I 30 migliori album del 2016 + 1 – Parte 1

È un bel po’ che non scrivo su questo sito. Tra impegni di vita e di scrittura (e tra noia e noia, e film e film, e disco e disco) ho finito per perdere il contatto con daParte, ma ci tenevo a mettere per iscritto qualche parola per quanto riguarda gli album migliori del 2016, l’anno in cui più in assoluto ho approfondito le uscite in campo musicale (ho ascoltato più di 100 album nuovi, e molti di questi sono riusciti anche ad ascoltarli ben più di una volta).
È necessario dire che ci sono molteplici menzioni d’onore che non sono riuscito ad inserire, ad esempio gli ultimi dischi di Solange, dei Run the Jewels, di Andy Shauf, dei Touché Amoré, di Roly Porter, dei Dinosaur Jr., dei Crystal Castles, di Tim Hecker, di Childish Gambino, dei Tortoise, dei Död Mark, dei dälek, dei clipping., di Aesop Rock, di Ka, di Young Thug, di Emma Ruth Rundle e dei Thy Catafalque; ed è anche necessario aggiungere che uno dei miei gruppi del cuore, gli Animal Collective, quest’anno ha sfortunatamente sfornato forse l’unico album “solo decente” di una carriera piena di enormità.
E’ anche necessario dire che per ogni album metterò titolo, artista e, tra parentesi quadre, un’etichetta per definire il genere dell’album, anche se raramente sarà l’etichetta più appropriata; e come ultima cosa necessaria da dire, aggiungo che la posizione 31 è un album che ho amato e ho ascoltato più di una volta, ma che a causa di vari fattori non riesco ad inserire in un punto preciso della classifica. Spiegherò subitissimo, però, il perché. Buona lettura, spero di farvi conoscere qualcosa di bello e spero di non essere troppo in ritardo*.

[*mai come quando io a pubblicarti, n.d.CdC]

31. Kanye West – The life of Pablo [rap]

Il grande e controverso Kanye West è perfetto per cominciare questa classifica con un po’ di confusione. Incompreso spesso dal pubblico che lo conosce meno approfonditamente, ma spesso comunque frainteso nelle intenzioni anche da chi lo segue da sempre a causa delle sue follie e delle diversità abissali tra un album e l’altro. Il fatto è che Kanye West è l’unico rapper nella scena pop contemporanea a riuscire a mettere alla perfezione insieme sonorità massimaliste e un’idea di base profondamente concettuale, ed è anni che cambia sempre la formula, come dando forma a vari, diversi e incredibili tipi di album, dal capolavoro pop My beautiful dark twisted fantasy alle sonorità stile-“Death Grips commercializzati” che predominano in Yeezus. The life of Pablo è il suo disco più discontinuo, ma nel contempo è anche quello più concettuale: una specie di esaltazione deprimente dello stile di vita da pop-star, in cui gli eccessi di sesso, droga e rock and roll vengono volontariamente ed esotericamente messi accanto a simbolismi religiosi, quasi volendo creando una specie di folle e incongruente manifesto della filosofia di Kanye West, credente e peccatore, uomo di famiglia e lupo solitario, pop-star e artista concettuale, triste ma pieno di gioie. Il disco comincia con una canzone gospel commoventissima e geniale, Ultralight beam, per poi darsi subito a tre pezzi clamorosi di rap pecoreccio (Father stretch my hands pt. 1, Pt. 2 e Famous). Seguono altri pezzi gospel, brevi freestyle (o versi senza ritornello), un paio di pezzacci super-pop impubblicabili come singoli (Highlights e Waves), e poi una serie di pezzi più o meno tristi e nostalgici nel presentare la vita di Kanye, dalla tragica FML (uno dei pochi pezzi in cui The Weeknd dimostra che la propria esistenza ha un minimo di senso) a Real friends, che ha uno dei testi più belli della carriera di West, dalla bellissima melodia di Wolves all’ossessività ripetitiva di 30 hours. Poi ci sono i deliri gangsta di Kendrick Lamar in No more parties in L.A., una canzone «braggadocio» sulla moda (Facts), un singolo ballabile (Fade, molto anni ’90) e un’ultima canzone profondamente religiosa che mette in discussione l’intero disco. Discontinuo? Sì. Geniale? Pure. Volgarissimo, quasi inaccettabile? Assolutamente. Ma per chi scrive è impossibile dire di no a questo tassello della discografia del rapper più folle, pop e concettuale della scena commerciale americana.

