Solo una storia di uomini che odiano le donne

24 gennaio 2012. Vengono annunciate le nominations agli Oscar 2012. I favoriti sono principalmente 3: “The Artist”, ottima commedia muta di Michel Hazanavicius, che come abbiamo poi visto il 26 febbraio è stato il vincitore assoluto della serata (vincendo film, regia, Jean Dujardin attore protagonista, colonna sonora e costumi); “Hugo Cabret”, inizio deludente al 3D del grande Martin Scorsese (vincendo premi tecnici come fotografia, effetti speciali, scenografia, montaggio sonoro e sonoro); e “Paradiso Amaro”, una simpatica commedia drammatica ‘umana’ firmata da Alexander Payne con George Clooney, che poi ebbe solo la statuetta alla sceneggiatura.
In gara come miglior film altri grandi: Allen (“Midnight in Paris”, che ebbe l’Oscar alla sceneggiatura), Spielberg (con il polpettone di “War Horse”), Daldry (con “Molto forte, incredibilmente vicino” dove l’unica cosa che vale è l’interpretazione di Max Von Sydow), e soprattutto Malick con il suo lungo e maestoso “The Tree of Life”, ma anche due piccole promesse come Bennett Miller (che nel suo “L’arte di vincere”, dopo aver diretto Philip Seymour Hoffmann come Truman Capote in “A sangue freddo”, offre una delle migliori interpretazioni di Brad Pitt) e Tate Taylor (con l’ottimo “The Help”), entrambi al secondo lungometraggio.
Ad avere però tante nomination (5) come “Paradiso Amaro” c’è un film che non è stato nominato nè per film nè per regia: “Millennium – Uomini che odiano le donne”, l’ultimo lavoro di David Fincher -dopo il Golden Globe alla regia per “The Social Network”, bio-pic dramedy (drama + comedy) sull’inventore-proprietario di Facebook, Mark Zuckerberg, dotata di un’ottimo ritmo grazie a sceneggiatura, musiche e montaggio. Le nominations suddette sono per montaggio (l’unica delle 5 nominations che andò a segno, grazie ai grandissimi Angus Wall e Kirk Baxter che soprattutto nell’ultima mezz’ora si dimostrano maestri), montaggio sonoro, sonoro, fotografia (Jeff Cronenweth) e attrice protagonista (Rooney Mara). Strana l’assenza della nominations per altri grandissimi meriti, tra i quali innanzitutto regia (si sarebbe potuta eliminare la nomination alla regia per “Midnight in Paris”, decisamente discreta ma non eccelsa), l’ottima colonna sonora di Trent Reznor con Atticus Ross (in sostituzione a quella di “Le avventure di Tin Tin”), trucco (in aggiunta alle tre nominations per “The Iron Lady”, “Albert Nobbs” e “Harry Potter e i doni della morte II”), e soprattutto film: stiamo parlando di un thriller allo stesso tempo personale e impersonale, perverso e geniale, alle prese con il personaggio letterario femminile più innovativo e inquietante degli ultimi anni, Lisbeth Salander.
E qui ci si potrebbe soffermare a lungo sulla costruzione psicologica della donna in questione, piena di contraddizioni in quanto adulta sotto molti punti di vista ma dotata dell’emotività di una dodicenne, confusa sessualmente, che tiene molto al proprio aspetto fisico secondo i propri canoni mentre, al contempo, di apparire (“socialmente”) bella sembra fregarsene, e, soprattutto, personaggio contemporaneamente vittima e carnefice di sè stessa e degli altri. Rooney Mara, che ha un ruolo poco (?) importante anche in “The Social Network”, è totalmente immedesimata nel ruolo. Rende Lisbeth sua e, con un metamorfismo maestoso, dona un’interpretazione che ha, nella finta passività emotiva, il suo cuore pulsante. Un ruolo che emerge anche grazie alla scelta di Fincher di basarsi più sull’alchimia che si crea tra i due personaggi che sulla dimensione da thriller che predominava nella precedente versione filmica della storia, diretta dallo svedese Oplev.
Agli Oscar circa un mese dopo fu Mara sconfitta da Meryl Streep (“The Iron Lady”) alla sua terza statuetta: un’attrice premiata praticamente alla carriera in una categoria dove non dovrebbe essere la vincitrice effettiva. In altre parole: una vergogna. L’ottima sceneggiatura, tratta dal best-seller di Stieg Larsson, è cruda e priva di sfumature eccessive, opera di quello Steven Zaillian già Oscar per “Schindler’s List”. Tecnicamente parlando è una pellicola stupenda, ma sul piano dell’impatto emotivo è ancora maggiore: il Nils Erik Bjurman di Yorick van Wageningen è uno dei cattivi più repellenti immaginabili e le quattro scene che lo vedono protagonista (soprattutto quella – lunga – dello stupro anale) sono le più disturbanti mai viste sul grande schermo almeno da 5 anni a questa parte (e l’assenza del VM14 in alcune città inquieta), almeno in pellicole destinate al grande circuito; Stellan Skarsgård dona al suo difficile personaggio un che a metà tra l’affascinante e il terribile; le musiche già citate di Trent Reznor & Atticus Ross (la colonna sonora ufficiale di 3 dischi dura più del film) mantengono il ritmo e in alcuni momenti di Grande Cinema lasciano senza fiato (su tutte: la scena in cui Lisbeth torna a casa dopo lo stupro e si fa la doccia); i titoli di testa in digitale mostrano immagini di rara potenza visiva (inchiostro, sangue, fuoco, cavi di internet, volti, mani: insomma, Lisbeth che viene “forgiata”) e sonora, offrendo un arrangiamento industriale spaccaossa e assordante di quel piccolo, ossessivo capolavoro dei Led Zeppelin che è “Immigrant Song”, qui con la voce di Karen O, membro del mediocre gruppo indie degli Yeah Yeah Yeahs.
La morale non esiste, e nemmeno un personaggio che incarni un punto di vista moralistico. Lisbeth, infatti, non è un’eroina “morale” in quanto si vendica freddamente (nella versione svedese del film Noomi Rapace diventava quasi l’incarnazione del punto di vista etico, come giustificando la vendetta contro la misoginia: questo è un ragionamento quasi fascista, e se c’è una persona al mondo che non è fascista era Stieg Larsson), e Mikael (un Daniel Craig un po’ legnoso ma sopportabile) nemmeno in quanto non riesce a comprendere i sentimenti altrui (di Lisbeth in questo caso). Del resto, “è solo una storia di uomini che odiano le donne”, come dice lo stesso Larsson.

7isLS

VIDEO: UOMINI CHE ODIANO LE DONNE, IL PROMO

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