Rimetti a loro i loro debiti

Materiale/immateriale

Da più parti (nel senso che chi scrive l’ha già detto al bar e in ufficio, luoghi dove si sa come allenare le squadre di calcio e si spiega come si dovrebbe governare il paese) si è sostenuto che gli anni zero e dieci del duemila sono gli anni dell’immateriale: a un bene non corrisponde più qualcosa di afferrabile, alla lettera. Vinile e cd? Via. Nastri e pellicole? Via. Agenzie di viaggio? Via. Denaro contante? Via. Ecc. Ovviamente è una semplificazione, e ritrae una tendenza e non un processo compiuto. In tale direzione, dalla materia all’informa(tica)(zione) sulla materia che può corrispondere al suo contenuto, si è però compiuto il processo in un caso: la corrispondenza tra denaro stampato e sua ricchezza materiale. Prima (basti pensare al Fort Knox difeso da 007 e offeso da Goldfinger) il denaro che poteva battere un paese corrispondeva alla sua riserva aurea. Oggi no, la corrispondenza con la riserva aurea non esiste più. E’ tutto molto più impalpabile.

Militant e Avaaz

Sul sito Militant viene proposta una breve storiella del debito pubblico, che mette in dubbio anzitutto i fantomatici “mercati”. “Nei mercati finanziari non investono i cittadini, i risparmiatori, i contribuenti o come sono stati definiti nel corso di questi anni coloro che detengono azioni in borsa”, si legge. “Nei mercati finanziari agiscono le società di intermediazione mobiliare, le istituzioni finanziarie e monetarie, i fondi pensione e i fondi d’investimento, le banche, le assicurazioni. Ciò non vuol dire che sia vietato ai cittadini di poter investire in borsa, e sicuramente ci saranno molti “privati” che decidono di impegnare il gruzzoletto risparmiato in azioni. Però gli attori dei mercati borsistici sono altri, sono coloro che possiedono i capitali, quelli veri, e che muovono stock di azioni che niente hanno a che vedere con quelle che potrebbe spostare il singolo risparmiatore. Dunque, nei mercati non è riflessa alcuna opinione pubblica mondiale, o europea”.
Avaaz, nota per le battaglie in difesa dei diritti umani, ha lanciato un appello: “I nostri governi stanno riempiendo con i soldi nostri le tasche delle banche!  Dobbiamo dare il via libera al fondo salva-stati il prima possibile per salvare la Grecia e l’Europa. Tuttavia l’attuale fondo salva-stati fa sì che siamo noi contribuenti a rimborsare le banche del 90% dei loro investimenti forsennati. I greci non vedranno nemmeno un euro di tutti i soldi che stiamo per destinare ai ricchi banchieri. Peggio ancora: il 30% dei nostri soldi andrà agli speculatori, che faranno profitti enormi dalla speculazione sul fondo salva-stati!”.
Perché tutto ciò non è avvenuto prima? Ancora Militant: “Perché fino all’inizio degli anni novanta il debito pubblico italiano era detenuto da strutture finanziarie italiane (banche e assicurazioni), era un debito interno, detenuto quasi esclusivamente da attori italiani che non avevano alcun interesse a far crollare la fiducia di un mercato nel quale detenevano la stragrande maggioranza di azioni e in cui avevano il loro territorio economico d’appartenenza. Con la crescente finanziarizzazione dei mercati, con il progressivo abbattimento di ogni frontiera per lo spostamento dei capitali, per la cavalcata trionfale della deregulation finanziaria, i mercati azionari italiani si sono sempre più fusi con quelli internazionali. Oggi la quota di debito pubblico detenuta da investitori internazionali è del 52,4%, a fronte del 5,59% del 1991 (dati Bankitalia)”.

Non delegare

Le cose stanno davvero così? Davvero, come afferma Militant, “non possiamo fallire (…) perché fallirebbero le banche e i fondi europei che nel frattempo stanno giocando in borsa col nostro debito pubblico, sicure del fatto che, al momento del bisogno, sarà l’economia reale dei lavoratori in carne ed ossa a ripagare i debiti che vengono prodotti ad ogni movimento speculativo”?
Comunque stiano le cose, è bene che ognuno si formi la propria idea. Smetta di delegare tutto.
Qui si trova l’articolo di Militant.
Qui la petizione di Avaaz.
Qui, su La voce, vari articoli che aiutano a farsi un’idea
Qui, la storia di una rivolta contro la finanza al posto dell’economia: è successo in Islanda, è una vera e propria rivoluzione, ci riguarda tutti e non ne parla quasi nessuno (quasi, eh. Però non tiene banco sulle primissime pagine dei giornali come dovrebbe. Anche se l’Islanda è piccina, certo, e soprattutto muove soldi diversi – altrimenti, guardate le Caimano o il Liechtenstein).
Non son riuscito a individuare, purtroppo, l’autore dell’immagine.

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