30-26

30. King Gizzard & the Lizard Wizard – Nonagon infinity [rock psichedelico]

Massiccio disco psichedelico in cui ogni canzone è collegata, inclusa l’ultima con la prima, così da creare un’illusione di un loop continuo. Muscolare e allucinogeno, non annoia mai e ad ogni ascolto si arricchisce.

 

29. Rangda – The heretic’s bargain [rock psichedelico]

Tra i vari progetti di Sir Richard Bishop dei Sun City Girls, i Rangda con il loro ultimo disco hanno reso il loro rock psichedelico e progressivo ancora più colmo di virtuosismi chitarristici folli e folkeggianti, che giungono ad un apice di intensità e genio nell’ultima traccia, la suite di 20 minuti Mondays are free at the Hermetic Museum.

 

28. ANOHNI – HOPELESSNESS [art pop]

Antony Hegarty è una delle più liriche, drammatiche e intelligenti cantanti pop odierne, anche grazie ai suoi testi colmi di dolore infantile e alla tragedia della sua solitudine e della sua sessualità (è una transessuale). Principalmente nota per il proprio lavoro con il gruppo Antony and the Johnsons, con il progetto solista ANOHNI ha rilasciato un solo disco, barocco e solitario, Hopelessness, che da un punto di vista sonoro è la cosa più interessante che ha prodotto, grazie anche allo zampino di Daniel Lopatin (ovvero Oneohtrix Point Never), forse per la prima volta al lavoro come produttore pop.

 

27. Yndi Halda – Under summer [post-rock]

Il primo disco degli Yndi Halda, Enjoy Eternal Bliss, uscì nel 2005 e segnò forse l’inizio dell’epoca principale di decadenza per il post-rock: la terza ondata di un genere basato sulla sperimentazione, che grazie a quel (comunque bel) disco e alla produzione degli Explosions in the Sky, è diventato la parodia di se stesso, continuo e tragico susseguirsi di crescendo. Nel 2016, gli Yndi Halda con il loro secondo disco sono riusciti a creare una sonorità simile ma, aggiungendo un comparto vocale, il disco risulta ben più interessante ed emotivo, con elementi folk e emo. Ma non sono stati considerati abbastanza da poter cambiare qualcosa adesso.

 

26. Oranssi Pazuzu – Värähtelijä [black metal]

Gli Oranssi Pazuzu sono uno dei gruppi metal estremo più interessanti nel panorama contemporaneo (insieme giusto ai Deafheaven e a pochi altri eletti), e per ogni album che esce sembrano crescere da questo punto di vista: riescono, infatti, a creare un mix sempre più maturo e possente tra un rock psichedelico fatto di distorsioni di chitarra e riff in progressione continua e ossessiva e un black metal urlato ma mai eccessivo, riuscendo ad avvolgere l’ascoltatore in una specie di atmosfera mistico-spaziale più simile a quella del post-rock degli Swans o alle sperimentazioni degli Spacemen 3. Värähtelijä, con il precedente Valoneiu (2013), è la cristallizzazione definitiva di uno stile che, come loro, non lo sa fare nessuno. Non annoia mai e trascina, seducente e mortifero.

25-22

25. Venetian Snares – Traditional synthesizer music [breakcore]

Il canadese Venetian Snares è il portavoce della breakcore, dello sperimentalismo estremo sulle percussioni nella musica elettronica, ed è sempre stato abilissimo nel mischiare le sonorità ritmate più tribali e meno accessibili del genere con sonorità distanti dall’elettronica: r&b, musica classica, di tutto e di più, a volte riuscendo con il proprio eccentrismo ad essere spaventosamente folle e geniale (Rossz csillag alatt született, 2005) e a volte, pur rimanendo intrattenente e divertente, finendo per essere solo una parodia colorata del proprio stile (My love is a bulldozer, 2014). Con Traditional synthesizer music Venetian Snares ha deciso di non rischiare ed è riuscito a riportare la musica elettronica alla propria base, usando il proprio riconoscibile stile ritmico folle e frenetico solo e soltanto come base per un delirio di sonorità di sintetizzatore che ricorda gli Autechre di Incunabula (1993): non propriamente ballabile o banale, ma computerizzato al punto giusto da essere affascinante ed essenziale, e nel contempo costruito benissimo.

