Sguardo sul passato, panorama sul futuro: cinema 2013 / 2014

SONY DSC

È finito un anno, il 2013. Fermo restando che per me è stato un anno importantissimo per fattori personali, è stato pure sorprendente per il cinema che ha regalato. Sia nel bene che, ovviamente, nel male. Riassumiamone qualche caratteristica, come è stato già fatto parzialmente (qui e qui).
(Cliccare sulle linguette per proseguire nella lettura)

Un 2013 italiano

Partiamo dalla nostra Italia. Dal Belpaese sono giunti a vari festival del cinema internazionali numerosi film controversi ma dall’indubbio fascino, considerando la crescita della cattiva fama del nostro cinema da qualche anno a questa parte, e parlo di film come La grande bellezza(rimasto tra gli ultimi sette contendenti all’Oscar per il miglior film straniero) di Paolo Sorrentino, La leggenda di Kaspar Hauser di Davide Manuli, Su re di Giovanni Columbu, Still Life di Uberto Pasolini, Piccola patria di Alessandro Rossetto, La prima neve di Andrea Segre (questi ultimi tre persenti nella categoria «Orizzonti» al festival del Cinema di Venezia 70, e quello di Pasolini ha pure vinto il premio come migliore regia della categoria) e dulcis in fundo Stop the pounding heart di Roberto Minervini, e tutti e quattro sono film che hanno fatto discutere ma che si sono anche fatti amare da una buona fetta di pubblico e di critica. Devo ammettere però che ogni anno che passa aumenta il dolore di non aver visto in sala un film di Michelangelo Frammartino, forse il miglior regista italiano ad aver esordito dopo la boa del secondo millennio con Il dono (2002), proseguendo la sua potente poetica nel 2010 con il meraviglioso Le quattro volte, un regista promettente a cui auguro tutto il meglio — e augurio turna ‘ndré: sperando di poter, appunto, vedere presto una sua nuova opera.
Tra i film più chiacchierati anche i ritorni di Salvatores e Tornatore: se però Educazione siberiana generalmente non è piaciuto a molti, l’altrettanto internazionale La migliore offerta ha spaccato la critica in due. Ovviamente non manca il dilagante obbrobrio: 11 settembre 1683 di Renzo Martinelli, tra i film più imbecilli dell’anno, supera di poco in viscidume il ritorno sul grande schermo di comici amatissimi dal pubblico più rinquaglionito come Checco Zalone (Sole a catinelle) ed Alessandro Siani (Il principe abusivo), ma per bruttezza non scherza neanche Bianca come il latte, rossa come il sangue di Giacomo Campiotti, film romantico adolescenziale basato dal romanzo ononimo di D’Avenia, che insegna alla perfezione come non deve essere fatto un film; e non mancano neanche i Vanzina o Veronesi o Pieraccioni o altri nomi che si vorrebbe dimenticabili, e soprattutto Fuga di cervelli, film con Paolo Ruffini accompagnato dagli youtubers Willwoosh e Frank Matano, possibile avanguardia della nuova, metastatica generazione dei cinepanettoni.
Esordisce, inoltre, alla regia il conduttore televisivo Pif con La mafia uccide solo d’estate dall’apparente eleganza e dalla vuotezza subliminale, mentre Valeria Golino ha diretto il suo secondo film come regista, Miele, presente fuori concorso al festival di Cannes. Film interessante, non necessariamente nel bene, è stato Viva la libertà di Roberto Andò, che ha regalato una meravigliosa performance «dualistica» di Toni Servillo (che interpreta due gemelli) come contorno ad una storia di politica che vorrebbe dire molto ma non ci riesce troppo bene a causa del suo piattume: a volte fa sorridere, ma non basta. Peccato, perché sarebbe stata simpatica come critica del Pd. Passando avanti, il regista Gianni Amelio, dopo aver fatto recentemente uno dei suoi film migliori, Il primo uomo, ritorna sul grande schermo con L’intrepido che ha sconvolto tutti i suoi fan per la sua banalità. Non scherza neppure Ettore Scola che con Che strano chiamarsi Federico ha composto un documentario su Federico Fellini sul filo della necrofilia. Sia Scola che Amelio avevano portato le loro ultime opere a Venezia (Scola fuori concorso) dove di italiani c’erano anche Emma Dante con Via Castellana Bandiera e Gianfranco Rosi che ha vinto il Leone d’Oro con Sacro GRA.
(continua)

