Un sapore di ruggine spaziale e aliene ossa

Autori in commercio

Una questione che salta fuori sovente tra i critici o i giornalisti di cinema è la differenza tra il cinema d’autore ed il cinema commerciale, o anche la sola esistenza o no di una distinzione tra le due categorie. Su tale argomento è interessante un articolo scritto di recente da Mereghetti sulla testata cinematografica mensile “Ciak”, ma è sempre necessario puntualizzare la propria opinione a riguardo, magari facendo degli esempi. In tal proposito, voglio proprio citare l’articolo di Mereghetti che, a suo modo, pacatamente, si lamenta della scarsa distribuzione o dello scarso apprezzamento dal grande pubblico di film di alta qualità, ed utilizza come esempio Un sapore di ruggine e ossa del buon Jacques Audiard, regista francese di alto livello che nel 2009 con quel piccolo capolavoro che era Il Profeta ha dimostrato di essere capacissimo di coniugare una forte struttura narrativa con una regia dall’ambizioso fascino dispersivo noir. Questo esempio di Mereghetti, sebbene la sua tesi fosse condivisibile, lo disapprovo a causa di quella che io considero la bassissima qualità dell’ultimo film di Audiard, sopravvalutatissimo da molteplici festival e critici vari.

Saporaccio

Il film ha una trama più lunga da raccontare nella sua banalità che da analizzare nei suoi spunti carini e mal sviluppati: Alain, mentre lavora come buttafuori di una discoteca, conosce Stephanie, interpretata dalla sempre bravissima Marion Cotillard, una domatrice di orche. Pochi giorni dopo il loro incontro, mentre Alain ha cambiato lavoro, Stephanie perde le gambe in un incidente sul lavoro. I due si riincontrano ed iniziano un’amicizia che poi diventa una relazione che lei prende più seriamente di lui. Mentre Stephanie comincia ad indossare protesi, il rapporto tra Alain e il figlio della prima moglie diventa sempre più difficile. L’idea di base è chiaramente quella di un rapporto tra corpo e mente: gli amputati sono sempre stati ‘sfruttati’ dall’arte più o meno grottesca per discorsi sulla castrazione (freudianamente) o comunque sulla privazione di certe caratteristiche sensoriali, sin da Jodorowsky, Greenaway, Ferreri e Lynch. Detto questo, c’è maniera e maniera per proporre tal sorta di concetto, e la maniera di Audiard non è proprio quella giusta. La trama viene raccontata con una certa convenzionalità mascherata da freddezza a scopi d’autore e ha degli sviluppi di una banalità sconcertante, ed oltre il danno la beffa, ovvero un finale di un forzato improponibile. Con una struttura narrativa così debole, non si può considerare decente l’apparato contenutistico. Eppure Audiard è riuscito a convincere in molti, forse proprio per la sua regia fredda (che, ricordo, in Il Profeta aveva raggiunto altissimi livelli).

Meglio l’alienazione

Parlando sempre di distinzione tra cinema commerciale e cinema d’autore. ripetendo che il film francese succitato riesce a far parte di entrambi in maniera scarsa, è necessario citare un altro film recente e controverso che ha diviso la critica in due anche a causa di questa discussione: Prometheus di Ridley Scott. Tra chi l’ha considerato un gioiello della fantascienza e chi una pacchianata con una sceneggiatura piena di buchi, forse chi ha ragione è chi sceglie una via di mezzo riconoscendone pregi e difetti. Da una parte vi sono infatti l’amabile impatto visivo ben calcolato da una regia sorprendente, da una scenografia fantasiosa (di Hans Ruedi Giger), da una fotografia molto accurata e da degli effetti speciali spendaccioni ma soddisfacenti, dall’altra degli attori incapaci, una sceneggiatura incredibilmente ambiziosa ed ingenua ed una costante presa in giro dello spettatore nello stile di Lost (lo sceneggiatore infatti è Damon Lindelof, capo sceneggiatore della nota serie Tv, noto per lasciare domande aperte a cui è impossibile rispondere tranne che dicendo enormi vaccate). Le ingenuità dei protagonisti sono perdonabili per il rotto della cuffia come un tributo all’ingenuità dei personaggi degli horror o dei film di fantascienza anni ’70 e ’80 a cui il film fa riferimento (è, infatti, un prequel implicito – ma non troppo – del cult assoluto Alien), il resto invece può benissimo esser visto sotto una luce resa fioca da un “velo pietoso”.
Ma qual è preferibile, tra un film visivamente poco affascinante che spaccia per alto pensiero d’autore una trama debole ed un film il cui unico pregio è un altissimo ma discutibile impatto visuale e i cui innumerevoli difetti di sceneggiatura, interpretazione e trucco sono imperdonabili? È sicuramente controverso, ma l’umile opinione del sottoscritto preferisce di gran lunga Prometheus. Del resto, l’apparato visivo è spesso considerabile la cosa più importante per valutare l’aspetto totale di un’opera cinematografica, e come negare il grigio e patinato fascino delle scenografie di Giger?
In ogni controversia, esistono le vie di mezzo. La fine è quando la controversia persiste pure tra le vie di mezzo. In tal caso, l’unica uscita è una valutazione accorta del rapporto tra la propria opinione di cos’è l’argomento trattato di per sé e gli elementi di qualità e non qualità nei prodotti da discutere. E tra visività enfatica e concettualizzazione pretestuosa, nel cinema la visività enfatica dovrebbe essere la scelta da intraprendere.

7isLS

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