Siri Hustvedt / L’estate senza uomini

Siri Hustvedt L'estate senza uomini

Siri Hustvedt, L’estate senza uomini. Traduzione di Gioia Guerzoni. Einaudi, 2012.

Dev’essere davvero una gran tentazione immaginare spazio e tempo privi della presenza maschile: nel 1984 il geniale fotografo di moda Helmut Newton impose, a una raccolta di suoi scatti, il titolo autoironico di World without Men, (intorno alla quale è aperta ora una mostra a Roma). Quella di Newton era una generalizzazione ben più assoluta e ardita di quella che Siri Hustvedt racconta nel suo ultimo libro L’estate senza uomini, uscito per Einaudi nel 2012. (Cliccare sulle linguette per proseguire)

 

Mia e Boris

Mia Fredricksen, cinquantacinque anni, scrittrice e docente, dopo trent’anni di buon matrimonio, si sente annunciare dal marito Boris Izcovich, sessantenne, neuroscienziato, che  ha bisogno di una pausa per riflettere su loro due. Mia non tarda a scoprire che «La Pausa era francese, con capelli castani lucidi ma senza volume. Aveva un seno che si notava, di quelli veri, non siliconati, sottili occhiali rettangolari, e un gran bel cervello. Era giovane ovviamente, vent’anni più giovane di me». La concisa e sommaria descrizione della rivale, riconoscendone apertamente l’indubbia avvenenza, colpisce per la mancanza di acrimonia da parte di Mia: anzi, essa lascia scorgere una sorta di compiaciuto apprezzamento per il buon gusto del marito che, anche quando sceglie un’alternativa alla moglie, la vuole con i migliori requisiti sia estetici che intellettuali. Per quanto riguarda l’età, è ormai un classico: niente di nuovo sotto il sole. Il trauma è tale che Mia viene ricoverata per una forma di impazzimento temporaneo. Non si capacita di come sia potuto accadere che Boris, così padrone di sé ma così onesto, che era stato marito, padre, ma soprattutto interlocutore, in un’unione tanto intensa fatta di corpi, pensieri e conversazioni, in un’alternanza di condivisioni e litigi, con una figlia adorabile…senza segni premonitori, Boris l’avesse abbandonata. Forse non per sempre, ma abbandonata.

Minnesota

All’uscita dall’ospedale, per non affrontare il tetto coniugale ormai deserto, Mia ritorna nel paese del Minnesota in cui era nata e cresciuta e dove, in una Casa di riposo, vive la madre ottantasettenne. L’estate del titolo è quella che trascorre nella cittadina della sua giovinezza, un luogo dell’anima. Appena entra nell’abitazione affittata, Mia è presa dall’urgenza di strofinare e lustrare tutte le stanze; «dopo quell’attività frenetica le stanze erano più nitide»: è la prova che forse è possibile fare altrettanto con il peso che le opprime lo spirito. Per ritrovare un senso di sé e della propria vita, compresi i molti anni di convivenza armoniosa che la decisione di Boris ha improvvisamente troncato, Mia deve mettere in discussione se stessa: mihi quaestio factus sum («sono diventato per me un problema», dice Agostino, Confessioni X,123).
Lontana dalla grande New York City in cui abita scrivendo poesie e insegnando all’Università, Mia spera, dopo la crisi che l’ha portata al limite della follia, di recuperare l’equilibrio e il controllo. E li cerca là dove sono le sue radici, dove ancora c’è la madre e dove sarà più facile recuperare i ricordi che la legano al primo periodo della sua esistenza, a suo padre, scomparso da anni: una forma di regressione infantile che le permetta di superare l’angoscia presente. Ma, come spesso accade con i genitori molto anziani, sarà a parti invertite: si troverà lei, figlia, ad accogliere sulle ginocchia e tra le braccia la madre rimpicciolita con l’avanzare degli anni.

