Senape romana

Lettore, leggi il testo sotto. Poi tocca a te. Sei invitato ad andare oltre il testo leggendolo come un’allegoria. Non c’e’ un’unica soluzione. Vanno bene tutte le chiavi, pur che aprano verso significati nuovi. Inviami la tua risposta entro lunedi’ prossimo. Le letture piu’ belle saranno pubblicate nella vetrina. Alla fine dell’anno si vincono tre libri, assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.
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Senapi

La senape è una pianta delle Crocifere diffusa e utilizzata in tutta l’Europa, come foraggio (tanto da essere chiamata “erba da burro”, perché le mucche che se ne nutrono producono un latte più grasso), come  pianta da sovescio, come fonte di olio, ma soprattutto come pianta aromatica usata per insaporire le vivande.
I tre tipi principali di senape sono: Sinapis alba, la più blanda, Sinapis nigra, più piccante della precedente, e Sinapis arvensis, cioè il ravizzone. La rucola, con il suo saporino pungente, è una parente selvatica della senape.
Gli antichi Romani mescolavano la farina di senape con la sapa (mosto d’uva concentrato mediante cottura), ottenendo, dopo un periodo di stagionatura, una poltiglia sciropposa, mustum ardens, con cui amavano condire le vivande. L’odierna “mostarda”, sia nell’etimologia che nei fatti, è diretta discendente di questo condimento. Secondo che si voglia una mostarda più dolce o più forte, si utilizzerà la senape bianca oppure la nera.
I fiori di una pianta di senape si schiudono in tempi diversi, incominciando dal basso. Questo significa che le prime silique a maturare, frutto della fecondazione dei primi fiori, sono quelle più in basso, seguite via via dalle altre. Ogni siliqua va raccolta appena è matura, senza aspettare che siano maturate anche le altre della stessa pianta. Infatti, se si aspetta, molta parte del seme andrà perduta, dispersa dal vento.

Coltura

Per quanto l’agricoltore che ha piantato un campo di senape usi tutti gli accorgimenti per raccogliere la massima quantità di semi, alcuni di questi fuggono sulle ali del vento e si propagano nei campi. Allo stato spontaneo, con il succedersi delle riproduzioni, la senape si inselvatichisce, ma prospera, diventando col tempo infestante.
La presenza di abbondante senape selvatica in una località ci fa capire che un tempo vi veniva coltivata la specie primitiva, che poi ha subito un processo di retrogradazione. E forse, nel caso dell’Italia, la coltivazione originaria risale all’epoca romana, poiché nei secoli successivi questa pianta è stata poco utilizzata nella nostra agricoltura.
La prossima volta che vedi una pianta di senape selvatica,  fermati e risali lungo il filo del ricordo fino a raggiungere quell’agricoltore antico a cui il vento un giorno rubò un seme, che di generazione in generazione è giunto fino a te.

Carla Muschio
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