Satoshi Kon doppiafaccia: leggere un film

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Satoshi Kon è il nome di colui che è forse il più rinomato e noto regista di lungometraggi animati giapponesi dopo Hayao Miyazaki e Isao Takahata. L’autore ci ha lasciato nell’agosto 2010 prima di poter concludere il suo ultimo progetto, la sua Opus n. 5, dal titolo Yumemiru Kikai, che probabilmente non vedrà mai la luce.
Tuttavia, prima di abbandonare il nostro mondo vi ha girato quattro film che, sebbene di qualità altalenante, comunque delineano una figura cinematografica di caratteristica potenza, dietro alla quale si cela un vasto mondo autoriale di animazione. Non considerando il simpatico Millennium actress, il commovente Tokyo godfathers e la seria TV Paranoia agent che non ho avuto il piacere di vedere, ho deciso di analizzare nel profondo due suoi film che sono allo stesso tempo incredibilmente affini ed incredibilmente lontani: Perfect blue (1998) e Paprika (2006).

Perfect blue

Perfect blue esce nel 1998 e scatena una mini-rivoluzione nel mondo dell’animazione. Erano già stati creati molti film animati con un divieto ai minori (il primo, ricordo, è il divertentissimi e dissacrante Fritz il Gatto di Ralph Bakshi, uscito nel 1972, protagonista il gatto della controcultura figlio di Robert Crumb), ma nessuno aveva mai affrontato con una tal tenera sfera d’odio il mondo dell’onirico, sfidando un genere complicato come il thriller psicologico.
Innanzitutto, Kon presenta e costruisce un personaggio protagonista ambivalente, la dolce Mima, ex-cantante in un gruppo pop chiamato CHAM!, che decide di cambiare vita e diventare modella erotica e attrice in una soap-opera, in cui interpreta una «bad girl» vittima di stupro. Mima si ritrova a vivere in un mondo in cui si alternano realtà, sogno e girato, sospesa in una dimensione ambigua in cui si ritrova faccia a faccia con numerosi omicidi, confronti con le delusioni della propria vita e difficoltà a riconoscere se davvero le piace essere un’attrice o se si preferiva come cantante. Nel frattempo, un molestatore grosso e inquietante si infiltra nella sua privacy e le si avvicina sempre di più.

Pregi e difetti di un incubo

Kon critica la cultura pop giapponese con fervida immaginazione, cercando di trattare l’onirico alla sua maniera, con un’animazione estremamente grezza (soprattutto se paragonata a quella dei suoi film post-2000) e continui giochi di vetri e specchi, componendo un’opera quasi musicale, fluida, prologo ideale per i temi che poi Darren Aronofsky affronterà in maniera più tragica e realistica con il sopravvalutabile Il cigno nero (2011; porterà Natalie Portman a vincere l’Oscar per la migliore attrice protagonista).
Ma non tutto è rose e fiori, anzi: non si può definire un film completamente non riuscito, però è una buona idea sviluppata con mediocre e sistematico compiacimento per più di metà della durata. Le sue sequenze ben fatte le ha, ed il personaggio protagonista è ben caratterizzato, ma gli ultimi venti minuti, pur atmosferici, sono di una banalità e di una confusione disarmante. È sempre un piacere, generalmente, vedere un autore affrontare l’onirico, anche senza far capire cosa intende, ma Kon sbaglia su tutta la linea caricando una trama eccessivamente drammatica con una carenza di compattezza che porta la storia da un continuo crescendo di tensione ad un continuo calo di originalità in un batter d’occhio. Inscenare ripetutamente una scena dal valore ambiguo (come una serie di risvegli, in questo caso) può avere un valore artistico se ogni ripetizione ha un senso nel proprio contesto: non così in Perfect blue, mentre accade in INLAND EMPIRE di David Lynch, in cui più volte la protagonista, un’attrice, si ritrova a girare una scena in un set cinematografico credendo invece di trovarsi nella realtà (e ciò, questo sì e tra l’altro, accade pure in Perfect blue). Affrontando quindi con pretenziosità temi come l’identità e l’erotismo femminile, Kon ricrea un simpatico miraggio a mosaico pieno di difetti nella trattazione dell’onirico, ma che si lascia guardare piacevolmente nella sua imperfezione meno programmatica di quello che si può pensare alla prima visione.

Paprika

L’uscita di Paprika ha diviso la critica in due: chi l’ha considerato un capolavoro assoluto dell’animazione giapponese (frase a cui segue per forza di cose anche l’appellativo di miglior film di Kon) e chi l’ha considerato «meno compatto di un gelato ad agosto» (citazione del mio amico Ganz) e quindi inferiore anche a Perfect blue.
Nella sua trama -profetica nei confronti dell’Inception di Nolan (vedi qui e qui) che tratta le stesse situazioni con differente tatto, ma anche derivativa da alcuni meccanismi simili a quelli del bellissimo Strange days di Kathryn Bigelow e dell’orribile The cell di Tarsem Singh- veniamo a contatto con un’affascinante protagonista chiamata Chiba Atsuko la cui vita è divisa in due: da una parte, seriosa scienziata e psicanalista che compie esperimenti sulla mente umana (in particolare sui sogni); d’altra parte, «terrorista» dei propri stessi esperimenti. Nei panni dell’alter-ego di nome Paprika, che si presenta come una giovane svampita caratterialmente simile alla Amelie di Jeunet del Favoloso mondo di, cerca di analizzare sogni altrui per risolvere casi polizieschi o per impedire ad un ambiguo magnate in sedia a rotelle di piegare l’intero pianeta a suo volere costringendo l’umanità a partecipare ad un sogno collettivo che porterà all’apocalisse. Nella sua colorata complicatezza simbolista, Paprika ha molto di quello che Perfect blue non ha e non può avere.

Pregi e difetti di un sogno

Si apre con una sequenza circense-onirica di invidiabile fascino visivo, ripetuta con varie modifiche tre o quattro volte nel corso della durata dell’opera, e si chiude con un lieto fine relativo inaspettato non tanto per il suo essere lieto quando per il modo in cui è lieto. Meno compatto di Perfect blue? Forse, sicuramente più vario, fluido, compattato, meno pensato, più visivo.
Ha una parata di oggetti animati e bambole al centro dell’azione, dall’enigmatica destinazione (la morte del cinema?); offre personaggi vari che delirano frasi  probabilmente insensate; successivamente, simbolismi sul cinema e sulla bellezza della videoarte, citazioni, autocitazioni. Colori, sogni.
Difficoltà di comprensione? Sì, ma qui non è Kon che inciampa come nel film del 1998, bensì è Kon che pensa a come sfruttare le sue fiorite idee visive per creare un collage ben più riuscito, ben più bizzarro, raffinato e potente nella sua semplicità.
Non è un film perfetto, è anzi pieno di difetti (e per difetti non intendo quelli programmatici e consapevoli come l’incoerenza narrativa: parlo della pacchianità dei dialoghi, ad esempio – soprattutto verso la fine) ma è, forse, insieme ad Akira di Katsuhiro Otomo e a Una tomba per le lucciole di Isao Takahata, il miglior film animato giapponese non diretto da Miyazaki, un a dir poco ottimo testamento di un autore le cui idee sono da scoprire e riscoprire. Affascinante, potente: bello.

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