Là fuori

Con una disposizione psicologicamente attenta all’ascolto, Mia fa conoscenza con alcune ospiti della Casa di riposo, amiche della madre: cinque signore tra gli ottanta e i cento anni, che lei chiama «i Cigni». Da una di loro raccoglie confidenze intime:  Abigail,  94 anni,  le mostra  elaborati e conturbanti lavori di cucito che ha sempre tenuto gelosamente nascosti, per non suscitare scandalo, e che chiama i suoi «divertimenti segreti»Rappresentano scene surreali e sensuali, con foglie che nascondono, bottoni che schiudono e richiedono un’opera di déchiffrement per  apprezzarne le molteplici componenti.
Partecipa alle animate discussioni del gruppo di lettura, dove i romanzi di Jane Austen suscitano, nelle battagliere lettrici ottuagenarie, vigorosi processi di identificazione e non meno vivaci scambi di vedute e interpretazioni.
Si trova coinvolta nella vita di alcuni vicini di casa, una coppia giovane con due figli piccoli, che attraversa un periodo burrascoso: l’aggressività ripetuta di lui, gli spaventi e le reazioni dei piccoli, la passività della moglie che costruisce, per far fronte alla propria infelicità, elaborati orecchini a forma di gabbie di uccellini.
Mia decide di organizzare un corso estivo di poesia per adolescenti.  Alle allieve tredicenni, che si atteggiano a ragazze navigate, assegna di scrivere in forma poetica le loro emozioni e sentimenti, anche più ripugnanti o spregevoli, e ne discute con loro senza ipocrisie.
Mia si accosta a questi tre «gruppi», così diversi per età e situazioni, da principio da una posizione esterna. Li esamina nelle loro individualità e come organismi strutturati, mettendo anche in campo le sue conoscenze di psicanalisi; in seguito introduce stimoli, registra e analizza reazioni e risposte. Cioè tende a far proprio il ruolo professionale del marito: Boris alleva negli stabulari colonie di topi misurandone alcuni parametri per verificare se la differenza tra i sessi sia di origine biologica o culturale e, «devoto com’è alla teoria dell’evoluzione e ai geni, sa che essi si esprimono attraverso l’ambiente, che il cervello è plastico e dinamico; si sviluppa e cambia con il tempo in relazione a cosa c’è là fuori».

Dolore e volontà

Gradualmente, l’atteggiamento di Mia evolve da una posizione di terzietà a una più comprensiva, disposta a farsi emozionare dalle vite degli altri, anzi delle altre perché sono soprattutto donne le persone con le quali si rapporta, condividendone i turbamenti, e mettendo in comune la propria e le altrui fragilità per dare e acquistare forza. Il dolore e la volontà guidano Mia in una sorta di autoterapia empirica, un agire reale che l’aiuterà a salvarsi.
I rapporti tra Boris e Mia non sono mai completamente interrotti: si scrivono e-mail più o meno velenose, messaggi telefonici, ma il vero raccordo è la figlia, che fa da messaggero con tatto e affetto. Abbastanza presto Boris si mostra disposto ad ammettere il proprio errore, ma sarà Mia allora a prendersi una piccola rivincita, tenendolo un po’ sulla corda: «Vi dirò che il mio vecchio si stava avvicinando sempre di più a qualcosa che c’era in me, e la spiegazione era il tempo, tutto il tempo passato insieme, e nostra figlia, […] e anche tutte le conversazioni e i litigi e il sesso, tra me e il grande B».

Caselle

L’estate senza uomini è un libro che rifiuta di essere incasellato in un genere preciso e mette in difficoltà chi rigidamente volesse tener distinti gli elementi del vissuto dell’autrice con le vicende narrate. E’ un intreccio di apporti diversi: c’è la voce che parla in prima persona facendosi personaggio, c’è la scrittrice reale che entra e esce dalla fiction con apostrofi al lettore, che introduce riflessioni e interventi che sembrano «a parte» teatrali, che interrompe il corso logico della narrazione per inserire appendici critiche in cui precisa il suo punto di vista su alcuni nodi del pensiero e della conoscenza, o nelle quali commenta, come voce «fuori campo», opinioni espresse dai personaggi; o che cita il titolo di un libro del proprio marito nella vita reale come opera di un «prominent American novelist».
«Un uomo che vuole la verità diventa scienziato; un uomo che vuole lasciare libero gioco alla sua soggettività, diventa magari scrittore; ma che cosa deve fare un uomo che vuole qualcosa di intermedio fra i due?» (R. Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi, Torino 1972, p. 245). La risposta di Siri Hustvedt all’interrogativo di Musil è farsi forte di questa opzione, anziché rimanerne indebolita: aggetta dal testo, si effonde e punta dritto al lettore superando la mediazione narrativa.  Perché  Hustvedt, oltre che poetessa e romanziera, ha interessi e competenze in discipline come l’antropologia, le scienze cognitive, la psicanalisi, innestate su un robusto impianto di intellettuale neo-femminista.
E si trova talmente a proprio agio nella scrittura da permettersi digressioni, che si infittiscono nell’ultima parte del libro, digressioni nelle quali porta allo scoperto la propria identità di autrice, e attira l’attenzione del lettore su alcuni processi che presiedono l’esecuzione del testo, che diventano un modo per parlare di letteratura.  Scherza sulla propria identità di genere: «la parola scritta cela il corpo di chi scrive. Per quanto se ne sa, potrei essere un UOMO  travestito», ma ci tiene ad essere riconosciuta come artefice femminile.
Sono dispositivi coi quali chiama in causa chi legge, ironizzando su di sé come autore deus ex machina e sollecitando la complicità di chi si trova dall’altra parte della pagina.

Qualità

Leggerezza e brio sono qualità di questo libro, e solo in qualche punto cedono il passo ad una volontà scrupolosa di utilizzare il corredo di cognizioni che la scrittrice possiede; di qui elenchi di poeti, scrittori, critici, scienziati, psicanalisti, convocati peraltro senza farsene troppo intimidire se, parlando di Montaigne, si concede la familiarità di chiamarlo «great mountain».
Le occasioni per prendere la parola in forma autoriale spuntano nelle scuciture del testo e la veste del romanzo viene continuamente arricchita di inserti di tipo saggistico che, come intagli e applicazioni, guarniscono e rimodellano il disegno generale. Ritornano in mente gli elaborati lavori di cucito di Abigail: densi di figure, paesaggi e oggetti celati, per essere compiutamente apprezzati, richiedono -da parte di chi li osserva-  una visione puntuale: solo così riuscirà a leggere le scritte minuscole e  mettere a nudo i particolari. Le parole con le quali la scrittrice descrive questa operazione sui lavori di Abigail, sembrano una mise en abyme del libro stesso: «Dopo aver infilato gli occhiali da lettura, osservai l’elaborata rappresentazione di quello che sembrava un cliché. […] Ma poi continuai a guardare, e notai che, dietro […] quasi nascosto […]. Poi notai, sopra […]. Mentre continuavo a studiare le forme […] Non è quel che sembra a prima vista […] piccole scene all’interno di una scena, un po’ come la biancheria intima sotto i vestiti».
L’impegno richiesto a noi osservatori/lettori è, per così dire, speculare al lavoro di chi realizza il ricamo cioè, nella nostra comparazione, lo scrittore.  E il lavoro intelligente e devoto di quest’ultimo potrà rivelarsi nei dettagli tanto più sarà stata attenta la nostra lettura.

 Codetta  FAQ

Diversamente dall’e-book inglese (che ne è privo), l’edizione einaudiana riporta alcuni esili disegni a penna di una aerera figurina femminile nuda con grandi occhi e tanti riccioli. Saranno parecchi gli esempi di «romanzi» italiani con disegni dei loro autori o autrici?
Circa l’accenno di Siri Ustvedt all’illustre consorte Paul Auster, (il quale l’ha sontuosamente ricambiata nel suo Winter Journal, scrivendo di lei: «the beautiful neck that is the very emblem of her extraordinary beauty», «il bel collo che è l’autentico emblema della sua straordinaria bellezza»), possiamo immaginare coppie di scrittori del nostro paese (tipo Morante-Moravia, per dirne una per tutte), che si alludano l’un l’altra nei rispettivi romanzi? Non farlo sarà stato pudore, discrezione, timore delle critiche, simulazione, o altri tempi e altri continenti? E questa di Siri Hustvedt e Paul Auster sarà schiettezza, esibizione, audacia o solo un modo per dirsi garbatamente «hello» da un libro all’altro ?

Nicoletta Scalari

Taggato . Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *