Stanley Kubrick doppiafaccia: leggere un film

Culti

Stanley Kubrick è considerato universalmente uno dei più grandi registi vissuti nel 20esimo secolo. Morto nel 1999 durante la direzione di “Eyes Wide Shut” con Tom Cruise e Nicole Kidman (direzione che verrà conclusa dall’amico Steven Spielberg, che avrebbe diretto anche “Intelligenza artificiale” in base ad un progetto creato dai due), gli dobbiamo almeno 4 film di culto: “2001: Odissea nello spazio”, considerato il “Quarto Potere” della fantascienza; “Arancia Meccanica”, da molti ritenuto l’apoteosi del cinema politico-grottesco anni ’70; “Shining”, l’horror più noto di tutti i tempi, forse, insieme a “L’esorcista” che però è meno adulto; e infine “Full Metal Jacket”, considerato uno dei più grandi film di guerra insieme a “Apocalypse Now” e, secondo alcuni (non chi scrive), “La sottile linea rossa”. Ma non dobbiamo dimenticare “Rapina a mano armata”, complesso noir criminoso, “Orizzonti di Gloria”, un bellissimo dramma bellico in bianco e nero con Kirk Douglas, “Lolita”, tratto dal disturbante romazo di Nabokov, “Il Dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e a amare la bomba”, uno dei capolavori della satira, “Barry Lyndon”, un film storico affascinante e suggestivo che tratta con serietà temi importanti nel cinema come l’egoismo e la voglia di fama e di denaro, “Eyes Wide Shut”, un dramma erotico profondo e angosciante.

L’autore che intrattiene

La caratteristica portante del cinema di Kubrick è che tutti i suoi film si possono leggere o come intrattenimento nel senso più complesso, ovvero nel senso di film che si guarda per vederlo, per sentirlo, non per capirlo, o come film d’autore a tutti gli effetti, eccetto probabilmente solo “2001: Odissea nello spazio” che è una riflessione, una divagazione, qualcosa di assolutamente oltre la semplice esperienza filmica. Per fare un esempio: “Il Dottor Stranamore” si può vedere come una semplice commedia, ma se uno osserva ogni particolare si può benissimo notare che è un apologo apocalittico ed anche una ridicolizzazione metacinematografica dell’intera storia della guerra; “Arancia Meccanica” è una favola di violenza, ma si può capire che le scene sono state costruite con una messinscena fredda ma così precisa che non si possono sottovalutare le amarezze di fondo; “Full Metal Jacket”, per fare un ultimo esempio, si può vedere come un semplice film di guerra che fa un po’ ridere, oppure come una commedia involontariamente demenziale (e in quel caso il punto di fondo è appunto come la guerra possa creare spunti comici pur avendo risvolti drammatici). Questo è uno dei motivi per i quali tra i registi simili a Kubrick possiamo benissimo annoverare anche Scorsese (tutti i suoi film – forse solo “Taxi Driver” escluso – si possono vedere come intrattenimento pesante, ma sotto un’analisi più concreta hanno tutti un significato cupo e disperato di sottofondo) e tra i suoi ‘eredi’ Nolan (il più noto regista di blockbuster d’autore di classe) e Fincher (che forse riesce anche meglio in quanto, come Kubrick, adatta il proprio cinico pensiero a sceneggiature basate su romanzi). Se ci sono però due film nella sua filmografia in cui una delle due facce prevale troppo sull’altra, sono indubbiamente “Spartacus” e “Shining”, rispettivamente uno dei suoi film peggiori ed uno dei suoi film migliori.

