Stay – Marc Forster nel labirinto della mente

Pregi, e non solo

Molte volte Freud è stato applicato al cinema, magari anche in maniere differenti. “Mulholland Drive” di David Lynch è un esempio lampante: il confine tra la ‘realtà’ onirica e la ‘realtà’ reale è minimo e segnato da confini freudiani-lynchiani visivamente stupendi, che si concludono tragicamente lasciando spazio all’immaginazione per una lettura compatta e completa del sensuale neo-noir losangelino.
In comune, “Mulholland Drive” e “Stay”, sulla carta, hanno in comune solo Naomi Watts nel cast: in “Mulholland Drive” è la protagonista quasi assoluta (e regala una interpretazione femminile inaspettata e visceralmente straordinaria), in “Stay” è la più importante tra gli svariati comprimari, che tutti girano intorno al bravissimo Ryan Gosling. Già, Ryan Gosling. Non Ewan McGregor, che forse appare di più sullo schermo, ma Ryan Gosling, nel ruolo ambiguo e scritto con perizia di Henry Letham, un ventenne studente d’arte profondamente distrutto dalla morte dei propri genitori e della propria ragazza in un incidente d’auto che pensa da tempo al suicidio: spararsi un colpo in bocca sul ponte di Brooklyn a mezzanotte del giorno del suo compleanno, come tributo ad un artista semisconosciuto (che di cognome fa, non a caso, Reveur: sognatore e di cui lui sembra essere l’unico fan) che ha fatto esattamente la stessa uguale identica cosa. Bruciata la propria macchina, però, viene mandato da una psichiatra che, sull’orlo di una crisi (indotta anche dai farmaci), passa il caso di Henry a Sam (Ewan McGregor), un altro psichiatra la cui ragazza (Naomi Watts), un’insegnante d’arte, ha già tentato il suicidio molto tempo prima. Il gioco labirintico del film ruota sulla psicologia di Sam, che sembra quasi superficialotto ma stranamente sin troppo vicino a Henry, anche al finale rivelatore che ad alcuni avrà fatto torcere il naso, in quanto eccessivamente artificioso e forse banale, tutta la trama si capovolge. Non c’è da preoccuparsi, non verrà narrato.

Difetti, e non solo

Marc Forster, regista, tra gli altri, anche di “Monster’s Ball” (la cui protagonista, Halle Berry, ebbe l’Oscar) e di “Il cacciatore di aquiloni”, calibra bene la dimensione psicologica distinguendola da quella quasi parapsicologica che lascia un po’ l’agrodolce in bocca nelle ultimissime battute. Con un montaggio incrociato e forse confuso che a volte sembra lasciar prevedere un finale alla “Fight Club” (fortunatamente evitato), “Stay” è un grande film psicologico in cui la regia competente sfrutta le geniali scenografie dall’architettonica quasi grottesca e psichedelica per dare un senso di labirintica alienazione che rapisce lo spettatore. Il fascino estetico non supera troppo quello contenutistico: la disperazione interiore di un ventenne costruita con surreali rimandi (non ripetitivi) ai frammenti del suo Es che costituiscono desideri e incubi, labirinti, spirali (sono vari i riferimenti vaghi e forse involuti a “Pi greco – Il teorema del delirio” di Darren Aronofsky), rappresentati tutti in una confezione non leccata, credibile anche quando gli effetti speciali o l’ottima fotografia in digitale prende il sopravvento sul resto.
Purtroppo è raro che un film sia perfetto: esteticamente, tecnicamente e contenutisticamente è un ottimo film, ma scade sin troppo sulla sceneggiatura, che non solo ha difetti inevitabili come quello di non far tornare tutti i conti in una trama così intrisa di sapore onirico e confuso anche se così bene concretizzato, materializzato, ma soffre anche di problemi nella costruzione psicologica che dovrebbe essere il punto forte. In quanto tutto gira sulla mente di Henry, perché sin dall’inizio sembra che tutto giri sulla mente di Sam? Forse c’è di mezzo una qualche mezza finezza che noi miseri mortali non possiamo comprendere, o forse è semplicemente un errore (imperdonabile), ma forse ancora è semplicemente un modo per presentare Henry anche sotto la forma di ciò che lui immagina davanti a sè, e non di quello che lui è, che si materializza in Henry stesso.
Ci sono vari leitmotiv: il dejà vu, le già citate costruzioni architettoniche alienanti, e soprattutto il concetto di ‘aprire gli occhi’, nelle accezioni negative (aprirli e morire) e in quelle positive (aprirli e vedere il mondo), ma anche il concetto di ‘doppio’ (Henry è un doppio di Sam – o forse viceversa – come Athena è un doppio di Lila – o forse viceversa –). È un film che, per essere compreso completamente, va visto più di una volta. Non mancherà chi però troverà sgradevoli i pregi maggiori, ovvero regia e montaggio, classificandoli “da videoclip”, o trovandoci qualcosa che emuli “Assassini nati” di Stone o addirittura “Insomnia” di Nolan o ‘certe produzioni scialbe di Mtv’ (cito alla lettera una recensione profondamente negativa trovata su mymovies.it), ma bisogna ricordare anche che se queste caratteristiche sono create per formare un connubio tra l’artificioso del videoclip e il profondo della trama (situazione che si crea anche in almeno due film di Fincher, “Fight Club” e “The Social Network”, anche se in quest’ultimo il montaggio è già più filmico), in modo da formare una storia metafisico-psicologica dalla finzione palesemente evidente, la scelta sperimentale può anche essere decisamente riuscita.
Non è un film per tutti, e chiaramente chi non lo apprezza non va considerato “chiuso mentalmente”, ma è sicuramente un ottimo esercizio di psicologia filmica, forse vagamente patinato ed errato, ma più profondo ed interessante di “Il Sesto Senso” e di vari suoi derivati. Per renderlo un film valido, comunque, basta l’interpretazione di Ryan Gosling: l’attore migliore della sua generazione, che riesce sempre a restare sotto le righe rimanendo credibilissimo, qui più che mai, anche se aveva già rivelato di essere bravo in “The Believer” e avrebbe dimostrato il suo meglio in futuro grazie a “Half Nelson”, “Drive” e “Le Idi di Marzo”. Aspettiamo di vederlo in coppia con Rooney Mara in uno dei nuovi progetti di Terrence Malick: “Lawless”.

7isLS

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