

C’è poco da dire su Too many voices. Andy Stott è uno dei Grandi dell’elettronica moderna, un po’ come i più volte succitati Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never, Chuck Persons) e Venetian Snares, ma in maniera personalissima, non legata tanto ad un’estetica pura ed elettrizzata o puramente musicale quanto ad un fascino atmosferico che in ogni disco si ripete con lo stesso minimalismo grezzo che colpisce con forza fisica e quasi visiva. Più che mai però, Stott qui toglie importanza alla suggestione ambient dando molto spazio al ritmo e alla capacità di avvolgere in maniera imprevedibile, dando una dinamica progressiva ad ogni brano e creando una serie di pezzi che funzionano messi insieme. Too Many Voices impressiona con il proprio stile techno onirico. Cattura, seduce, fa innamorare. New Romantic è la canzone capolavoro.

 

17. Preoccupations – Preoccupations [post-punk]

Dopo aver pubblicato nel 2014 un disco d’esordio eponimo, i Viet Cong nel 2016 hanno annunciato il proprio cambio di nome in Preoccupations e con questa evoluzione del loro stile hanno rilasciato un album proprio con questo nome: e Preoccupations sostituisce il tono più noise del già triste disco d’esordio con una tonalità ancora più dark e personale, come per aumentare le tonalità gotiche e sintetizzate delle loro sonorità post-punk in direzione di un’atmosfera in cui si nota più la capacità chitarristica che la difficilmente non notabile attitudine alla nostalgia. I sintetizzatori funzionano benissimo con le linee vocali basse ma dolci e seducenti, colme di tristezza à la Ian Curtis senza essere troppo autodistruttivo, pacchiano o fuori luogo. Memory, con la sua durata spropositata, si dovrebbe porre come ideale seguito di Death, la traccia chiave dei Viet Cong; ma è il pezzo conclusivo del disco, Fever, che colpisce più a suo dovere i sensi.

16-13

16. The Gerogerigegege – Moenai Hai [noise/ambient]

I Gerogerigegege sono il gruppo più sperimentale della scena noise giapponese (detta anche “japanoise”), più folli dell’ostico Merzbow, più costruiti dell’indipendente Kazumoto Endo; passando dal punk all’harsh noise fino all’ambient, il gruppo figlio di Juntaro Yamanouchi era principalmente noto negli anni ’80 e ’90 per le esperienze live del gruppo, veri e propri deliri di masturbazione, auto-umiliazione, violenza e disgusto puro attraverso i quali l’ex frontman del gruppo, Gero 30, riusciva a rivaleggiare per violenza e coraggio il buon vecchio G.G. Allin. Dopo un disco del 1999, None Friendly, i Gerogerigegege sono scomparsi dalle scene, e i sospetti erano addirittura che Yamanouchi e Gero 30 fossero morti tanto sono stati per anni introvabili. Tutta via, per vie sinceramente a me sconosciute, è uscito un nuovo disco, Moenai Hai, sicuramente tra le uscite più serie e meno provocatorie della discografia del folle gruppo: composto sostanzialmente da due più o meno prolisse tracce ambient (la prima e la terza), da una suite oscenamente meravigliosa sospesa tra l’harsh noise e lo shoegaze (la seconda, che si chiama Gerogerigegege, risultando come una specie di manifesto “in ritardo” per il gruppo), e da un delirio di suoni che mischia l’elettronica più noise e inascoltabile alle ninna nanne. Risulta insomma come un disco oscuro, rovinoso, che crea atmosfera e caos, e che sicuramente avrebbe successo in qualche maniera live. Il mix tra le chitarre à la My Bloody Valentine e gli effetti elettrici stile motosega in Gerogerigegege è probabilmente la più insolita, monumentale e intensa decisione sonora del mondo (chiusissimo e angosciante) del japanoise.