Un 2013 internazionale

E dall’Italia spostiamoci lentamente verso l’Europa. Sempre ricordando Venezia, come dimenticare la vittoria del Leone d’Argento del greco Alexandros Avranas per il mediocre Miss Violence? E dire che in concorso ce n’erano di nomi più dotati, anche solo sulla fiducia, come Xavier Dolan che dopo Laurence Anyways ha teatralizzato la sua poetica con Tom à la ferme, o Philip Gröning, la cui ultima fatica si intitola La moglie del poliziotto, o ancora l’israeliano Amos Gitai o il geniale taiwanese Tsai Ming-liang che, entrambi con co-produzione francese, hanno portato sugli schermi del festival rispettivamente Ana Arabia e Jiaoyou. Chiaramente però c’era anche il fuori concorso, con l’interessante Locke di Steven Knight, il quarto capitolo della maestosa saga di Heimat di Edgar Reitz, intitolato Chronik einer Sehnsucht, e l’ultima opera del polacco Andrzej Wajda, Walesa, Man of Hope, ma pure l’ultimo film di Lukas Moodysson, We are the best!. Da un festival all’altro: a Cannes La vita di Adèle: Chapitres 1 & 2 di Abdellatif Kechiche è stato premiato, a mio parere ingiustamente, con la Palma d’Oro dal direttore della giuria Steven Spielberg, data sia al regista tunisino che, per un’occasione speciale, alle due attrici protagoniste, Adèle Exarchopoulos e Lèa Seydoux. A Cannes è stato presente anche l’ultimo film di François Ozon, Giovane e bella, uscito nei cinema italiani verso la fine del 2013: quest’anno, sempre dalla cinepresa di Ozon, è uscito da noi pure Nella casa (2012), che tenta disperatamente di essere il film migliore del regista, ma quello rimane Gocce d’acqua su pietre roventi (2000). Altri film degni di nota del festival sono stati l’ultimo, deludente Venere in pelliccia di Roman Polanski, Solo Dio perdona di Nicolas Winding Refn e Dietro i candelabri, ultima teorica e patinata fatica di Steven Soderbergh. Fuori concorso, oltre al succitato Miele della Golino, vi erano The Bling Ring, imbarazzante ultimo lavoro di Sofia Coppola, e l’interessante homo-thriller estetizzante L’inconnu du lac di Alain Guiraudie, considerato dai Cahiers du Cinéma il miglior film dell’anno.
Già con The Bling Ring c’eravamo abbastanza spostati in America, e visto che ci siamo ricordiamo che, sia a Cannes sia a Venezia, James Franco ha portato film diretti da lui, rispettivamente As I lay dying e Child of God (anno impegnativo per l’attore candidato all’Oscar per 127 ore, tra l’uscita nei festival di questi due film, la promozione di Spring Breakers di Harmony Korine di cui era lo squallido protagonista maschile ed il ruolo di protagonista nell’ultimo blockbuster disneyano di Sam Raimi, Il grande e Potente Oz). Abbimo avuto in generale degli Stati Uniti roboanti e movimentati, tra l’ultimo lavoro di Tarantino, l’epicheggiante Django Unchained, gli svariati film di supereroi (L’uomo d’acciaio e Wolverine – L’immortale da una parte, Iron Man 3 e Thor 2 dall’altra) e molti altri «filmoni» di diversa qualità e tipologia (tra il ritorno di Manoj Night Shyamalan con After Earth, Oblivion di Joseph Kosinski, o ancora Elysium di Neil Blomkamp e Gravity di Alfonso Cuaron, Pacific Rim di Guillermo Del Toro, o anche il secondo capitolo della saga degli Hunger Games diretto da Francis Lawrence), i vari cartoni animati (i maggiori successi, in ordine sparso: Monsters University, Cattivissimo me 2, The Croods, Frozen).