Spartacus

Lo dico con il cuore di uno che considera Stanley Kubrick davvero il proprio punto di riferimento assoluto, irraggiungibile, il proprio regista preferito: “Spartacus” non è per niente un grande film, e se non fosse per l’ottima regia e per qualche dialogo o finezza di ‘acting’, potrei dire seccamente che è una ciofeca. In effetti è l’unico film su commissione di Kubrick, richiesto dalla produzione, o meglio da un Kirk Douglas che cercava un regista disponibile. Pomposo e inutile, avrebbe lo scopo di creare una dimensione adulta e riflessiva, ma nel mezzo a cotanta epicità ridondante e a tale prolissità estrema non si può non notare che il personaggio di Spartaco è così glorificato da eliminare ogni possibile ambiguità. Il film ha ottenuto 4 Oscar: scenografia, fotografia, costumi e Peter Ustinov attore non protagonista. Se la fotografia (coordinata dallo stesso regista e non da quel Russel Metty che ha ritirato la statuetta) è ottima e i costumi pure, la scenografia cartonata e irrealistica è difficile anche solo da considerare nominabile, mentre Peter Ustinov è davvero il pregio che salva il film grazie ad una grande simpatia che ha i momenti migliori nei dialoghi con Charles Laughton (che interpreta un Gracco completamente inventato). Inattendibile, è meglio vederlo come una commedia involontaria per il semplice gusto di completare la filmografia di Kubrick che si diverte nelle scene di battaglia e allenamento (vicine a quelle di “Full Metal Jacket” di 26 anni dopo) ma che si annoia quando deve lavorare sulla enfatichamente banale colonna sonora di Alex North.

Shining

Se però “Spartacus” è un film d’intrattenimento becero con finte ambizioni d’autore che sprofondano nel ridicolo, “Shining” è il contrario assoluto, un’opera d’arte dove (tra le altre, non poche, cose) Kubrick prende in giro la brutta piega presa dall’horror superficiale negli anni ’70 con l’horror forse più adulto di sempre. Così adulto che non è più un horror, ma un thriller psicologico. Un giudizio che certo non mette d’accordo tutti: c’è chi lo pensa come un semplice film horror-nonsense, magari un esercizio di stile (solitamente questo è quello che dicono coloro che lo vedono solo perché è famoso, per il gusto di vederlo); e c’è chi invece cerca le finezze, i significati, ciò che è ‘nascosto’ – ed è qui che lo apprezza e lo glorifica davvero come un grandissimo film.
Cito parola per parola la descrizione (perfetta) del dizionario Morandini: “è un thriller fantastico di parapsicologia che precisa, dopo 2001: odissea nello spazio e Arancia meccanica, la filosofia di S. Kubrick. L’aneddotica di S. King diventa fiaba e rilettura di un mito, di molti miti, da quello di Saturno a quello di Teseo e del Minotauro, per non parlare del tema dell’Edipo. Il prodigioso brio tecnico-espressivo è al servizio di un discorso sul mondo, sulla società e sulla storia. Totalmente pessimista, Kubrick nega e fugge la storia, ma affronta l’utopia riaffermando che le radici del male sono nell’uomo, animale sociale, ma non negando, anzi esaltando, la possibilità di una riconciliazione futura”. Non mancano inoltre riferimenti all’Eterno Ritorno di Nietzsche (la foto alla fine), e il regista certamente si diverte con l’utilizzo di divagazione sulla figura (stereotipata?) dello scrittore nevrotico e della funzione narrativa della scrittura come forma di metacinema. Dirige, tramite piani sequenza e carrellate, una tensione che cela quasi una misantropia. L’Overlook Hotel forse è la concretizzazione delle paure, e gli specchi sono la riflessione di sè stessi. L’intero film è un concentrato puro di cinema sulla solitudine schizofrenica dell’uomo, sulla sua malvagità, sulla sua vita e sulla sua morte, sulla sua concezione dell’età, sulla sua calma, sulla sua coscienza (quella di Jack materializzata nella stanza 237), sul suo ego, superego e es, sulla sua creatività. Il blocco dello scrittore di Jack è un blocco interiore, Danny è un fulcro separatore per la famiglia. L’immaginazione si concretizza, diventa realtà, pura, ma allo stesso tempo impura. Il labirinto è la metafora della mente di Jack o della mente di chiunque dopo essere entrati nella casa? L’elemento infantile in Jack è l’unica cosa che lo accomuna a Danny? Tante domande, poche risposte: un applauso.
Kubrick è un regista così puro, perfetto e geniale che è la prova assoluta della scarsa importanza dei premi: come può un artista così innovativo e influente aver avuto un solo Oscar per gli effetti speciali di “2001: Odissea nello spazio” e nessuna statuetta alla regia (ma 4 nomination) o alla sceneggiatura (altre 5 nomination)?

7isLS

 

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