Star Trek: into darkness, e buio in sala

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7isLS questa volta scrive direttamente da Los Angeles, e quindi anche qui possiamo favorire la frase da veri gagà: dal nostrio inviato…

 

Mentre in Italia il nuovo lungometraggio di JJ Abrams esce in questi giorni, qui negli Usa è uscito da settimane, e io l’ho visto due giorni fa. Mi sembrava ideale scrivere una recensione che uscisse prima o in contemporanea rispetto all’uscita italiana, per istigare a vedere o non vedere il film appena giunge in territorio tricolore [cioè domani, nota di cdc].

Trama

Star Trek: into darkness, titolola cui traduzione (traduzione?) italiana è, insensatamente, Into darkness — Star Trek, è, come il precedente film di Star Trek di JJ Abrams (che ricordiamo essere il regista di Super 8 e Mission: Impossible III, oltre che uno dei coordinatori e creatori della serie TV Lost a cui ha partecipato anche come regista dell’episodio pilota, probabilmente l’episodio migliore), un prequel delle prime stagioni della serie classica di Star Trek, quelle con William Shatner nel ruolo del protagonista storico, il capitano Kirk.
In questi film, quindi, assistiamo alle prime avventure e missioni dell’equipaggio della Enterprise, con tutti i membri, compresi gli storici (come Sulu, Spock e Scott), giovanissimi. Kirk è interpretato da Chris Pine, Spock da Zachary Quinto e Scott dal grande Simon Pegg, che potreste conoscere per Ladri di cadaveri di Landis o per le varie apparizioni come caratterista nelle serie TV inglesi, come nel ruolo dell’Editor nella prima stagione di Doctor Who. L’equipaggio della Enterprise, dopo aver cercato di salvare la vita agli abitanti di un pianeta minacciato da un’eruzione vulcanica catastrofica, deve contrastare, sotto gli ordini di un capo di nome Marcus (interpretato dal grande Peter Weller, protagonista di Il Pasto Nudo di Cronenberg e RoboCop), un omicida megalomane, un ex-agente violento e che dice di essere geneticamente superiore, chiamato John Harrison ma che si fa chiamare Kahn, interpretato dal bravissimo Benedict Cumberbatch (uno dei più bravi attori inglesi attuali, famoso soprattutto per il ruolo principale di Sherlock, serie TV british creata e scritta da Steven Moffat e Mark Gatiss che ha avuto molto successo negli scorsi anni in tutto il mondo).
Il problema è che tra Kahn e Marcus è difficile capire chi è il più cattivo, il più egoista, quello che desidera di più il male dell’equipaggio dell’Enterprise.

Difetti

Star Trek: Into Darkness è un blockbuster. Già questo crea molteplici limiti e difetti, a partire dalla compattezza della sceneggiatura, scritta dall’Anticristo del mondo degli scrittori cinematografici americani, il Damon Lindelof a cui si devono il flop di Prometheus ed il lento, catastrofico calando di qualità di Lost: una sceneggiatura inizialmente convenzionale, con una pessima caratterizzazione di vari personaggi principali, come Kirk, trasformato in insulso belloccio dalla sceneggiatura e confermato come tale dall’interpretazione del piatto Pine (ma non è colpa sua, in fondo il personaggio lo interpreta bene secondo i canoni di quello che si è trovato sul copione), Carol Marcus e Uhura, interpretata da Zoë Saldana, eroina di Avatar, qui rappresentata come infantile, piatta (specie rispetto all’originale)  e lamentosa fidanzata di Spock.
Inoltre è da notare una notevolissima superficialità di base: come succede sempre nei blockbuster, si notano dialoghi, monologhi o situazioni narrative emozionali che sfruttano banalità per trasformarle in momenti «profondi». E poi ci sono anche molti momenti gratuiti ed inutili, come quando la bellissima e anche bravina Alice Eve, che interpreta il personaggio (piatto) di Carol Marcus, per pochi secondi si mostra a Kirk in reggiseno e mutande: sì, bella visione, ma, cinematograficamente, perché?
Questi difetti erano tutti (o quasi) presenti anche nel primo film, molti di questi amplificati. Ed Into darkness però è notevolmente superiore al primo film sulla Enterprise di Abrams. Vediamo perché.

