Sciroppo d’acero

Lettore, leggi il testo sotto. Ora tocca a te. Sei invitato ad andare oltre il testo leggendolo come un’allegoria. Non c’e’ un’unica soluzione. Vanno bene tutte le chiavi, pur che aprano verso significati nuovi. Inviami la tua risposta entro lunedi’ prossimo. Le letture piu’ belle saranno pubblicate nella vetrina. Alla fine dell’anno si vincono tre libri, assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.

Quando i coloni inglesi si insediarono nelle loro colonie del Nord America trovarono una popolazione indigena locale in profonda sintonia con il territorio e capace di trarre nutrimento dalla vegetazione anche con tecniche molto sofisticate. Una tra le più stupefacenti era l’estrazione della linfa dell’acero che, bollita, diventava un dolcissimo sciroppo. Gli indiani vennero sterminati ma la loro tecnica di produzione dello sciroppo d’acero venne mutuata e continua ad essere impiegata oggi, con pochi cambiamenti.
L’acero (Acer saccharum) è dotato, come tutte le piante, di linfa: cellule in forma fluida che scorrono nel tronco portando nutrimento alle varie parti dell’albero, in modo affine alla circolazione del sangue umano. L’entità della linfa di una pianta è proporzionale alla disponibilità di acqua nel terreno. Inoltre, essa è regolata dal ciclo vegetativo. Quando nascono i primi boccioli dell’acero e le foglie della primavera, il flusso della linfa si riduce. Nel gelo, che può essere molto intenso in Canada e negli Stati Uniti settentrionali dove l’acero primariamente vive, anche la linfa è ghiacciata e non si ha circolazione.
Nelle settimane in cui l’inverno comincia a volgere verso il disgelo, tra febbraio e marzo, la notte le temperature sono sempre sotto lo zero, ma di giorno sono al disopra. È allora che la linfa scorre più abbondante e può essere estratta dall’acero.
Per farlo, si deve scegliere un acero adulto e sano. Infatti un albero piccolo o malato verrebbe ucciso dall’operazione. Con un trapano si pratica un foro leggermente inclinato dal basso verso l’alto, così da facilitare il flusso. Qui si inserisce una cannula con un beccuccio. La punta del trapano deve raggiungere la parte bianca del tronco, quella dove scorre la linfa, e penetrarla per circa 2 pollici. Sullo stesso albero si possono praticare anche due o tre fori, ma non di più. E ancora, il foro non deve essere troppo largo, altrimenti, dopo l’estrazione della cannula, l’albero non riuscirebbe a rimarginare la ferita e soffrirebbe. Se si è trovata la “vena” giusta, dalla cannula uscirà la linfa, che verrà raccolta in un secchio appeso all’albero con un chiodo e protetto da un coperchio.
La linfa raccolta verrà messa a bollire in un calderone. Dopo circa 10 ore di ebollizione il liquido si sarà ridotto di 40 volte diventando un delizioso sciroppo d’acero.
Dopo l’estrazione della linfa si deve subito togliere la cannula utilizzata. L’albero provvederà da sé a rimarginare la ferita, sempre che essa non sia troppo ampia. Se il buco viene riempito dall’uomo, l’acero soffre.

Carla Muschio
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