 

15. Arca – Entrañas [elettronica]

Anche Arca è tra i grandi dell’elettronica odierna, e lo ha dimostrato collaborando alla produzione strumentale delle ultime produzioni di FKA Twigs, Kanye West, Björk e Frank Ocean e dando alle sonorità di tutti e 4 un’amplificata sensazione di modernità assoluta, rinfrescante e caotica. Aveva annunciato un nuovo album nel 2016 intitolato Reverie, ma alla fine ha solo pubblicato un mixtape breve ma intenso intitolato Entrañas, su cui a dire il vero c’è poco da dire: campionamenti di ogni tipo (pure dai Cocteau Twins), passaggi veloci, frenetici ed eccentrici da un genere all’altro (UK Bass e glitch, pseudo-vaporwave e industrial) con come brano conclusivo una specie di folle pezzo folk in spagnolo, Sin Rumbo, che sembra un monito apocalittico. È un disco disturbante e proiettato nel futuro, un esempio mastodontico di genio nella sperimentazione sintetica ed elettronica ed uno dei prodotti più intelligenti di un artista rappresentativo e veramente figlio dei nostri tempi.

 

14. Car Seat Headrest – Teens of denial [indie rock]

I Car Seat Headrest sono in realtà il progetto solista di un sol uomo, Will Toledo, cantautore statunitense che ha pubblicato musica col nome Car Seat Headrest sulla piattaforma Bandcamp sin da quando aveva 17 anni, migliorando e maturando anno dopo anno con album e progetti strepitosamente lo-fi, ma con un piglio magnetico che rende questo nome diverso da tutto il resto. Dopo aver pubblicato online, come auto-produzioni, dischi incredibili (veri capolavori del genere) come Twin Fantasy (2011), Nervous Young Man (2013) e l’EP How to Leave Town (2014), probabilmente l’album più intelligente di tutta la carriera di Toledo, con Teens of Style (2015) i Car Seat Headrest sono giunti finalmente a lavoro con un’etichetta, inclusa distribuzione discografica ufficiale. Teens of Denial si pone come alternativa al disco precedente, ed è un’alternativa ben più efficace, tanto da essere stata in realtà la vera e propria rampa di lancio per la fama di Toledo: gli ascolti e la popolarità di Teens of Denial nel circolo indie ha contribuito quest’anno a rendere i Car Seat Headrest uno dei gruppi più ascoltati su Bandcamp in assoluto, e ha portato alla riscoperta di dischi come i succitati Twin Fantasy e How to Leave Town che probabilmente sono molto più belli dell’uscita di quest’anno. Tuttavia, ciò non vuole togliere nulla a Teens of Denial, che è una splendida riflessione sull’ansia e il nervosismo tipicamente adolescenziali attraverso sonorità garage rock, varie tracce sonore che si mischiano alla perfezione e canzoni che variano in struttura e lunghezza, a volte imitando scherzosamente la complessità del prog e a volte limitandosi a brevi siparietti folk o punk. È una formula che funziona e che sembra essere fatta apposta per il gusto e le capacità di Will Toledo, che per ora pare aver fallito di rado. Gli apici sono nei brani Vincent e The Ballad of Costa Concordia, che paragona il fallimento di Schettino al collasso delle certezze nella vita adolescenziale, fino all’accettare l’assenza di speranza.

 

13. The Body – No one deserves happiness [black metal (???)]

Batteria alla Swans, sintetizzatori alla Death Grips, voci esoteriche che si intrecciano come in un mix tra post-rock e drone doom, voce black metal stile Silencer. Eppure i The Body hanno definito il loro ultimo, deprimente e devastante sforzo, No one deserves happiness, un disco fortemente influenzato dal pop, per la precisione quello di Beyoncé. Cosa intendono Chip King e Lee Buford quando dicono ciò? Beh, innanzitutto hanno reso più “essenziali” le sonorità doom-industrial che in I shall die here (2014) avevano portato alle estreme conseguenze, in un delirio di urla e sonorità meccaniche che era se non altro disturbante, sintetizzandone lo sconforto nella forma più blanda e cattiva possibile, in modo che l’impatto sia emotivamente immediato e non sottocutaneo come può essere con certo metal estremo. No one deserves happiness inizia con una discesa negli inferi, quella della canzone Wanderings, che all’inizio culla l’ascoltatore tra una batteria elettronica e la voce femminile di Maralie Armstrong, che all’inizio sembra un dolce, fantasmico monito quasi spirituale ma che presto dà a tutto il disco semplicemente una nota ancora più oscura. La canzone presto si immerge in un ripetersi ossessivo di un riff crudelissimo, mentre le urla si intensificano brutalmente. In ogni caso, questa illusione di sonorità commerciale funziona bene con la costruzione di un suono comunque sperimentale e violentissimo, costruendo quindi il disco metal più bello e prepotentemente sperimentale ed eccessivo dell’anno.

(continua domani)

Nicola Settis