Pregi

Prendo come esempio i registi di blockbuster di maggior successo negli ultimi anni: Nolan, Emmerich, Bay, Cameron, (David) Yates, Shane Black, Peter Jackson, Whedon e Verbinski. Quasi tutti questi sono, senza arte né parte, dei mestieranti puri.  Tra la poetica fracassona e anticinematografica di Emmerich ma soprattutto di Bay ed in parte anche di Black e Whedon (che perlomeno nel suo orribile instant-classic supereroistico The Avengers un paio di piani sequenza interessanti ce li ha messi), la fortuna sfacciata di Yates che ha iniziato la propria carriera con quattro film da record come gli ultimi quattro capitoli della saga di Harry Potter e la capacità da arraffa-soldi del Verbinski di Pirati dei Caraibi e dell’ultimo Cameron ma anche dell’ultimo Jackson, l’unico a salvarsi dalla definizione potrebbe essere Nolan, che aggiunge comunque caratteristiche proprie, non autoriali ma quasi, alle sue epopee ad alto costo, a volte riuscendoci (Inception), a volte no (l’ultimo Batman). E poi c’è Abrams.
Un regista bravissimo, con un grande senso visivo per quanto riguarda i generi con cui lavora e che riesce a manovrare alla perfezione la macchina da presa quando si ritrova davanti a scene d’azione: basti pensare alla scena iniziale di Lost, carica di tensione e fotografata in maniera nobile, o all’incidente di treno di Super 8, grottesco e vomitevole da un punto di vista narrativo e visivo, ma girato in maniera fantastica. Ed è quello che Abrams fa per tutto il film, confezionando una regia d’azione di invidiabile potenza grafica, superando stilisticamente pure l’ultimissimo Nolan e intrattenendo dal primo all’ultimo. Sì, intrattenendo, perché nonostante il cinema sia innanzitutto un’arte, è anche una forma di intrattenimento; e se l’eccesso di brutale e grondante inutilità di The Avengers risulta infine noioso, Abrams riesce a trasformare il suo cine-lavorone in un’opera colossale (per lunghezza e ambizioni) e, da quel punto di vista, riuscita, anche a causa di un più alto tasso di buon gusto nelle battute, nonostante la maggior parte di esse siano comunque squallide.
E poi fornisce, oltre ad un’ottima colonna sonora di Michael Giacchino, già autore delle musiche di Lost e di svariati film Pixar, tra i quali Up per cui ha vinto un Oscar, delle ottime interpretazioni, soprattutto maschili: Chris Pine interpreta bene Kirk (ma il problema, come ho detto, non è lui ma Kirk); ancora meglio Zachary Quinto interpreta Spock, con il suo volto stolido e scolpito, privo di emozioni (?); ancora meglio Peter Weller si trova nei panni di Marcus, ed il suo vocione rimane impresso, come in ogni lavoro in cui partecipa; e, soprattutto, Benedict Cumberbatch.
Raramente in un blockbuster ci si trova davanti ad un antagonista caratterizzato bene come il Kahn di Cumberbatch. Senza scomodare Joker o Bane e quindi con essi Nolan, personaggi sì ben caratterizzati ma più che altro ben interpretati, Kahn è una sorta di modernizzazione del personaggio di Rutger Hauer in Blade Runner, e Cumberbatch interpretandolo si ridimostra uno degli attori migliori del suo paese e della sua generazione: un uomo da seguire in ogni suo passo, attraverso una carriera che si spera diventare anno dopo anno più contornata di successi. Al film, io non auguro che un gran bene e un grande successo al botteghino, perché escluso Inception è il miglior blockbuster degli ultimi cinque anni, concessi i molteplici difetti e limiti che vengono da soli con il genere.

7isLS

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