 

24. Radiohead – A Moon shaped pool [art rock]

Forse i Radiohead sono troppo in basso, se considerassimo questa una lista oggettiva, ma, come ormai dovrebbe essere chiaro, non lo è assolutamente. A Moon shaped pool è stato accolto subito dai fan del gruppo come un capolavoro, ma preferisco astenermi dal glorificarlo troppo considerando il rischio di sopravvalutazione che spesso si incontra con gruppi così importanti nel panorama musicale moderno. Comunque, A Moon shaped pool è un disco dolorosissimo e onirico, una sorta di tentativo di Thom Yorke di rimettere in ordine la propria tragica vita (si è da un anno lasciato con la compagna Rachel Owen, studiosa di arte medievale italiana, dopo una relazione di 23 anni che ha portato alla nascita di due figli) attraverso la musica, cominciando con l’esoterismo e finendo con l’attesa dell’amore, mischiando brani originali a singoli composti decenni fa. La morte recentissima della Owen potrebbe aprire un nuovo capitolo nel sentimentalismo drammatico di Yorke e automaticamente nello stile e nella forma della camaleontica musica dei Radiohead, oppure potrebbe portare il cantante a chiudersi ancora di più in se stesso e nei suoi progetti solisti impenetrabili – chi lo sa. Per ora, possiamo solo soffrire con lui sotto le note di True love waits.

 

23. Street Sects – End position [noise rock]

Gli Street Sects sono spuntati dal nulla e col loro disco d’esordio hanno già composto un disco essenziale e potentissimo, vero e proprio manifesto di una nuova (necessaria) maniera di intendere il noise rock più brutale e caotico, quello insomma di cui Steve Albini è portavoce sin dai tempi di Atomizer (1986) dei Big Black. L’utilizzo ossessivo della strumentazione digitalizzata avvicina End Position al reame della power electronics e dell’industrial, ma i ritmi frenetici impossibili da seguire a volte lo rendono più vicino ad un disco vaporwave (sulla scia delle produzioni di Lopatin, che passano senza coerenza da una sonorità all’altra) o addirittura ad una follia mathcore. Gli Street Sects sono pieni di rabbia e di vita, e riuscire a fare un disco così cupo e arrabbiato in modo comunque da farsi prendere sul serio senza retorica o insincerità è sicuramente da premiare. Il noise è un genere difficile da non rendere noioso o parodistico, e End Position fa venire voglia di spaccare tutto dall’inizio alla fine. E anche qualche incubo nel mezzo.

 

22. Brian Eno – The ship [ambient]

Tra i più importanti musicisti del ‘900, Brian Eno nel 2016 è riuscito a tornare rilevante per qualche misteriosa ragione, dopo quasi 10 anni in cui aveva poco senso seguire la sua carriera, escluse le collaborazioni con Hyde e David Byrne. Eppure The ship è un disco minimale, dolce e splendido: composto da due brani, entrambi suite di più di venti minuti, che creano una specie di sospensione sonora tra l’ambient e il cantautorato, dando davvero l’illusione visiva e sensoriale di quello che si percepisce dal testo, dalla copertina e dai titoli: la sensazione di essere in nave, persi nell’oceano, con il Sole negli occhi, andando lentamente verso il nulla. Brian Eno è pur sempre un avanguardista, un rivoluzionario, un vero genio che ha contribuito più di tanti altri alla nascita e allo sviluppo di un genere musicale come l’ambient che senza di lui non avrebbe un volto principale, un punto di partenza, una sensazione propria. Tra una lenta e devastante discesa acquatica nei meandri dell’ennesimo tassello del genere e una cover dei Velvet Underground, The Ship è sottocutaneo e funziona splendidamente.

Nicola Settis

(continua domani)