Tra i film più discussi di questo periodo c’è il secondo capitolo della trilogia di Lo Hobbit, intitolato La desolazione di Smaug: in questo capitolo si nota ancora di più come Peter Jackson non abbia la più pallida idea di come gestire il dover trasporre un libro in tre film di tre ore l’uno, e così facendo pastrocchia ovunque senza criterio creando confusione sia nei fan che nei detrattori. Per me, La desolazione di Smaug è un film debole soprattutto in come cerchi troppo di ricreare atmosfere tolkieniane da spunti improvvisati ma anche in come elimini completamente la poesia dell’epica del romanzo originale con una squallida volgarità di fondo onnipresente, per esempio, nelle scene degli elfi completamente create apposta per il film, in cui viene aggiunto un personaggio jacksoniano, l’elfa Tauriel interpretata da Evangeline Lilly (che già odiavo per Lost), inserita solo per il bisogno di un personaggio femminile bello da vedere sullo schermo. Ci sono dei momenti buoni (essenzialmente l’inizio fino alla scena dei ragni, un paio di scene d’azione successive e l’incontro tra Gandalf e Sauron) e dei momenti deludenti (un montaggio rapido e confusionario che lascia spaesati dove dovrebbe intrattenere, o anche una costruzione fisico-psicologica di Smaug a dir poco deludente, con una delineazione grafica della bestia che lo rende simile a un tacchino ed una parlata labiale incoerente), ma la maggior parte del tempo è solo e solamente brutto — e neanche il dedicare un piccolo ruolo a Stephen Fry può cambiare questa inossidabile condizione.
Tra gli altri film molto amati dell’anno, non posso non nominare Rush di Ron Howard, il ritorno alla regia di Ben Stiller con I sogni segreti di Walter Mitty con lui stesso protagonista, l’inutile ritorno alla cinepresa di Michael Bay, Pain & Gain, l’esuberante ritorno di Pedro Almodovar praticamente passato inosservato con Gli amanti passeggeri, il ritorno politico di Kathryn Bigelow con Zero dark thirty, il capolavoro assoluto The master di cui ho già parlato troppo e pure in più sedi (citiamone una: qui), la scialba commedia romantica Il lato positivo di David O. Russell, il didascalico No – I giorni dell’arcobaleno, il ritorno di Walter Hill con Sylvester Stallone in Jimmy Bobo – Bullet to the head, il noiosissimo zombie-movie di Marc Forster World War Z, l’esordio alla regia di Joseph Gordon-Lewitt con Don Jon (furberello: nel primo film che dirige interpreta anche il protagonista, un giovanotto pompatello da discoteca fidanzato con Scarlett Johansson), Comic Movie che potrebbe essere la peggior commedia di sempre, il thriller Prisoners che ha riscosso inaspettatamente un enorme successo di critica, il ritorno al drammatico (e all’amaro) di Woody Allen con Blue Jasmine, l’abbastanza deludente svolta americana di Park Chan-wook con Stoker, il ritorno di Gondry con Mood Indigo, altro film che ha spaccato la critica a metà – come molti altri dell’estetizzante regista francese –, The Grandmsters del maestro cinese Wong Kar-wai,   Two mothers della francese Anne Fontaine,che non ho visto ma dalle premesse abbastanza squallide, The canyons di Paul Schrader, ai suoi tempi sceneggiatore di Taxi driver e Toro scatenato, diventando poi anche regista di film come Hardcore o il geniale e sottostimato Adam resurrected, ed infine anche La fine del mondo, ultima commedia di Edgar Wright, tra i più intrattenenti mestieranti del cinema inglese.
Non si possono non citare tra gli anime gli ultimi capitoli dei film di Puella Magi Madoka Magica e di Evangelion (il capitolo 3.33), ma tra cartoni e pellicole con attori in carne ed ossa la carrellata potrebbe proseguire a lunghissimo.
(continua)

