Saltare la corda

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Lettore, leggi il testo sotto. Poi tocca a te. Sei invitato ad andare oltre il testo leggendolo come un’allegoria. Non c’e’ un’unica soluzione. Vanno bene tutte le chiavi, pur che aprano verso significati nuovi. Inviami la tua risposta entro lunedi’ prossimo. Le letture piu’ belle saranno pubblicate nella vetrina. Alla fine dell’anno 2013 si vincono altri tre libri (i primi tre son già stati spediti), assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito. L’immagine in apertura è un dipinto di Joaquín Sorolla.

Non so se i bambini di oggi giochino ancora alla corda come si faceva nella mia infanzia. A parte i salti individuali, fatti da soli o al massimo in due con una corda di misura adeguata, nei cortili, all’oratorio e forse a scuola c’erano delle corde lunghe con cui giocare in più persone. A ciascuna delle estremità c’era un bambino che doveva sincronizzarsi con l’altro per far girare questa corda. Se, a corda ferma, ti mettevi tra i due reggicorda, loro iniziavano a menare la corda e tu non dovevi far altro che saltare. Facile. Molto più complesso era invece entrare nell’orbita della corda mentre questa si muoveva. Più rapido era il movimento della corda, maggiore la difficoltà. Ricordo ancora il brivido prima di buttarmi: si trattava di lanciarsi nel punto giusto al momento giusto. Per riuscirci dovevi aver colto il ritmo con cui la corda veniva fatta girare, sperando che non mutasse proprio quando arrivavi tu. Questo richiedeva una sensibilità molto sofisticata, eppure, alla fin fine, perlomeno dove giocavo io, non c’era bambino che non l’avesse.

Carla Muschio
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