2014

lupodiwallstreet

È cominciato un anno, il 2014. E fin lì… Ma che cosa possiamo aspettarci da questa data?
Già fioccano i titoli sui nostri schermi: avremo il nevrotismo irritante di American hustle di David O. Russell, che probabilmente non donerà molto al mondo se non qualcosa su cui masturbarsi ai fan più sfegatati delle guanciotte plasticose di Jennifer Lawrence; The Butler, il tipico film arraffa-Oscar della stagione; Harlock: Space Pirate 3D, divertentissimo blockbuster d’animazione giapponese 3D che vidi al festival di Venezia e rivedrò a breve, vero instant-cult esteticamente raffinato; il sequel di Sin City fatto sia da Frank Miller che da Robert Rodrìguez; la nuova fatica di Christopher Nolan, Interstellar; il rifacimento di RoboCop (che a mio parere non è un cult intoccabile come molti dicono e non mi stupirei se la nuova versione superasse l’originale); i nuovi film di Spider-Man di Webb e di X-Men di Singer; il film d’animazione 3D/LEGO The LEGO Movie che dalle apparenze non sembra avere nulla di buono o di originale; il nuovo film di Darren Aronofsky che è uno sbancabotteghino su Noè (cosa che mi fa ridere alquanto); l’attesissimo ritorno sul grande schermo di Godzilla, portato in forma kolossale da Gareth Edwards che quasi sicuramente eviterà il flop come fece Rolan Emmerich nel 1998, grazie ad effetti speciali superiori, una regia più controllata ed originale (che lui ha dimostrato di avere ai tempi di The Raid), ed un cast che sembra poter essere perfetto, capeggiato da Ken Watanabe, Bryan Cranston (il protagonista di Breaking Bad) e Juliette Binoche; un film basato sul videogioco Need for Speed con protagonista Aaron Paul (Jesse Pinkman, sempre in Breaking Bad); il nuovo progetto dei fratelli Wachowski, Jupiter ascending, girato e distribuito praticamente di nascosto da tutti i fan degli autori di Matrix e Cloud Atlas; ovviamente l’ultimo capitolo della saga dello Hobbit; un ennesimo blockbuster basato sul ridicolo, precisamente su Pompei, diretto da Paul W.S. Anderson (Resident Evil, I tre moschettieri); il ritorno di John Woo con Love and let love che verrà girato con attori cinesi ed una produzione statunitense; il ritorno di Wes Anderson con il, pare, molto stravagante The Grand Budapest Hotel; il ritorno di Lars Von Trier The nymphomaniac (verso cui nutro pochissime speranze); The Counselor che vedrà Ridley Scott a dirigere un cast tutto stellare  (Michael Fassbender, Cameron Diaz, Brad Pitt, Penelope Cruz e soprattutto Javier Bardem con dei capelli assurdi) per una storia di Cormac McCarthy; 12 anni schiavo, ultima fatica di Steve McQueen che potrebbe vincere molti premi importanti in quest’annata; Her, ritorno surreale di Spike Jonze; i ritorni di Miyazaki e Gilliam con Kaze Tachinu e The Zero Theorem che ho visto a Venezia; l’atteso film vampirico di Jim Jarmusch Only lovers left alive; A proposito di Davis, ultima fatica dei Coen che pare essere tra i loro film più seri; ed infine, gloriosamente, il ritorno di Martin Scorsese con The wolf of Wall Street, commedia drammatica di tre ore con protagonista Leonardo DiCaprio che secondo certe fonti è diventato ufficialmente il film in cui viene pronunciata più volte la parola «fuck»: più di 500 (il secondo posto è riservato a Summer of Sam di Spike Lee ed il terzo a Casinò, sempre di Scorsese). Il promo dell’ultimo Scorsese non mi ispira molto, ma è indubbio che sarà uno dei film più discussi dell’anno.
(continua)

Non finisce qui

La cosa triste è che ho dovuto escludere molti titoli di film presenti a festival quest’anno. Alcuni li avrei detti più tardi descrivendo i film in uscita nel 2014, altri non so quando mai li vedrò e ho paura anzi di essermeli persi per sempre. Feng Ai, Hard to be a God, anche altri film che ho nominato di sfuggita come Heimat o Jiaoyou, ma pure At Berkeley e tantissimi altri.
Quando mai la distribuzione cinematografica italiana comincerà a guardare con occhio di riguardo il cinema d’autore senza portare ad inutili malinconie paranoiche i cinefili del nostro paese (ed egoisticamente dico: me in primis)? L’arte deve sopravvivere, il cinema deve sopravvivere, crisi economica o no: la poesia, tutta la poesia, anche quella cinematografica, è necessaria per vivere, come ci insegnano i graffiti nelle caverne preistoriche (in proposito, vedere il bellissimo Cave of forgotten dreams di Herzog). Forse qualcosa sta cambiando, forse qualcosa cambierà: non lo possiamo sapere, non lo possiamo non sperare.
Se l’alternativa è tra il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà, io faccio come nella vecchia barzelletta in cui Hitler e Mussolini stanno affogando, che terminava con la domanda: «Potendo salvare solo uno dei due, in quale ristorante andreste?». Ecco, io vo al cinema.

7isLS

Taggato . Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *